25 Marzo 2026 | Tempo lettura: 6 minuti

Borghi, memoria e futuro: la sfida del turismo culturale

Un patrimonio diffuso, spesso invisibile, che può ridare vita ai borghi dell’entroterra ligure: il turismo culturale come occasione di rinascita, tra memoria, paesaggio e nuove prospettive.

Autore: Emanuela Sabidussi
Tra le montagne e le api della Val Pennavaire una storia di cambiamento4
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Quando si parla di turismo, in particolar modo in regioni come la Liguria, vengono richiamate alla mente immagini di tramonti colorati sul mare o magari di piatti succulenti e prelibati. O ancora di trekking in gruppo per ammirare paesaggi meravigliosi a metà tra mare e montagna. Ma c’è un turismo più silenzioso che riesce a muovere un numero sempre maggiore di persone, spingendole a visitare cittadine, borghi, piccoli paesi, alla ricerca delle unicità che hanno da offrire.

Parliamo del turismo culturale, che si è affermato come uno dei pilastri del viaggio in Italia – una meta che da questo punto di vista ha sempre avuto tantissimo da offrire –, ben oltre la dimensione di nicchia a cui spesso viene associato. Secondo i dati di ENIT e ISTAT, oltre la metà dei visitatori stranieri sceglie il nostro Paese anche – e spesso – per il suo patrimonio storico, artistico e identitario.

Una chiave decisiva per il futuro del turismo

È proprio qui che emerge una contraddizione interessante, soprattutto guardando alla Liguria. Nonostante un patrimonio storico e culturale estremamente ricco, questo territorio continua a essere percepito prevalentemente come meta balneare. I dati regionali e le elaborazioni di Regione Liguria indicano che la grande maggioranza dei flussi turistici si concentra ancora lungo la costa, mentre l’entroterra intercetta una quota minoritaria, spesso inferiore al 10% delle presenze complessive.

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Primo piano del professor Gino Rapa tra i vicoli di Albenga (SV)

Eppure è proprio nelle aree interne che il turismo culturale trova il suo terreno più fertile. Qui si registra una crescita costante, seppur ancora contenuta nei numeri assoluti, legata alla riscoperta dei borghi, dei percorsi storici e delle tradizioni locali. Sempre più viaggiatori cercano esperienze autentiche, lontane dalla congestione delle mete più note, e trovano nelle vallate liguri una risposta concreta. Un turismo che osserva il passato, creando opportunità per il futuro del territorio e dei suoi abitanti.

A raccontarmelo è Gino Rapa, ex insegnante di latino e greco del liceo di Albenga, oggi attivo nella promozione culturale e sociale del territorio attraverso l’associazione Fieui di Caruggi. Il suo sguardo parte proprio da Albenga, città che definisce senza esitazioni “un museo a cielo aperto”, capace di attirare negli ultimi anni un numero crescente di visitatori, dalle scolaresche ai turisti stranieri. Le stratificazioni storiche – dall’epoca romana al medioevo fino ai giorni nostri – sono visibili ovunque, rendendo la città un punto di riferimento per un turismo che cerca senso, memoria e bellezza.

Valli interne e turismo culturale

Ma è appena oltre, nelle vallate interne come la Val Pennavaire, che si apre uno scenario ancora più promettente e al tempo stesso fragile. Qui il patrimonio culturale è diffuso, spesso poco conosciuto, ma straordinariamente ricco. Tradizioni, architetture, musei, tracce archeologiche, produzioni locali: un insieme di elementi che, se messi in rete, potrebbero dar vita a un’offerta turistica autentica e sostenibile.

Quello culturale è un turismo che può contrastare uno dei problemi più impellenti delle aree interne: lo spopolamento

«Il turismo culturale – spiega Gino Rapa – è un turismo estremamente sostenibile. Il visitatore che esplora le nostre vallate rimane incantato da un ambiente che è ancora incontaminato. I livelli di inquinamento sono molto bassi e c’è una qualità della vita stessa che ormai in molte cittadine della costa o in centri più grandi non si trova più.» Come sottolinea Rapa infatti, il turismo culturale – in questo contesto, ma non solo – non è solamente un’opportunità economica, ma una vera e propria strategia di rigenerazione territoriale. 

A differenza di altre forme più impattanti, questo è infatti «un turismo che non genera danni». Non consuma il territorio, non lo snatura, anzi lo valorizza, contribuendo a mantenerlo vivo. È un turismo che porta benefici diffusi: favorisce la nascita di piccole attività ricettive, ristoranti, servizi locali e può creare nuove opportunità di lavoro, anche per le giovani generazioni.

Cultura? Sì, grazie!

L’entroterra ligure è costellato di testimonianze storiche spesso poco o per nulla conosciute. Elencandone alcune, il professor Rapa si entusiasma: «Antichi insediamenti, grotte preistoriche, castelli, chiese affrescate. Un patrimonio diffuso che, in altre regioni, sarebbe probabilmente già al centro di percorsi turistici strutturati. In Val Pennavaire e nelle zone limitrofe, ad esempio, si possono incontrare luoghi di grande fascino come il castello di Alto, quello di Castelvecchio di Rocca Barbena o il borgo fortificato di Zuccarello». 

turismo culturale
Strumenti musicali realizzati da Artigiano del suono, da zucche, ed esposti presso il museo della zucca a Castelbianco (SV)

A questi si aggiungono testimonianze ancora più antiche, come le grotte della zona di Erli, che raccontano la presenza dell’essere umano fin dalla preistoria. «E poi ci sono le “perle nascoste”, come le piccole chiese affrescate che punteggiano il territorio, come quella dedicata a San Giorgio a Campochiesa», aggiunge Rapa. «Alcune custodiscono cicli pittorici di grande valore, come quelli ispirati alla Divina Commedia, visitati da studiosi ma spesso ignorati dagli stessi abitanti della zona». 


Nuove forme per rivivere i borghi

Soprattutto è un turismo che può contrastare uno dei problemi più impellenti delle aree interne: lo spopolamento. Molti borghi dell’entroterra ligure, negli ultimi decenni, hanno visto diminuire drasticamente la popolazione, con il rischio concreto di perdere non solo abitanti, ma anche identità e memoria. Attirare visitatori dalla costa, invitarli a scoprire questi luoghi, significa innescare un circolo virtuoso che può contribuire alla loro sopravvivenza.

Negli ultimi anni, alcuni segnali in questa direzione sono già visibili. L’aumento del lavoro da remoto ha portato diverse coppie giovani a trasferirsi nei borghi dell’entroterra, alla ricerca di una qualità della vita più alta. Qui trovano un ambiente ancora incontaminato, aria pulita, acqua di qualità e ritmi più umani. Un contesto che, sempre più spesso, diventa anche attrattivo per chi viaggia.

La cultura del cibo

«A questo si aggiunge il valore crescente dell’enogastronomia locale. Prodotti come la patata di Alto, la rapa di Caprauna – oggi presidio Slow Food – o le ciliegie di Castelbianco rappresentano non solo eccellenze agricole, ma veri e propri elementi identitari», conclude il professor Rapa. «Intorno a questi prodotti stanno nascendo nuove realtà ristorative capaci di attrarre visitatori anche dalla costa, creando un ponte tra mare e entroterra». È qui che emerge una delle sfide principali: trasformare questa ricchezza diffusa in un racconto coerente, accessibile e coinvolgente per tutti.