10 Aprile 2026 | Tempo lettura: 8 minuti
Focus / Polo petrolchimico di Siracusa

Nei territori feriti del polo petrolchimico immaginare il futuro diventa un atto collettivo

Nei territori segnati dal polo petrolchimico di Siracusa, una ricerca antropologica sperimenta un approccio diverso: non studiare le comunità, ma costruire insieme a loro spazi di ascolto e immaginazione per ripensare il futuro.

Autore: Salvina Elisa Cutuli
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In breve

Un’antropologa sta coordinando un lavoro di re-immaginazione del territorio di Siracusa, piegato dall’impatto dell’industria pesante.

  • Nel siracusano c’è il polo petrolchimico, che da decenni porta inquinamento e malattie compromettendo la salute del territorio e di chi lo abita.
  • Nell’ambito di un progetto accademico interdisciplinare, l’antropologa Luisa Mohr sta lavorando proprio su questo territorio insieme agli attori locali.
  • L’obiettivo del lavoro è ricostruire il contesto sociale compromesso dal polo petrolchimico partendo dalla sua re-immaginazione.
  • Del percorso fanno parte anche alcune azioni concrete, come la rigenerazione di una ferrovia dismessa.
  • Un elemento fondamentale è il coinvolgimento attivo della comunità, che da oggetto di studio diventa parte attiva del processo di trasformazione.

Per alcuni luoghi la parola futuro sembra difficile da pronunciare. Lo è, ad esempio, per i territori intorno al polo petrolchimico di Siracusa dove il peso dell’industria si misura nei corpi, nei paesaggi e nelle storie. Eppure è proprio in contesti del genere che c’è chi prova a fare una cosa semplice e radicale allo stesso tempo: fermarsi, ascoltare e tornare a immaginare. Proprio lì dove, oltre ai territori, sono stati feriti anche i sogni e le speranze. Basta uno spazio, delle sedie in cerchio e persone che parlano, o provano a farlo, perché è dall’ascolto e dall’immaginazione collettiva che può nascere un nuovo futuro, oltre le bonifiche e oltre le sole risposte istituzionali.

Questi luoghi sono il cuore della ricerca di Luisa Mohr, antropologa e dottoranda all’Università di Catania, grazie al progetto C-Urge, una rete dottorale interdisciplinare di Antropologia dell’Urgenza Climatica Globale che vede la collaborazione tra quattro università europee – Lovanio (Belgio), Halle-Wittenberg (Germania), Catania (Italia) e Uppsala (Svezia). Il progetto coinvolge anche partner non accademici, praticanti, cittadini, scienziati. A Catania il progetto è seguito dalla professoressa Mara Benadusi del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, da tempo impegnata sui temi del Futuring Ecological Repair per uno sguardo che guarda al futuro, appunto, capace di aprirsi a ciò che è ancora inesplorato e ripensare a come agiamo e viviamo nei momenti di urgenza climatica.

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Insieme ad altri nove antropologi provenienti da diverse parti del mondo, Luisa Mohr sta esplorando come vari attori comprendono e rispondono ai cambiamenti ambientali e come queste esperienze possano ispirare nuovi modi di immaginare e plasmare futuri divergenti. Prima di arrivare in Sicilia non conosceva il polo petrolchimico e le tante ferite provocate, ma era certa di non voler fare ricerca sul territorio ma con le persone che lo vivono.

«Quello che cercavo era soprattutto un modo diverso di fare ricerca che fosse pubblico, collaborativo, non individuale. Il progetto mi ha dato questa possibilità ed è così che sono arrivata qui scegliendo di lavorare su questo territorio all’interno del più ampio tema della transizione energetica. L’antropologia – continua Mohr – non dovrebbe estrarre conoscenza dai territori per portarla altrove. Le persone che vivono questi luoghi sanno molto più di noi, il nostro ruolo può essere quello di creare spazi in cui questa conoscenza emerga e si trasformi in qualcosa di condiviso».

Dalla ricerca al territorio: quando la ricerca diventa comunità

È così che Luisa Mohr si è messa in contatto con l’associazione Piano Terra di Augusta e tutte le altre persone impegnate nel territorio. A loro ha chiesto come fare ricerca insieme, quale tipo di analisi avesse davvero senso in quel contesto. Piano Terra ha messo a disposizione uno spazio fisico e da settembre 2024 ha cominciato a svolgere workshop per creare luoghi pubblici in cui iniziare a porre e discutere domande collettivamente.

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Sentieri Workshop fatto da Anna, Laura e Aurora, studentesse di architettura da Roma (Foto di Laura De Mari)

«La forza di questo approccio sta nel non pensare la ricerca in solitudine. Non si costruiscono insieme solo i contenuti, ma anche il modo stesso di fare ricerca. Ed è proprio questo “come” condiviso a fare la differenza. Non si tratta soltanto di una scelta etica ma di un processo profondamente formativo. Mi permette di imparare direttamente dalle persone, di capire insieme a loro quali domande siano davvero rilevanti, evitando uno sguardo calato dall’alto».

La ricercatrice sottolinea – e questo è un tema molto caro a Italia che Cambia – quanto sia necessario andare oltre la semplice denuncia. Le scienze sociali si sono spesso concentrate sull’analisi del presente, mentre la domanda sul futuro apre uno spazio diverso, quello dell’immaginazione. Non si tratta solo di analizzare ciò che non funziona, ma di chiedersi come vogliamo vivere, cosa significa imparare a immaginare per uscire dalla narrazione per cui “va tutto male”.

I workshop organizzati hanno affrontato temi diversi: dal passato ai luoghi del cuore, dall’ecogiustizia alla bonifica. Dagli incontri è emerso chiaramente che questi temi sono profondamente politici e intrecciati tra loro. Parlare di industria infatti significa parlare anche di lavoro, di ambiente, di possibilità di restare o di andare via, di confini. Tutti aspetti molto presenti in questo territorio. I momenti di confronto inoltre hanno trasformato il percorso in una vera e propria comunità di persone che fanno ricerca insieme.

«A partire dal racconto di esperienze personali risulta evidente che la questione industriale non è mai isolata, è una condizione strutturale che attraversa la vita delle persone e si connette a molti altri ambiti. Anche se non abbiamo trovato soluzioni definitive, abbiamo costruito domande insieme e ci siamo ascoltati. Questo ha aperto uno spazio che molti hanno definito essere “uno spazio di cura”. Imparare ad ascoltare davvero e restare nelle ferite senza cercare subito una soluzione è stato forse uno degli aspetti più significativi di tutto il percorso».

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Un momento di restituzione del lavoro (foto di Daniele Balotta)

Il collettivo Sentieri Immaginari per andare oltre la ricerca universitaria

Grazie a questi incontri, la rete di persone coinvolte ha dato vita al collettivo Sentieri Immaginari con la volontà di continuare mantenendo questa forma di ascolto, ma anche affrontando le ferite e dando spazio a ciò che spesso resta inesprimibile. Oggi il collettivo lavora a un progetto di riqualificazione della ferrovia dismessa di Augusta, sette chilometri di linea che attraversano il territorio e rappresentano uno spazio da ripensare. Attraverso assemblee pubbliche e momenti di progettazione partecipata, tra immaginazione sociale, ecologica e architettonica, si prova a costruire insieme una visione condivisa di ciò che questo luogo potrebbe diventare.

All’inizio, come racconta la ricercatrice, non è stato facile coinvolgere persone nuove, ma a chi da anni è attivo nel territorio si sono avvicinate anche persone meno abituate all’impegno pubblico. Non tutte con continuità, ma di certo in modo significativo. Molte di loro sentivano il bisogno di parlare, di condividere le proprie esperienze legate alla zona industriale. In un territorio così profondamente segnato la partecipazione non è un tema scontato. Alle ferite ambientali si affiancano quelle personali: non sempre è facile esporsi, raccontarsi, prendere parola. Spesso quella che appare come indifferenza è in realtà una forma di difesa, legata al dolore e alle difficoltà.

Quando esistono le condizioni – tempo, cura, spazi accessibili – emerge un bisogno diffuso di incontro: «Mi sento parte di una rete, di un’energia collettiva del fare insieme. Una cosa che a volte mi colpisce è che spesso si dice che di queste industrie non si parla. In realtà attraverso la mia ricerca ho incontrato tantissime persone che avevano voglia di farlo, mi hanno cercata proprio per raccontare, per condividere, per trovare uno spazio in cui esprimersi».

Imparare ad ascoltare davvero e restare nelle ferite senza cercare subito una soluzione è stato forse uno degli aspetti più significativi di tutto il percorso

Immaginare il futuro, senza negare il presente

Il lavoro di Lisa Mohr si inserisce nel filone dell’antropologia pubblica che mette al centro una riflessione fondamentale: la rappresentazione è sempre un atto politico. Il modo in cui raccontiamo un territorio, le parole che scegliamo, le narrazioni che costruiamo hanno un impatto reale e possono esercitare potere. Lo raccontiamo da anni su Italia che Cambia. L’elemento innovativo del suo lavoro di ricerca antropologico è l’uso di un approccio chiamato “sperimentazione etnografica” che va oltre l’antropologia pubblica “classica” e non si limita a rendere accessibili i risultati della ricerca, ma coinvolge le persone nella costruzione stessa del processo, anche nelle sue modalità.

In un territorio segnato da decenni di sfruttamento industriale parlare di futuro può sembrare una nota stonata eppure sono tante le persone che continuano a immaginare, a impegnarsi, a restare, senza negare le ferite. Significa piuttosto restare dentro di esse con onestà, senza smettere di cercare possibilità. Ed è forse proprio da qui che può nascere un cambiamento reale: non da soluzioni calate dall’alto, ma da spazi condivisi in cui le comunità possano tornare a pensarsi. Insieme.

Vuoi approfondire?

Consulta Siracusa, il polo dei veleni, il nostro dossier sul polo petrolchimico di Siracusa.