6 Marzo 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

“Io mi sento a casa quando”: ecco perché bisogna cambiare la narrazione sulle persone migranti

È il momento di cambiare la visione delle persone con fragilità o con background migratorio. È questo l’obiettivo di IMpatto Inclusivo, da perseguire attraverso una narrazione differente. Punto di partenza, un video dal titolo “Io mi sento a casa quando”.

Autore: Daniel Tarozzi
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Quando si parla di migrazioni, la mente attiva subito dei pre-concetti, degli stereotipi e delle posizioni preconfezionate che, qualunque sia la propria posizione sul tema, generano una percezione distorta, che categorizza e limita milioni di esseri umani in un cliché finendo con il cancellare la loro identità. Se questo è vero in generale, lo è ancor di più in luoghi che spesso assurgono alle cronache.

Un esempio è quello del confine di Ventimiglia, la provincia di Imperia, i flussi raccontati come emergenza, i volti che diventano simboli di dolore, di pericolo e che magari vengono strumentalizzati in un verso o nell’altro da questo o quel politico. Nel tempo queste rappresentazioni si sono sedimentate fino a trasformarsi in una lente stabile attraverso cui leggere ogni percorso individuale, ogni mondo interiore.

Dentro questo paesaggio simbolico si colloca IMpatto Inclusivo, una rete di realtà del territorio nata nel quadro del programma Territori Inclusivi della Fondazione Compagnia di San Paolo. Per diciotto mesi il progetto ha lavorato su ambiti concreti come casa, lavoro, orientamento e benessere, costruendo percorsi di accompagnamento per persone con fragilità e background migratorio. Accanto alla dimensione operativa, la rete ha scelto di intervenire su un piano meno consueto nei progetti sociali: quello della narrazione.

A coordinare IMpatto Inclusivo è Anna Fraioli, progettista sociale attiva da anni nella provincia di Imperia. Quando le chiedo cosa significhi cambiare narrazione, risponde così: «Significa lavorare per cambiare la visione delle persone con fragilità o con background migratorio nel nostro contesto». Il contesto è quello imperiese, fatto di piccoli centri e relazioni ravvicinate. Per Fraioli il punto è spostare lo sguardo dalla figura del “ragazzo che arriva col barcone” verso la persona nella sua interezza. Una persona con competenze, desideri, potenzialità, capace di contribuire alla vita collettiva.

Nei primi mesi la rete ha attraversato un percorso di formazione e capacity building proprio su questo tema. Per il territorio si è trattato di un passaggio nuovo. Operatrici e operatori abituati a lavorare sull’inclusione hanno iniziato a interrogarsi sul linguaggio, sulle immagini utilizzate, sui sottintesi che accompagnano anche la comunicazione quotidiana. «È un processo difficile – racconta Fraioli – perché la narrazione è intrinseca in ognuno di noi».

Anche chi opera con intenzioni di cura può scivolare in una distinzione implicita tra chi aiuta e chi viene aiutato. La sorpresa è arrivata proprio da questa presa di coscienza. «Ci siamo accorti che esiste questo pensiero stereotipato che crea una distinzione fra noi e loro». Da qui si è aperto un lavoro di riallineamento. La fragilità viene riconosciuta come una condizione che attraversa una fase della vita, mentre l’identità della persona resta più ampia, fatta di risorse, aspirazioni, capacità di generare valore per il territorio.

Cambiare narrazione significa far emergere storie che normalmente non vengono raccontate e scegliere con attenzione il modo con cui farle conoscere

Il tema della narrazione, in questo quadro, assume una dimensione politica nel senso più concreto del termine. La Fondazione Compagnia di San Paolo insiste su questo aspetto dentro Territori Inclusivi perché le politiche sociali agiscono dentro un immaginario collettivo già formato. Se quell’immaginario è rigido, ogni intervento rischia di essere percepito come concessione o come costo. Se l’immaginario si apre, le stesse azioni vengono lette come investimento comune. Lavorare sulle parole significa intervenire su quella infrastruttura invisibile che orienta le decisioni pubbliche e le relazioni quotidiane.

Nel Ponente ligure questo passaggio assume un peso particolare. Il confine ha reso il territorio un luogo simbolico nel racconto nazionale delle migrazioni. Intervenire qui sulla narrazione significa misurarsi con immagini forti e radicate. La rete ha scelto di farlo a partire dall’esperienza concreta delle persone, cercando di tenere insieme dimensione materiale e dimensione culturale.

Il video “Io mi sento a casa quando”, realizzato al termine dei diciotto mesi di progetto, raccoglie questa traiettoria. Le testimonianze mostrano storie diverse che convergono su elementi comuni: casa, lavoro, famiglia, benessere mentale, integrazione nel territorio. «Ognuno ha la sua storia e il suo background – spiega Fraioli – ma mettendole vicine sono molto simili». Il bisogno di stabilità come individuo nel mondo attraversa chi arriva da altri Paesi e chi vive da sempre nella provincia di Imperia.

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Il lavoro sulla narrazione si intreccia anche con la comunicazione verso l’esterno, soprattutto nel rapporto con gli enti pubblici. Qui la sperimentazione è solo all’inizio. Tradurre un cambio di sguardo in pratiche istituzionali richiede continuità e coerenza. La narrazione orienta le priorità, definisce le categorie con cui si leggono i fenomeni, incide sulle scelte.

Tutte le esperienze coinvolte in IMpatto Inclusivo indicano che la realtà è più articolata rispetto alla rappresentazione polarizzata che domina nel dibattito pubblico. Le persone cercano condizioni di vita dignitose, relazioni significative, possibilità di partecipazione. La rete ha lavorato su questi ambiti in modo integrato, costruendo connessioni che tengono insieme servizi, accompagnamento e riconoscimento reciproco.

Cambiare narrazione significa allora far emergere storie che normalmente non vengono raccontate e scegliere con attenzione il modo con cui farle conoscere. Significa far emergere punti di contatto che permettono a chi ascolta di riconoscersi. In quel riconoscimento si gioca una parte della coesione sociale a cui mira Territori Inclusivi. Come abbiamo riassunto alla fine del video che accompagna questo articolo, “la casa non è un luogo. È qualcosa che costruiamo insieme”. E allora costruiamola questa casa, mattone dopo mattone.