Da Khomeyni alla CIA, ecco gli avvenimenti che hanno portato all’Iran attuale
Quella dell’Iran è una storia lunga tremila anni e conoscerla è fondamentale per capire meglio la situazione attuale di uno dei nodi più importanti della geopolitica globale.
Repressivo e dogmatico eppure latore di una sofisticata tradizione storica e imperiale. L’Iran è un’entità multiforme, che supera la sua veste attuale per lanciarsi indietro di quasi tremila anni, verso la genesi di uno dei più grandi imperi che la storia ci ha consegnato. Originata dai Medi – popolo indoeuropeo proveniente dall’altopiano iranico – la Persia conosce la sua prima epoca di crescita e prosperità con la dinastia degli Achemenidi, regnanti nella regione mediorientale dal VI secolo a.C.
Raggiunto il periodo di massima espansione, con un territorio che andava dal fiume Indo al Mar Egeo e fino al delta del Nilo, l’impero persiano viene sconfitto e ridimensionato da Alessandro Magno. Da lì inizia un periodo di nuova prosperità fino alla conquista islamica sotto la bandiera del califfato omayyade, al quale seguono alcune dinastie intermedie che a loro volta precedono l’occupazione mongola. L’Ilkhanato di Hulegu Khan precede una svolta determinante nella storia persiana, ovvero l’ascesa dei Safavidi, dinastia di origine turco-azera che impone lo sciismo come religione predominante. La contaminazione turcica inoltre rimarrà una caratteristica peculiare dell’impero.
All’inizio del XX secolo i Quajari cedono il passo all’ultima dinastia della storia persiana: nel 1925 l’ufficiale dell’esercito Reza Khan depone il suo predecessore diventando shah-in-shah con il nome di Reza Khan Pahlavi. L’autoritario regnante intraprende una politica di modernizzazione dello Stato orientata in gran parte verso lo sviluppo dell’arsenale bellico e finanziata tramite il rilascio di concessioni estrattive a favore di compagnie petrolifere occidentali – su tutte l’attivissima Anglo-iranian oil company (AIOC).

L’avvicendamento del figlio Mohammed Reza Pahlavi nel 1941 non cambia la direzione della politica domestica, ma nel giro di pochi anni lo scià si trova a fronteggiare una crisi interna generata dal malcontento del popolo, unitamente a un asservimento ritenuto inopportuno nei confronti delle potenze occidentali, promotrici di un rapporto amichevole ma innegabilmente predatorio nei confronti dell’Iran e allo stesso tempo preoccupate che l’impero cedesse alle lusinghe sovietiche.
Nel 1953 il primo ministro Mohammad Mossadeq, nazionalista laico e ardente sostenitore di una svolta democratica nella politica iraniana, nazionalizza l’industria petrolifera negando alla britannica AIOC il rinnovo delle concessioni estrattive e affidandole alla costituenda National Iranian Oil Company. Diverse riforme sociali imprimono alla nazione una svolta democratica e progressista, alimentando le speranze del popolo iraniano di allentare la posizione di privilegio delle classi dominanti, ma la situazione precipita rapidamente.
Preoccupata che l’Iran esca dall’orbita di controllo occidentale, la CIA rimuove Mossadeq, poi formalmente deposto dallo scià, il quale in seguito, preoccupato della reazione popolare, ripara prudentemente in Italia. Il ristagno clientelare di pochi anni prima si ripristina rapidamente, la repressione interna da parte della polizia segreta, la Savak, viene intensificata, ma i semi per una svolta nuova e determinante vengono gettati.
Il cambiamento cresce e si sviluppa nell’unico spazio urbano ancora impenetrabile per la tentacolare polizia politica: il bazar, multiforme crogiolo di socialità che circonda le moschee. I proseliti del carismatico Ruhollah Khomeyni si moltiplicano grazie musicassette clandestine e la rivolta – non violenta – cresce e si allarga. In pochi mesi è incontenibile e lo scià, consigliato dagli americani, abbandona il paese lasciando il potere nelle mani della nuova costituita Repubblica islamica.
Orribilmente repressiva, la teocrazia si trova rapidamente coinvolta in fatti violenti: l’Iraq di Saddam Hussein invade il Kurdistan iraniano dando inizio a un conflitto che si protrarrà per otto anni – nelle fasi iniziali la stessa Israele offre all’Iran un prezioso aiuto militare. La dimensione imperiale dell’Iran non viene però mai meno: variopinta amalgama di popoli ed etnie, l’Iran attuale sconta ricorrenti tensioni dovute ai rapporti controversi dei dominanti persiani con le combattive minoranze che ne compongono la popolazione.
Repressivo e dogmatico eppure latore di una sofisticata tradizione storica e imperiale
Stanziati a ridosso dei confini turco e iracheno, i curdi sono duramente repressi dal governo centrale. La loro dissidenza è affidata soprattutto ai vicini sodali iracheni, più autonomi e ben più strutturati, e sovente utilizzata dai rivali occidentali dell’Iran come leva strategica. Situazione simile ma meno conosciuta quella della minoranza sud-orientale dei Beluci, ben più consistente nel vicino Pakistan – il Belucistan è una delle più grandi e popolose province pakistane –, ma presente in numero non trascurabile anche nello Stato islamico.
Estremamente sfavorevole è anche la posizione della minoranza araba, oggetto di gravi discriminazioni e ricorrenti azioni repressive. Alquanto particolare è invece la situazione degli azeri iraniani: le tre regioni settentrionali – insieme allo Stato vero e proprio – compongono infatti quello si può considerare il “grande Azerbaijan”, un territorio culturalmente e linguisticamente omogeneo che contiene una popolazione di quasi 25 milioni di abitanti, più di metà della quale sudditi di Teheran.
Questa minoranza è perfettamente integrata nella società iraniana, al punto da arrivare addirittura a collocare suoi membri in ruoli di vertice dell’èlite politica, militare e religiosa – lo stesso Ali Khamenei era di origine azera per parte di padre. Le rivendicazioni sono sporadiche e i rapporti di questi allogeni con l’etnia imperiale sono pacifici, benché di reciproca diffidenza.
Il dispiegamento della dimensione imperiale iraniana si completa con gli alleati esterni al territorio persiano, uniti da un sentimento di fratellanza islamica e, forse più prosaicamente, da un disegno di controllo del quadrante mediorientale – da Hezbollah in Libano all’Iraq sciita, dall’ormai reietta famiglia Assad al combattivo Ansar Allah yemenita. L’Iran lotta ora più che mai per la propria sopravvivenza, diviso fra l’assertività israelo-americana e il nostalgismo per la teocrazia dittatoriale, lusingato da aspirazioni di cambiamento, ma sempre fatalmente affezionato al suo millenario retaggio.
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