Ecoansia, acqua e biofilia: ecco un festival per attraversare la crisi insieme
Il festival Artemisia unisce crisi idrica, emozioni e strumenti pratici: dalle scuole alla comunità, l’ecoansia diventa un tema pubblico, con Italia che Cambia parte attiva.
Uno spazio pubblico di incontro, che mette insieme divulgazione scientifica, laboratori pratici e momenti di confronto aperti alla cittadinanza. Al centro, un tema ancora poco esplorato nel dibattito ambientale italiano: l’ecoansia, ovvero l’insieme di preoccupazioni, paure e senso di impotenza che questa crisi può suscitare, in particolare tra le giovani generazioni e tra chi lavora in ambito educativo.
Si chiama Artemisia ed è un festival promosso da Source International nell’ambito del progetto “Keep calm and save water” per affrontare la crisi climatica e idrica senza separare i dati e le soluzioni tecniche dalle emozioni che questo cambiamento genera nelle persone. La scelta di portare questo tema al centro di un festival non nasce dal nulla. Artemisia rappresenta infatti il passaggio pubblico di un lavoro già avviato sul territorio, a partire dalle scuole. Nei mesi precedenti, all’Istituto Comprensivo di Bossolasco-Murazzano, si sono svolti due laboratori rivolti agli insegnanti, dedicati rispettivamente al cambiamento climatico e all’ecoansia, che hanno fatto emergere quanto queste questioni siano già presenti nelle aule, spesso senza strumenti adeguati per essere affrontate.
L’ecoansia come segnale del nostro tempo
Se ad Artemisia l’ecoansia non è un tema laterale, è perché il festival nasce anche da questo lavoro nelle scuole. A condurre i laboratori sull’ecoansia è stata Veronica Battaglino, educatrice professionale e counselor espressivo-relazionale di Centro Libenter, che porterà questo percorso anche dentro Artemisia come una delle voci centrali del festival. A forza di nominarla, l’ecoansia rischia di diventare un’etichetta innocua. E invece è un segnale: indica il punto in cui la crisi climatica smette di essere astratta e comincia a farsi sentire nelle vite, nelle relazioni, nei corpi. Per Battaglino non va ridotta a una fragilità individuale, ma letta come una risposta comprensibile a un contesto che cambia rapidamente.

Nel suo lavoro emerge una definizione chiara: l’ecoansia è una «preoccupazione significativa verso minacce ambientali come cambiamento climatico, crisi idrica, perdita di biodiversità». A questa definizione si affianca l’esperienza emotiva, fatta di «tristezza», «rabbia» e «ansia»: tristezza per un futuro percepito come compromesso, rabbia quando si incontra indifferenza, ansia come paura anticipatoria che fatica a trovare un presente in cui posarsi.
Il punto, sottolinea Battaglino, non è eliminare queste emozioni né normalizzarle in modo superficiale, ma riconoscerle. «Le emozioni non sono un errore di sistema – spiega –, possono essere contenute, regolate e trasformate». È una soglia. Se attraversata con gli strumenti giusti, l’ecoansia può diventare consapevolezza e responsabilità condivisa. In questo senso, l’ecoansia non è una fragilità individuale né una patologia da medicalizzare. È una risposta collettiva a una crisi reale, che mette in discussione il nostro modo di abitare il presente e di immaginare il futuro.
Riconoscerla, per Battaglino, significa restituirle dignità e trasformarla da fattore paralizzante a possibilità di presa di parola e di azione condivisa. Di fronte all’ecoansia, l’istinto adulto è spesso quello di rassicurare in fretta o minimizzare. Battaglino invita a fare l’opposto: restare. Evitare frasi che chiudono – “stai esagerando” o “non è così grave” – e scegliere parole che tengono aperta la relazione – “capisco la tua preoccupazione”, “sono qui” o “non sei solo”. È questa postura che i laboratori di Artemisia proveranno a rendere praticabile anche fuori dalle scuole, in uno spazio pubblico e condiviso.
Dalle scuole alla comunità: quando la crisi entra in aula
Nei laboratori all’Istituto Comprensivo di Bossolasco-Murazzano è emerso con chiarezza che il cambiamento climatico non è più solo un contenuto da spiegare, ma una questione che attraversa domande, paure e aspettative degli studenti, chiamando in causa direttamente il ruolo educativo degli insegnanti. Nel percorso formativo, il lavoro sull’ecoansia si è intrecciato con quello sulla crisi climatica e idrica condotto da Laura Grassi, scienziata ambientale e project manager di Source International. Accanto ai dati e al contesto territoriale, Grassi ha introdotto una riflessione su azioni quotidiane legate all’uso dell’acqua, mostrando come scelte concrete – dal confronto tra acqua del rubinetto e acqua in bottiglia all’attenzione ai consumi domestici – possano diventare strumenti educativi.

Grassi insiste su un punto: «Il progetto nasce dal bisogno di affrontare le sfide climatiche, ma anche di tenere insieme la dimensione ambientale e quella emotiva». Dare forma a ciò che è possibile fare, anche nel quotidiano, aiuta a ridurre il senso di impotenza che spesso accompagna questi temi. Secondo Enrico Giovinetto, insegnante dell’Istituto Comprensivo di Bossolasco-Murazzano che ha partecipato alla formazione, il lavoro sull’ecoansia ha intercettato qualcosa di già presente nelle classi: «I ragazzi fanno domande, portano inquietudini, ma spesso mancano spazi e parole per affrontarle davvero».
Anche Matteo Terreno, docente dello stesso istituto, sottolinea come l’ansia per il futuro emerga spesso in modo implicito nei comportamenti e nella difficoltà a immaginare prospettive. I laboratori hanno offerto agli insegnanti strumenti per non sentirsi soli e per non relegare queste domande alla sfera privata. In questo quadro, il confronto tra docenti ha assunto un valore che va oltre la singola esperienza formativa. Come emerge dalle loro testimonianze, poter nominare l’ecoansia e riconoscerla come dimensione educativa condivisa, ha aperto uno spazio nuovo: non solo per rispondere alle domande degli studenti, ma per legittimare le proprie, senza viverle come una mancanza.
Il lavoro sull’acqua ha aggiunto concretezza. Barbara Boero, insegnante dell’Istituto Comprensivo di Bossolasco-Murazzano, racconta come parlare di impronta idrica abbia permesso di spostare il discorso «dalla paura alla possibilità», mentre per Lorena Giacosa, docente presente alla formazione, il valore sta nell’approccio pratico: quando i dati diventano esperienza, la crisi climatica smette di essere astratta e diventa affrontabile.
È in questo intreccio tra conoscenza scientifica, consapevolezza emotiva e pratiche concrete che prende forma il passaggio verso Artemisia, portando nello spazio pubblico domande che non riguardano solo chi insegna o chi studia, ma l’intera comunità.
Ciò che è emerso nelle aule non resta confinato tra i banchi: diventa materia di confronto collettivo, responsabilità condivisa.

Artemisia: stare nella crisi, insieme
Ad Artemisia l’ecoansia non viene trattata come un problema da correggere, ma come un segnale da ascoltare. I laboratori e i momenti di confronto – a partire da quelli condotti da Veronica Battaglino – lavorano sul riconoscimento delle emozioni e sulla possibilità di trasformarle in consapevolezza condivisa. In questo percorso, Italia che Cambia è presente non solo come partner, ma come parte attiva del festival. Daniel Tarozzi, giornalista e cofondatore di Italia che Cambia, porterà ad Artemisia una riflessione sulla biofilia, cioè il legame profondo tra esseri umani e natura, come chiave culturale per ripensare il nostro rapporto con l’ambiente.
«Credo che lo sviluppo di una corretta biofilia possa essere la risposta a gran parte dei mali che affliggono il nostro mondo. Mi rendo conto che detto così può sembrare eccessivo – spiega Tarozzi – ma quando scopri che dentro ogni essere umano esiste la possibilità di amare ogni forma di vita e che questa possibilità è una predisposizione, ti rendi conto che se la attivi guerre, inquinamento e indifferenza diventano fenomeni quasi impossibili. Riconnettersi con la Natura diventa quindi una risposta anche a fenomeni come l’ecoansia. Sapere come agire è la principale risposta al senso di impotenza».
Artemisia si colloca proprio in questo spazio di passaggio: tra ciò che già accade nelle aule e la necessità di portare queste domande nello spazio pubblico, come un luogo in cui stare nella complessità. Un festival che non promette soluzioni semplici, ma strumenti, linguaggi e relazioni per attraversare un tempo segnato dalla crisi senza restarne immobili. Artemisia nasce da un’intuizione semplice e radicale: la crisi climatica non si affronta solo con soluzioni tecniche né solo parlando di emozioni. Serve uno spazio in cui questi piani possano incontrarsi, senza scorciatoie. Un invito a stare nella complessità e a trasformarla in possibilità.









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