3 Marzo 2026 | Tempo lettura: 5 minuti
Ispirazioni / Io faccio così

Lebiu, la startup sarda che produce materiali locali ed ecologici usando gli scarti del sughero

Fabio Molina è il fondatore della startup Lebiu, che in sardo significa “leggerezza” e richiama l’essenza naturale del sughero, simbolo di un processo di upcycling che trasforma scarti in risorsa.

Autore: Sara Brughitta
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La sostenibilità, essendo uno dei temi caldi del nostro tempo, è a mano a mano diventata una parola onnipresente nel linguaggio quotidiano e dunque anche in quello della moda e del design. Materiali green, alternative alla pelle, fibre riciclate: etichette che fanno pensare a un minore impatto ambientale, ma che spesso semplificano processi complessi e filiere opache.

In questo contesto Lebiu, startup sarda che lavora sul recupero degli scarti del sughero per trasformarli in biomateriali destinati al design, al packaging e alla moda, più che proporre una narrazione salvifica, racconta un percorso fatto di compromessi e vincoli strutturali. Parlare di sostenibilità significa quindi interrogarsi non solo su cosa renda un materiale sostenibile, ma su quali limiti economici, territoriali e industriali attraversano oggi chi prova a costruire un’alternativa.

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Fabio Molina, fondatore della startup che guarda agli scarti del sughero come risorsa

L’idea (e la realtà) di Lebiu

Lebiu nasce nel 2021 a Calangianus, in Gallura e non per caso. Fabio Molina, il fondatore, ha vissuto e lavorato all’estero, sentendo a un certo punto la necessità di tornare. «Avevo bisogno di stare vicino ai miei cari – racconta –, ma anche di creare qualcosa di nuovo, qualcosa che avesse senso qui». Restare sull’isola, per quanto le narrazioni insistano sulla vita lenta, immersi nella natura e con il mare a un tiro di schioppo per un tuffo rigenerante, non è una scelta romantica, ma una decisione che porta con sé complessità: burocrazia, costi più alti, tempi più lunghi.

«Fare industria in Sardegna – spiega – ha un costo che può arrivare anche al 15/20% in più rispetto alla terraferma, solo per i trasporti». Eppure è proprio qui che prende forma l’idea di Lebiu: partire da ciò che esiste già, da un materiale profondamente legato all’economia locale come il sughero, e interrogarsi su ciò che resta. «Il sughero è sempre stato intorno a me, era un materiale che vedevo ogni giorno, ma che veniva considerato scarto una volta finito il suo ciclo principale». Così, le polveri destinate allo smaltimento diventano il punto di partenza per un materiale nuovo.

Dallo scarto del sughero al materiale

Il processo sviluppato da Lebiu dunque recupera il polverino di sughero e lo trasforma in un biomateriale destinato a diversi settori, dal design alla moda. La filiera è corta, prevalentemente italiana, con una forte concentrazione in Sardegna. Ma anche qui, il racconto si allontana dalle semplificazioni. «Se dovessimo essere sostenibili al cento per cento dovremmo vivere chiusi in casa, non comprare niente, non muoverci. Non esiste un processo a impatto zero», chiarisce Molina. «Quello che possiamo fare è massimizzare i processi perché siano meno impattanti possibile».

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Dettaglio su alcuni dei prodotti Lebiu realizzati dagli scarti del sughero

La produzione avviene a freddo, con un consumo d’acqua ridotto e un indice di emissioni di CO₂ che si aggira intorno a 1,2-1,5 chili per metro quadrato di materiale. Un valore molto più basso rispetto a materiali come la pelle, che può arrivare a 50-60 chili di CO₂ per metro quadrato. Eppure restano punti critici: l’uso di leganti, la logistica, il trasporto dei materiali. «Ogni passaggio aggiunge complessità: ricevi il materiale, lo controlli, lo spedisci, lo stocchi. La logistica è forse l’aspetto più impattante».

Uno dei nodi centrali riguarda il costo. Nelle fasi iniziali, Lebiu aveva raggiunto livelli molto elevati di sostenibilità e performance, ma il prezzo del materiale risultava fuori mercato. «Avevamo un prodotto di altissima qualità ma costava talmente tanto che nessuno avrebbe potuto usarlo». Da qui nasce una seconda fase di sviluppo: abbassare i costi senza svuotare il progetto dei suoi valori, poiché «puoi fare il materiale migliore del mondo ma se non rientra in una fascia di prezzo utilizzabile, non serve a niente». 

Nel settore della moda e del design, il concetto di sostenibilità viene spesso semplificato. «Oggi tutto diventa sostenibile – osserva Fabio Molina –, ma sostenibile per cosa e per chi?». Il rischio di greenwashing resta elevato: molti materiali etichettati come riciclati sono in realtà mescole difficili da separare, che rendono complesso il riciclo a fine vita e, in alcuni casi, comportano emissioni elevate già nella fase di produzione. Questa distanza tra percezione e realtà rende difficile per il consumatore orientarsi. «Il pubblico non ha le informazioni necessarie per capire davvero cosa c’è dietro un prodotto», aggiunge Molina.

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Foto di Lebiu

La sostenibilità rischia così di trasformarsi in un’etichetta rassicurante, più che in un criterio concreto di scelta. Lebiu ha ottenuto diverse certificazioni che attestano la percentuale di carbonio rinnovabile, gestione dei processi produttivi, delle acque reflue e delle condizioni di lavoro. «Le certificazioni controllano tutto il percorso – spiega – dalla materia prima fino al cancello dell’azienda». Tuttavia anche questi strumenti faticano a colmare il divario informativo con il consumatore finale.

Sughero, etica e identità 

Guardando avanti, l’obiettivo di Lebiu non è soltanto migliorare le performance ambientali, ma costruire un materiale riconoscibile. «Vorrei creare un materiale identitario che abbia un forte richiamo alle origini e una proposta di valore umana». Il mercato è dominato dalla standardizzazione, anche per una questione di riduzione di costi, per cui la strategia che vuole percorrere Fabio Molina non è competere sul prezzo, ma sulla differenza, attraverso un materiale che non sia facilmente replicabile, perché legato a una filiera, a un territorio e a una scelta precisa di metodo.

Produrre eticamente è possibile, nonostante tutto, ma ciò che emerge è la necessità di un continuo sguardo verso le nostre scelte, anche e soprattutto come consumatori e consumatrici, senza rincorrere il perfezionismo, ma attraverso una costante riflessione e messa in discussione di ciò che ci riguarda. E una volta fatto? Rifarlo da capo!