23 Marzo 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Il diritto al lavoro in un sistema che limita le donne. Intervista alla sociologa Maria Letizia Pruna

In Sardegna le donne lavorano meno degli uomini ma in condizioni più precarie e sottopagate. Ne parliamo con Maria Letizia Pruna, ricercatrice in Sociologia dei processi economici e del lavoro.

Autore: Sara Brughitta
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Le donne lavorano di più e guadagnano di meno. In Sardegna sono prima di tutto i numeri a raccontare una disparità strutturale: il tasso di occupazione femminile è inferiore di oltre 14 punti percentuali rispetto a quello maschile – 50,5% contro 64,7% –, quasi una donna su due in età lavorativa ha smesso di cercare un impiego e, quando lo trova, si tratta spesso di lavoro precario, part-time involontario e sottopagato.

A questo si aggiunge un carico che troppo spesso resta invisibile: il cosiddetto lavoro di cura, una occupazione de facto seppur non retribuita – che comprende ad esempio i bisogni di assistenza o il lavoro domestico – ancora oggi quasi interamente sulle spalle delle donne. Virginia Woolf scriveva che “non ci sono barriere, serrature né chiavistelli che possiate imporre alla libertà della mia mente”. Eppure, nella realtà, le barriere esistono: sono muri di vetro, apparentemente invisibili, contro cui le donne continuano a sbattere. Tra coloro che le rendono visibili c’è la sociologa Maria Letizia Pruna, con un’analisi che ne mette a fuoco la persistenza e la possibilità, ancora aperta, di infrangerle.

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Immagine di repertorio Canva

Molti lavori di cura sono ancora oggi prevalentemente svolti da donne. In una Sardegna segnata da spopolamento e bassa natalità, come si traduce questo fenomeno?

L’invecchiamento della popolazione è l’effetto di due fenomeni: il calo della fecondità, ormai tra i più bassi, e l’allungamento della speranza di vita. Le bambine e i bambini che nascono oggi hanno aspettative di vita che superano gli 80 anni, con differenze di genere: in Sardegna ci sono circa 5 anni di scarto tra uomini e donne. 

La popolazione centenaria in Sardegna, come altrove, è prevalentemente femminile: siamo l’isola delle centenarie, nonostante si celebrino soprattutto i centenari uomini – le donne ultracentenarie sono quasi il quintuplo rispetto agli uomini. Comunque, sebbene si viva più a lungo, gli anni di vita in buona salute non sono molti. Abbiamo quindi una popolazione che invecchia, ma non sempre bene, e le donne sono più soggette a determinate patologie.

Qual è il quadro del lavoro di cura in questo contesto?

Ci troviamo in una situazione complessa: nascono pochi bambini, molti giovani – soprattutto donne – lasciano l’isola e c’è una bassa percentuale di persone migranti, che generalmente svolgono lavori di cura. In Sardegna, però, si registra un fenomeno particolare: molti lavori di cura, come quelli di colf e assistenti familiari, sono svolti da donne sarde.

Esiste quindi un vero e proprio esercito di donne che si dedica a questa professione e fortunatamente oggi c’è anche un inquadramento professionale: nei casi in cui i contratti vengano rispettati, si tratta di un’occupazione con un riconoscimento dignitoso rispetto al passato. Diverso è il caso del lavoro nero. Se allarghiamo lo sguardo, anche il settore turistico – per esempio l’accoglienza – rientra nelle attività di cura, ed è spesso un lavoro fortemente sfruttato e femminilizzato.

Esiste una logica diffusa di sfruttamento, che riflette un atteggiamento imprenditoriale orientato al massimo profitto

Un settore quindi ampio e trasversale. Che caratteristiche ha dal punto di vista occupazionale?

Le professioni legate alla cura, sia immateriale, come i/le assistenti sociali, sia materiale come i/le badanti, sono numerose e largamente femminili, anche se la componente maschile sta lentamente aumentando: quando migliorano le condizioni lavorative, queste professioni diventano più appetibili anche per gli uomini. Il tasso di occupazione femminile in Sardegna è del 53,8%, uno dei più alti del Mezzogiorno. Questo risultato è dovuto soprattutto alle donne. Le politiche pubbliche hanno inciso in parte, ad esempio con leggi regionali a sostegno delle persone non autosufficienti, che hanno fornito alle famiglie risorse per assumere assistenti in modo regolare.

Ma cosa accade se si guarda alla qualità del lavoro?

Se passiamo dalla quantità alla qualità, emerge una situazione diversa: sfruttamento nelle retribuzioni, applicazione impropria dei contratti, part-time fittizi che comportano una contribuzione previdenziale ridotta. Il rischio è quello di avere, in futuro, anziane ancora più povere rispetto ad oggi. I datori di lavoro che lamentano la mancanza di personale qualificato spesso non vogliono riconoscere salari adeguati: il personale qualificato, quindi, si sposta altrove. Esiste una logica diffusa di sfruttamento, che riflette un atteggiamento imprenditoriale orientato al massimo profitto, anche e soprattutto a scapito di lavoratrici e lavoratori.

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Immagine di repertorio Canva

Esistono esperienze di resistenza a queste dinamiche?

L’Ogliastra offre un esempio significativo. Nell’estate del 2020, a Cala Gonone, un gruppo di 50-60 lavoratrici del villaggio Palmasera ha rifiutato nuove condizioni imposte da una società subentrata nella gestione. L’esternalizzazione del lavoro delle cameriere ai piani comportava più lavoro e meno salario. Le lavoratrici hanno rifiutato, sono state sostituite, nonostante ciò sostenevano: “Abbiamo perso ma se avessimo accettato, cosa avremmo vinto?”

Il fatto che le lavoratrici siano state sostituite facilmente può essere imputato alla carenza della cosiddetta coscienza di classe?

Sì, è il risultato anche di un processo di frammentazione del lavoro, avviato dagli anni ’90, che ha moltiplicato i contratti e reso difficile costruire rivendicazioni comuni. In contesti come gli ospedali, dove convivono lavoratrici e lavoratori assunti direttamente e altri tramite agenzie interinali, è difficile sviluppare interessi condivisi. Nel caso di Dorgali, si sarebbe potuta attivare una solidarietà comunitaria femminile, ma ciò non è avvenuto, anche perché alcune lavoratrici erano considerate “privilegiate” avendo continuità occupazionale stagionale, e questo ha generato conflittualità.

Quanto incidono le disuguaglianze di genere nei percorsi formativi e professionali?

Anche nei percorsi di istruzione persistono differenze di genere. Negli istituti alberghieri, ad esempio, alcune ragazze raccontano di aver incontrato resistenze – non esplicite, ma evidenti – nei percorsi, per cui vengono indirizzate maggiormente ai ruoli di reception che in cucina. Si tratta di una forma di segregazione occupazionale: nei livelli più alti e prestigiosi della ristorazione prevalgono gli uomini. Questo non è dovuto a incapacità, ma a un sistema che continua a limitare il riconoscimento delle donne.

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Immagine di repertorio Canva

Emerge anche il tema del riconoscimento.

Spesso le donne non vengono considerate voci autorevoli, anche quando lo sono. La stessa dinamica si ritrova nel racconto pubblico: in Sardegna si parla di “isola dei centenari”, al maschile, nonostante le donne siano la grande maggioranza. I dati del 2025 indicano 125 uomini ultracentenari contro 547 donne. Lo stesso schema si ripete nel discorso sull’immigrazione: la figura della persona migrante è rappresentata come maschile, spesso associata a stereotipi che lo vogliono nero, di religione musulmana e povero. In realtà, circa la metà delle persone migranti sono donne, molte provenienti dall’Est Europa. Tuttavia, le loro esperienze restano invisibili e mancano politiche specifiche.

Questa invisibilità ha conseguenze anche sul piano sociale ed economico?

Sì. Il cittadino tipo è pensato come uomo, così come il lavoratore o il disoccupato. La disoccupazione femminile viene considerata meno grave, perché il lavoro delle donne è visto come accessorio. Ma oggi aumentano le famiglie monogenitoriali e unipersonali, spesso sostenute da donne. Esistono poi dinamiche per cui l’ingresso delle donne in alcune professioni ne riduce il prestigio sociale. In altri casi, invece, quando il prestigio cresce, aumentano gli uomini, soprattutto nei ruoli dirigenziali.

In conclusione, quali dovrebbero essere le priorità per il futuro?

È necessario individuare le discriminazioni, anche quelle più sottili, come le domande personali nei colloqui, e una volta individuate vanno pesantemente sanzionate. Servono strumenti istituzionali efficaci: alcune strutture esistenti risultano poco determinanti, mentre sarebbe importante rafforzare figure come la consigliera regionale di parità. Un altro elemento fondamentale resta l’istruzione: le donne con titoli di studio elevati hanno tassi di occupazione simili agli uomini. In Sardegna, dove le donne sono mediamente più istruite, questo rappresenta una leva importante, non solo nel lavoro ma anche nella partecipazione sociale e politica, dando la possibilità di assumere ruoli di rappresentanza.