La simbologia come struttura della realtà, dal centro al vertice
Un’analisi sulla simbologia delle forme come struttura invisibile della realtà di Marta “Jana sa Koga” Serra, curatrice della rubrica sull’esoterismo in Sardegna.
Esistiamo perché incarniamo le forme. Lo facciamo continuamente, per scelta o per delega. Il libero arbitrio entra esattamente qui. Non solo nell’intento generico di non delega, ma nella capacità concreta di riconoscere le strutture attraverso cui ci identifichiamo oppure nell’incapacità di osservarle lasciandole agire senza coscienza. Non si tratta di vedere o non vedere. Le forme nella simbologia sono evidenti. Sono negli spazi che costruiamo, nei modelli che riproduciamo, nei linguaggi che utilizziamo. Il punto è un altro: non le osserviamo per ciò che sono.
Le trattiamo come sfondo, invece sono struttura strutturante e strutturata. Organizzano tutto. Organizzano il modo in cui pensiamo, il modo in cui percepiamo, il modo in cui entriamo in relazione. L’annosa questione del dilemma tra forma e sostanza. Quella forma che orienta il campo in cui le idee diventano possibili. Non è un livello simbolico separato dalla realtà. È la realtà stessa che si dispone in forme. Dentro queste forme ci muoviamo, attraverso esse esistiamo. Che ci piaccia o meno.
La realtà è struttura
Se la forma è ciò che incarniamo, allora il punto successivo è comprendere dove questa forma si origina. La realtà non è un insieme neutro di elementi disposti casualmente. È organizzata. In senso non ideologico, ma strutturale. La materia si dispone secondo modelli, relazioni, direzioni. Ogni fenomeno emerge dentro un campo di organizzazione che ne rende possibile l’esistenza. Questo vale a livello biologico, fisico, percettivo. Non esiste evento senza struttura. Anche la fisica contemporanea, nel momento in cui mette in discussione l’idea di un osservatore esterno e separato, apre una frattura importante: ciò che osserviamo non è indipendente da come osserviamo.

L’atto percettivo interviene, orienta, definisce il fenomeno. Se la realtà si manifesta attraverso forme e se la percezione partecipa a questa manifestazione, allora ciò che chiamiamo realtà-mondo-vita è già il risultato di una relazione strutturata. Non incontriamo mai il reale in modo puro. Lo incontriamo sempre attraverso configurazioni e nel momento in cui queste configurazioni vengono riconosciute, nominate e trasmesse, diventano simboli. O meglio, vengono riconosciuti come tali, il simbolo era già prima che fosse riconosciuto. Il simbolo non rappresenta. Non è un segno che rimanda a qualcos’altro. Non è una metafora. Non è un ornamento culturale.
Il simbolo è una forma operativa che consente di entrare in relazione con una struttura del reale. È una porta. Non qualcosa che si osserva dall’esterno, ma qualcosa che si attraversa. Attraversare una porta implica sempre una trasformazione. Il simbolo opera per livelli, non gerarchici ma concentrici. Attiva comprensione, ma soprattutto attiva comportamento. Non trasmette solo significato. Trasmette modalità di relazione. Quando viene interiorizzato, diventa postura, percezione, abitudine. Diventa struttura incarnata e a questo punto la questione non è più teorica. È pratica, carnale.
La piramide introduce un elemento assiale vettoriale e con essa introduce una separazione
Cerchio centrale e piramide gerarchica
Tra le forme che organizzano il reale, il cerchio è quella basilare e primordiale. Non costruisce gerarchie. Distribuisce. Tiene insieme. Permette la coesistenza senza eliminare la tensione. All’interno del cerchio, il centro non domina. Orienta. Non si impone sugli elementi, ma li tiene in relazione. È un punto di radicamento, un asse che permette agli opposti di coesistere. Questa configurazione si traduce in modi concreti di vivere. Relazione attiva, partecipazione, tempo ciclico. Anche a livello individuale, una coscienza centrata non controlla. Tiene. Non elimina il conflitto. Lo attraversa. Se il cerchio distribuisce, la piramide concentra. Non è semplicemente una forma diversa. È un principio opposto di organizzazione.
La struttura non si sviluppa più in relazione, ma in direzione. Non tiene insieme, ma ordina. Non contiene la tensione, la risolve in una gerarchia. La piramide introduce un elemento assiale vettoriale e con essa introduce una separazione. Alla base c’è la molteplicità. Salendo, gli elementi si riducono, si selezionano, si comprimono. Fino ad arrivare al vertice, dove la pluralità si annulla in un punto unico. Il vertice non è in relazione con la base. È sopra. Tutto questo modifica radicalmente il modo in cui il potere si struttura e si percepisce. Nel cerchio il centro è interno e condiviso. Nella piramide il vertice è esterno e separato. Non emerge dalla relazione, ma dalla differenza.
Il vertice non tiene. Decide. Non orienta. Dirige. Non è attraversato dal sistema. Lo sovrasta. Questa configurazione non è solo architettonica. Diventa rapidamente modello sociale, politico, economico. Introduce una logica di comando e obbedienza, di distribuzione diseguale, di distanza crescente tra chi sta sopra e chi resta sotto. La gerarchia, in questo senso, non è solo una funzione organizzativa. È una forma simbolica interiorizzata. Quando una struttura piramidale viene incorporata, non viene più percepita come una costruzione storica o culturale. Diventa naturale. Inevitabile. L’unico modo possibile di organizzare il reale ed è qui che il simbolo smette di essere riconosciuto come tale e comincia a operare.

Il passaggio dal cerchio alla piramide non è un semplice cambiamento formale. È una trasformazione profonda del modo in cui il mondo viene abitato. Non riguarda solo l’organizzazione del potere. Riguarda la percezione stessa della realtà. Quando il centro si trasforma in vertice, la relazione si spezza. Ciò che prima teneva insieme, ora separa. Ciò che orientava dall’interno, ora si impone dall’esterno. La struttura non è più attraversabile: è scalabile e questo cambia tutto. Cambia il modo in cui si concepisce l’autorità. Cambia il modo in cui si costruisce il sapere. Cambia il modo in cui si vive lo spazio.
Anche il tempo si modifica: da ciclo diventa linea, da ritorno diventa avanzamento. Non è un passaggio neutro. È una riconfigurazione dell’immaginario. Il problema è che questo passaggio non viene percepito come tale, soprattutto nel genere femminile, non è automaticamente percepito come scelta. Si presenta come inevitabile e proprio per questo non viene osservato. Piuttosto si subisce, si collega al dolore dell’ingiustizia e alla rabbia della sottomissione.
La simbologia di ieri e di oggi
La manipolazione non impone contenuti. Stabilisce forme. Definisce il campo dentro cui il pensiero si muove. Architettura, comunicazione, organizzazione sociale: tutto riproduce la stessa struttura. La verticalità diventa norma. Il grattacielo è la piramide contemporanea: visibilità, accumulo, separazione. Non serve spiegare la gerarchia. È già nella forma e quando la forma non viene riconosciuta, diventa realtà. La Sardegna conserva una configurazione diversa. La forma dell’isola è contenitiva. Non emerge, tiene. I nuraghi anelano all’alto ma costruiscono un centro, non un vertice.

I pozzi sacri non scalano, ma discendono e ascendono nel ventre della terra. Le domus de is janas accolgono e abbracciano, non schiacciano. Le tombe dei giganti uniscono maschile e femminile, non sottomettono. Gli alberi crescono per espansione, non per accumulo, sono emblema dell’equilibrio tra alto e basso. Come le radici così le chiome. Struttura toroidale: circolazione, ritorno, distribuzione. Non è passato, è memoria di forma. Anche l’essere umano ha responsabilità in tutto questo: il libero arbitrio non è fuori dalle forme. È nella capacità di riconoscerle. Forma e sostanza non sono separabili. La forma è la sostanza in atto e l’essere umano ha il potere di esercitarne la funzione.
Il simbolo agisce perché struttura il reale e quindi struttura anche le possibilità. La scelta è semplice: attraversare senza coscienza oppure incarnare consapevolmente. Il centro non è solo un luogo. È una postura. Radicarsi significa restare dentro il movimento senza essere trascinati. Non eliminare le strutture, ma riconoscerle. Non subirle, ma incarnarle come un corpo universale. Non siamo fuori dai simboli. Siamo dentro forme che continuamente ci animano. Il simbolo è una porta e l’umano ha la chiave. La differenza è una sola: attraversarla senza coscienza o entrarci scegliendo.
Perché non esiste forma neutra e non esiste esperienza che non sia, in qualche modo, una forma incarnata. Essere nuraghi, domus de janas, pozzi sacri e tombe dei giganti, ma soprattutto boschi e foreste diventa ogni giorno più prioritario. Un uso del libero arbitrio per programmare il grande sogno universale del centro della terra o una delega costante alla catalizzazione per scopi gerarchici e predatori? Oggi la scelta è questa.










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