12 Febbraio 2026 | Tempo lettura: 9 minuti

Giornalismo, ascolto e relazione: un libro per ripensare l’informazione. Ne parliamo con Assunta Corbo

Il libro “Il giornalismo come relazione” sperimenta un approccio basato su ascolto, empatia e onestà per un’informazione costruttiva e trasformativa. Ne parliamo con la co-autrice Assunta Corbo.

Autore: Daniel Tarozzi
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Quando ho conosciuto Assunta Corbo e la rete del giornalismo costruttivo mi sono sentito a casa. Finalmente qualcuno in Italia dava un nome a quel modo di fare la nostra professione che da sempre sentivo come mio. Quando poi ho ricevuto la newsletter che presentava il suo ultimo libro – scritto a sei mani con Vincenzo Varagona e Maria Grazia Villa – ho sorriso e annuito come un ubriaco. Ancora una volta, mi ritrovavo in ogni parola che leggevo. 

Con Assunta è così: ogni volta che la leggo mi viene da esclamare “esatto! lo dico da una vita!”. E poi penso che ci sono due possibilità per chi mi dovesse sentire: o sono megalomane o sono pazzo. Per entrare ulteriormente nel girone della follia, ho deciso di intervistare Assunta sul suo ultimo libro, cercando di fare emergere come “il giornalismo possa essere un lavoro di relazione” e come si possa superare l’insopportabile mito del “giornalista obiettivo” senza perdersi nella faziosità.

«Da un corso di formazione, proposto a Bologna qualche anno fa – mi spiega Assunta raccontando com’è nata l’idea di lavorare a una pubblicazione – è nato un libro: Il giornalismo come relazione, pubblicato da Pacini Editore. Un esperimento teso a riempire un vuoto profondo nel giornalismo contemporaneo». Alcuni elementi centrali nel counseling – ascolto, empatia, gentilezza – sembrano infatti quasi assenti nel modo tradizionale di intendere la professione giornalistica. Da qui l’intuizione: perché non provare a far dialogare questi due mondi?

Giornalismo
Da destra: Assunta Corbo, Vincenzo Varagona e Maria Grazia Villa

Insieme ad Alessandra Caporale, presidente di AssoCounseling, è stato avviato un percorso formativo che ha avuto un successo inatteso e ha messo in luce un tema cruciale: cresciuto nel mito del distacco e dell’obiettività, il giornalista si è progressivamente allontanato sia dalle storie sia dal pubblico. Il libro nasce proprio da questa consapevolezza. Al centro c’è l’idea che il giornalismo costruttivo sia, prima di tutto, relazione.

Un approccio che i tre autori hanno sviluppato unendo competenze diverse: agli studi sull’empatia di Assunta Corbo infatti, si sono affiancati quelli sull’attenzione etica di Maria Grazia Villa e il counseling di Vincenzo Varagona. Un dialogo tra due mondi apparentemente lontani – il giornalismo costruttivo e il counseling – ma anche tra due linguaggi e due pratiche che condividono la centralità della relazione. Pur con obiettivi diversi, si muovono entrambi da un presupposto semplice e radicale: l’essere umano non è un oggetto da descrivere o correggere, ma una persona da incontrare. 

L’incontro tra giornalismo e counseling: come affrontare le sfide del giornalismo contemporaneo

La categoria dei giornalisti si trova ogni giorno di fronte a una sfida cruciale: come raccontare la realtà senza travolgere il pubblico? Come informare senza alimentare paura o rassegnazione? Ma, soprattutto, come ritrovare quel legame di fiducia con le persone che ormai sembra smarrito? «È come se avessimo dato all’Ordine dei giornalisti l’occasione di parlare di giornalismo in modo diverso, meno lamentoso e più propositivo», spiega Assunta Corbo.

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Non a caso, il libro contiene la prefazione di Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine dei Giornalisti, cosa che mi stupisce. Non davo per scontato che l’ODG fosse così aperto nei confronti del counseling. «Si tratta – mi spiega Assunta – di dare un punto di vista diverso della professione. Non un manuale tecnico, ma un piccolo testo denso, pensato per chiunque faccia informazione: giornalisti, divulgatori, blogger, content creator e giovani che si avvicinano a questo mondo. Chiunque produca informazione con una responsabilità verso il pubblico, ma anche counselor che lo usano come supporto per aiutare le persone a orientarsi nel caos informativo, a gestire meglio ciò che ricevono quotidianamente dai media».

Un giornalismo che accanto alle 5W – le cinque informazioni fondamentali: who, what, when, where, why ovvero chi, cosa, quando, dove e perché – racconta anche le 5M, secondo un metodo studiato da un gruppo di giovani giornalisti nell’ambito della Scuola di Assisi UCSI 2023. Rovesciando la W si ottiene infatti una M, la M di more, che vuol dire “di più”. Un modello che prova a definire alcuni elementi irrinunciabili di un giornalismo libero: più domande, più tempo, più punti di vista e linguaggi, più libertà, diritti e tutele, più umanità. Un ribaltamento delle classiche 5W del giornalismo tradizionale per rimettere al centro complessità e ascolto.

Tra i valori fondamentali c’è anche l’onestà. Onestà nei confronti delle storie che si raccontano, delle persone che si incontrano e del pubblico a cui ci si rivolge. Più che inseguire un’idea astratta di obiettività, gli autori puntano ad avere l’umiltà di ammettere quando qualcosa cambia, quando una vicenda evolve, e quindi saper tornare su una storia senza abbandonarla. Essere onesti significa anche proporre più punti di vista, evitare di spingere le persone verso polarizzazioni forzate. E, quando serve, dichiarare con trasparenza dove finisce il fatto e dove inizia un’interpretazione.

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«Certo, è un approccio rischioso, soprattutto in Italia. Un metodo che stiamo sperimentando con il Solutions Journalism Network, all’interno di una fellowship che seguiamo con Teresa Potenza – una collega del network –, è quello dell’ascolto attivo, lo stesso utilizzato nel counseling e che prevede di riformulare le domande, verificare di aver compreso davvero l’interlocutore, riprendere i concetti chiave. Durante un’intervista si crea così un vero gioco di relazione: fai una domanda, provi a capire il punto di vista dell’altro, la rielabori. Questo processo ti sposta inevitabilmente dal prendere una posizione predefinita, perché ti costringe a entrare nello sguardo di chi hai davanti. E credo sia uno strumento potentissimo», continua Corbo.

In questo senso, la relazione non è solo un principio “bello” da dichiarare, ma un effetto concreto del modo in cui si intervista e si racconta. Corbo porta un esempio significativo: dopo un colloquio con un’artista, a fine intervista si è sentita dire che quelle domande – più profonde e meno convenzionali – avevano aiutato l’intervistata a rileggere la propria evoluzione professionale. Quando il giornalismo riesce a generare consapevolezza senza perdere rigore, qualcosa cambia, sia nella storia raccontata, che nello spazio che si crea tra chi domanda e chi risponde.

Giornalismo costruttivo vs. giornalismo delle buone notizie

Naturalmente servono formazione, sensibilità e soprattutto capacità di mettersi in discussione, cosa non semplice in una professione che per anni è stata abituata a sentirsi protetta. Un tempo esisteva una sorta di “casta” giornalistica; oggi, con il mondo digitale, quella protezione è crollata. «Molti non hanno ancora capito che l’unica strada per fare bene il nostro lavoro è aprirsi al dialogo, con il pubblico e con chi intervistiamo», sottolinea Assunta.

Invertendo lo sguardo si parte dall’idea che nelle storie ci sia qualcosa di costruttivo da far emergere

Una visione che entra in collisione con pratiche diffuse, soprattutto nel giornalismo televisivo, che sempre più spesso è ridotto a intrattenimento veloce e costruito, fondato su s servizi preparati a tavolino che non lasciano il tempo che sarebbe invece necessario per conoscere davvero le realtà di cui si parla. Al contrario, un’informazione basata sulle relazioni potrebbe invece restituire profondità e credibilità al mestiere.

In questo approccio non mancano le criticità. L’empatia, ad esempio, può rendere più difficile raccontare anche i limiti delle storie positive. Eppure è proprio qui che si misura la qualità del lavoro. Mettere in luce le fragilità senza cinismo rende la storia più vera. È questo che distingue il giornalismo costruttivo dal giornalismo semplicemente “positivo”. Il giornalismo costruttivo non nasconde i problemi, li affronta con equilibrio e responsabilità.

Secondo Corbo infatti, «raccontare anche le fragilità è un patto di onestà con il lettore ed è in fondo il cuore stesso del giornalismo». Questo “patto” però a volte comporta scelte difficili. In alcuni casi – io e Assunta concordiamo su questo – può accadere di decidere di non pubblicare un pezzo quando non si riesce a trovare una chiave che sia insieme vera e costruttiva. Il confine è sottile e chi pratica giornalismo costruttivo si trova spesso a dover camminare su questa difficile soglia.

Etica e giornalismo come cura

Nel libro trova spazio anche una riflessione etica profonda, sviluppata da Maria Grazia Villa: l’ascolto come atto di rispetto, il giornalismo come professione di cura. Spesso il giornalismo tradizionale nasce dal presupposto che ci sia qualcosa di marcio da scoprire; invertendo lo sguardo si parte dall’idea che nelle storie ci sia qualcosa di costruttivo da far emergere. Un cambio di impostazione che modifica completamente il modo di raccontare, spostandolo il focus dalle criticità alle possibilità, senza trasformare questo sguardo in una nuova ideologia.

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Assunta Corbo e Vincenzo Varagona presentano il libro “Il giornalismo come relazione”

C’è anche un altro elemento, molto concreto e forse un po’ sorprendente: oggi il pubblico è più attento e competente di quanto spesso si pensi. Riconosce la costruzione artificiale, percepisce l’infotainment – informazione e intrattenimento insieme –, distingue una narrazione onesta da una confezionata. Questo rende ancora più urgente e al tempo stesso più possibile un patto diverso tra chi informa e chi riceve l’informazione. «Un’informazione che può contribuire a “curare” la società», sottolinea Assunta Corbo.

«Se continui a raccontare solo ciò che non va, le persone restano bloccate nell’impotenza; se invece mostri storie di cambiamento e soluzioni concrete, aiuti chi legge a prendere consapevolezza di ciò che può fare. In questo modo il giornalismo porta valore alla comunità e diventa uno strumento di trasformazione sociale», conclude la fondatrice della rete del giornalismo costruttivo.

“Il giornalismo come relazione” si pone quindi come una proposta culturale che porta a ripensare il ruolo dell’informazione. In un’epoca di sovraccarico informativo e sfiducia nei media, servirebbe tornare a un giornalismo capace di dialogo, consapevole dei propri limiti ma anche del proprio potere trasformativo. Raccontando possibilità concrete di cambiamento si indebolisce il senso di impotenza. E forse è proprio questa una delle responsabilità più urgenti dell’informazione oggi.

Le prefazioni del libro sono a cura di Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine dei Giornalisti, e di Alessandra Costante, segretaria generale della FNSI – Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Le postfazioni sono a cura di Alessandra Caporale, presidente di AssoCounseling, e di Marco Deriu, professore associato in Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Parma.