17 Marzo 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

Lo stato di salute dell’artigianato sardo, tra crescita e memoria

Forme di Craft è una rassegna che per tutto il 2026 vede protagonista l’artigianato in ogni sua unica declinazione. Ma qual è lo stato di salute dell’artigianato sardo? Ne parliamo con Silvia Marcis.

Autore: Sara Brughitta
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C’è una Sardegna che cresce, almeno nei numeri. E c’è una Sardegna che lentamente si svuota di mani, tecniche e laboratori, tasselli che sono espressione di un mondo in cui spazio e tempo avevano una dimensione diversa rispetto a quella dell’economia odierna, globale. Secondo i dati di Confartigianato Imprese Sardegna, l’isola è salita al terzo posto rispetto al panorama italiano per crescita delle imprese artigiane. Nel 2025 si contano 33.858 imprese registrate, con un saldo positivo di 187 nuove attività e una crescita dello 0,55%. Numeri che raccontano una ripresa o, se vogliamo, anche una forma di resistenza, lasciando intendere l’artigianato come motore economico capace di adattarsi alle trasformazioni del mercato contemporaneo.

Eppure dietro a queste cifre si nasconde una realtà più complessa. La parola artigianato è vasta, a tratti sfuggente. Dentro vi convivono mestieri e attività molto diverse: spesso vi rientrano l’edilizia, i servizi tecnici, ma anche manifattura tradizionale, tessitura, lavorazione del legno, ceramica e ferro battuto. E qui che emerge il primo paradosso: se si guarda all’intero comparto artigiano, la crescita esiste ed è registrata dalle statistiche. Ma se si restringe il focus alla manifattura tradizionale, i contorni diventano più sfumati.

Una complessità che emerge anche dalle parole di Silvia Marcis, parte di CRAFT, progetto promosso da Sardegna Ricerche. Si tratta di un’iniziativa nata con l’obiettivo di studiare, documentare e preservare i saperi legati alla manifattura tradizionale dell’isola, al fine di contrastare il rischio che tale patrimonio culturale vada perduto. Vicino agli occhi, vicino al cuore.

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Foto dell’evento Forme di Craft – lavorazione a intreccio

L’artigianato come linguaggio culturale

C’è un concetto, sotto alcuni punti di vista romantico, dal quale bisogna partire, cioè il fatto che ogni oggetto realizzato artigianalmente va oltre la materia e racconta una storia: i tappeti tessuti al telaio, i coltelli, le ceramiche, i cestini intrecciati con le erbe palustri. Ogni paese e dunque ogni comunità ha – o aveva? – i suoi segni distintivi. Un sapere che passava, e si spera continuerà a passare, di mano in mano e che attraverso questo migrare assume forme uniche. «L’artigianato non è solo produzione – osserva Silvia Marcis – è un patrimonio culturale complesso, fatto di tecniche, simboli e conoscenze che si sono stratificate nel tempo. I prodotti artigianali sono oggetti parlanti».

Se i prodotti artigianali sono davvero oggetti parlanti, viene spontaneo allora chiedersi cosa racconti oggi l’artigianato sardo. Gli oggetti dopotutto sono spesso uno dei modi più diretti per leggere una civiltà. Quando studiamo le società antiche lo facciamo anche attraverso i reperti che hanno lasciato dietro di sé: utensili, ceramiche, tessuti, strumenti di lavoro. Allo stesso modo, le produzioni artigiane contemporanee raccontano trasformazioni sociali, economiche e culturali di un territorio, in cui tuttavia il rischio della perdita esiste, ma non perché manchino gli artigiani. Più che altro perché a cambiare è il contesto in cui lavorano.

Negli ultimi anni si registra un avvicinamento da parte di molte e molti giovani verso i mestieri artigiani. Una tendenza che, secondo Marcis, è legata anche alle trasformazioni tecnologiche del presente. «Viviamo in un’epoca dominata dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale – spiega Marcis – e proprio per questo cresce il desiderio di manualità, di contatto diretto con i materiali, di sperimentazione concreta». Quello che si registra è anche un avvicinamento tra il design e la pratica artigiana. «Artigianato e design oggi non sono più mondi separati. Il buon artigiano ha sempre avuto una dimensione progettuale. Oggi questa dimensione diventa ancora più evidente». Ma l’entusiasmo non basta.

Il futuro dell’artigianato sardo non dipenderà solo dai numeri delle imprese o dalle statistiche

Uno dei nodi più delicati resta la trasmissione delle competenze: molti maestri artigiani e molte maestre artigiane stanno invecchiando, spesso senza trovare eredi. La questione non è il disinteresse: centrale è il fatto che mancano strutture formative capaci di accompagnare questo passaggio. «Il sapere artigiano non si può imparare certamente solo sui libri – dice Marcis –, è una conoscenza che passa attraverso l’esperienza, ma è necessario anche un percorso di formazione strutturato. In Sardegna mancano vere scuole dedicate alla formazione artigiana. E questo è un aspetto fondamentale se vogliamo garantire il futuro di questi mestieri».

Globalizzazione e identità

Globalizzazione capitalismo complicano ulteriormente questo equilibrio. Il mercato si fa sempre più concorrenziale e l’artigianato locale difficilmente può competere sul prezzo con la produzione industriale in serie e su larga scala. È qui che, secondo Marcis, deve emergere la forza delle produzioni artigiane, non tanto economica quanto culturale. «Non possiamo competere con la produzione industriale sui costi. Possiamo però competere sul valore culturale, sulla qualità e sulla storia che ogni oggetto porta con sé». In quest’ottica lo sguardo si sposta dalla quantità alla qualità, secondo il principio che guarda a ogni oggetto artigiano come un racconto, una testimonianza di un territorio e quindi anche delle comunità che lo abitano.

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Foto dell’evento Forme di Craft – lavorazione a intreccio

La globalizzazione porta con sé però anche un altro rischio: quello dell’appropriazione culturale. Motivi tradizionali, tecniche e simboli possono essere copiati e riprodotti senza riconoscere le comunità che li hanno generati. «Per questo è fondamentale documentare e studiare le tradizioni artigiane», sottolinea Marcis. «Attribuire correttamente le tecniche e i saperi significa proteggere un patrimonio culturale». Lavorare anche alla costruzione di un archivio di conoscenze, come previsto dal progetto CRAFT, serve quindi anche a tracciare una mappa delle tecniche, dei materiali e delle pratiche artigiane dell’isola in grado di non perdere né portare alla perdizione.

Il futuro dell’artigianato sardo non dipenderà solo dai numeri delle imprese o dalle statistiche. Sarà anzi strettamente legato alla capacità di trasmettere conoscenze, formare nuove generazioni di artigiani e artigiane e riconoscere il valore culturale e identitario di questi mestieri. «Se perdiamo questi saperi – chiosa Marcis – perdiamo una parte della nostra identità». E forse è proprio sulla consapevolezza di questo rischio che sarebbe necessario spostare le riflessioni attorno al tema dell’artigianato. Sulle mani che continuano a lavorare la materia, trasformando legno, argilla e tessuti in oggetti che raccontano una Sardegna che cambia, ma che continua a interrogarsi su come custodire e tramandare la propria memoria.