11 Lug 2019

Lasa Andè, la borsa del “lasciareandare” continua a viaggiare

Scritto da: Elisabetta Elia

La borsa che viaggia chiamata simbolicamente Lasa Ande’, che in dialetto romagnolo significa “lasciare andare”, allarga la sua rete e sbarca in Libano dove assume un significato importante e curativo: quello di liberarsi anche dai traumi di guerra. E qui, dove tutto è da ricostruire, il progetto assume nuove forme, coinvolge la popolazione locale e promuove l'economia circolare.

È passato circa un anno da quando abbiamo parlato della Lasa Ande’ , la borsa del “lasciareandare” ideata da Federica Zamagna. Un oggetto che è qualcosa di più di un manufatto di tela con dentro un diario, ma che è piuttosto legato ad una filosofia ben precisa: quella del lasciare andare ciò che non rende felici, partendo dal liberarsi di un semplice oggetto materiale.

 

Da quel giugno 2018, la Lasa Ande’ ha viaggiato e ha superato i confini italiani, arrivando in Libano. Un paese diverso, con problemi legati alle guerre e ai profughi siriani, dove il lasciare andare assume un significato differente, eppure altrettanto importante e curativo.

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La decisione è nata dopo una breve esperienza di volontariato la scorsa estate: «Anche questa volta ho deciso di ‘lasciareandare’. Mi sentivo richiamata da quel posto e così ho fatto il salto: ho rifiutato l’incarico che avevo ricevuto a scuola e sono partita per portare la Lasa Ande’ in Libano», spiega Federica (in arte Feffe’). «Così sono ripartita da zero: ho iniziato a cercare donne interessata alla Lasa Ande’, prima attraverso la mediazione delle ONG, che però rappresentavano un filtro troppo forte tra me e queste donne, poi in autonomia».

 

Lei la definisce una forte esperienza di resilienza, viste le difficoltà: «All’inizio ho avuto molti problemi nel mettermi in contatto con queste donne e nel far passare la vera filosofia del progetto, ma la cosa più complessa è stata far produrre borsa e diario in Libano, trovando una stoffa che fosse autoctona e qualche azienda che producesse il notebook».

 

L’idea di creare un’economia circolare, infatti, è un’altra delle basi della Lasa Ande’, assieme alla necessità di essere più sostenibili e di lasciare andare negatività e cose materiali, due elementi di cui la società di oggi è impregnata, quasi dipendente. «Nel momento in cui sono riuscita a relazionarmi direttamente con queste donne – libanesi, palestinesi, siriane – e a spiegare loro il progetto, ho ricevuto una risposta entusiasta e così siamo partite col progetto anche qui, dove ormai vivo dall’autunno scorso e dove queste donne produrranno concretamente queste borse».

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Federiza Zamagna e una delle sarte che realizza le borse in Libano


 

In un paese dove tutto si sta ricostruendo e i traumi sono legati ad eventi come guerra e povertà, i progetti legati al ‘lasciareandare’ si diversificano, assumono anche altre forme. E così Feffe’ ha ideato, per il prossimo autunno, una carovana di meditazione da portare in giro in Libano in bici. «Il progetto è nato perché in questi mesi ho fatto un corso per diventare insegnante di mindfulness: la meditazione può aiutare le persone che sono passate attraverso esperienze traumatiche come la guerra», ci spiega lei. «Qui infatti avevo notato che le persone non stavano mai ferme: è l’effetto della guerra, dell’allerta costante. La meditazione può aiutarle tantissimo».

 

Il progetto è questo: muoversi in bici, Federica e Ana Bogner, musicista tedesca che accompagnerà le sessioni di meditazione con composizioni dal vivo attraverso un computer portatile, e portare la meditazione nei villaggi, nei campi profughi, ma potenzialmente anche in altri luoghi come carceri o scuole. Con loro anche un’arte-terapista italiana, Marilena Pilla. «È un progetto che stiamo ancora definendo, ma che si sposa molto con i bisogni del luogo e anche con la sua natura: la musica, infatti, è un elemento fondamentale, che tra l’altro riveste una certa importanza per le persone libanesi».

 

Se in questo caso non ci sono borse e diari, il lasciare andare è evidente: non saranno le parole ad esprimerlo, ma il silenzio delle persone, accompagnato da alcune note musicali.

 

 

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