In Sri Lanka una piccola organizzazione ha sfidato le multinazionali e ridato dignità ai contadini
Podie è un’organizzazione del commercio equo delle spezie dello Sri Lanka. Oggi lavora con migliaia di famiglie rurali, garantendo prezzi più giusti e cercando di difendere insieme reddito agricolo ed ecosistemi. Abbiamo intervistato il suo fondatore e direttore.
Il giallo intenso della curcuma, il profumo agrumato del cardamomo, l’odore pungente dei mix di curry sono stati per anni, in Sri Lanka, sinonimo di sfruttamento in un contesto in cui i piccoli coltivatori sono schiacciati dallo strapotere degli intermediari e delle multinazionali. Oggi però, in alcune zone del Paese, i produttori di spezie riescono a ottenere prezzi più equi e, in certi casi, a spingere perfino i grandi operatori del mercato ad adeguarsi.
La situazione odierna è frutto (anche) del lavoro della People’s Organization for Development Import & Export – l’acronimo Podie significa anche “piccolo” in cingalese –, un’organizzazione srilankese attiva nel commercio equo delle spezie, che lavora per migliorare le condizioni di vita nelle zone rurali e per tutelare il territorio dai cambiamenti climatici. La storia di Podie è legata a doppio filo a quella del suo direttore e co-fondatore, Tyrell Delukshan Fernando, e comincia molti anni fa con una tragedia sfiorata – quella del tentato suicidio di un contadino lungo i binari del treno. Abbiamo intervistato Tyrell durante il suo soggiorno in Italia, dove si trovava per un ciclo di incontri organizzato da Fondazione Altromercato.
La storia di Podie nasce da un episodio molto duro della sua giovinezza. Che cosa accadde?
Avevo circa 18 o 19 anni, stavo facendo una gita in treno con i miei genitori, quando assistetti a una scena che non ho più dimenticato. Guardando fuori dal finestrino vidi un uomo arrivare con una bicicletta, in lontananza, dalla direzione verso cui correva il treno. Lasciò la bici accanto ai binari e si sdraiò su di essi, deciso a togliersi la vita. Per fortuna il macchinista riuscì a frenare in tempo e a fermare il mezzo prima dell’impatto. L’uomo fu soccorso e fatto salire, così ebbi modo di parlarci.

Quando gli chiedemmo perché avesse fatto un gesto simile, ci raccontò di essere un contadino e di non riuscire più a vivere del proprio lavoro: prendeva denaro in prestito per coltivare peperoncino, vendeva il raccolto, restituiva il prestito e non gli restava nulla. Disse che non voleva più vivere in “questo mondo avido”. Quelle parole mi colpirono profondamente, perché mi fecero capire in modo brutale quanto il mercato agricolo fosse ingiusto per chi produce: i contadini lavoravano, si indebitavano, ma il valore del loro lavoro finiva nelle mani di altri.
Non era un episodio isolato, quindi…
Purtroppo no. Abbiamo un numero altissimo di suicidi tra i contadini, per via dei debiti e della perdita di controllo sul proprio lavoro.
È da quell’episodio che nasce l’idea di Podie?
All’incirca, sì. Dopo quell’episodio raccontai tutto al sacerdote della mia chiesa – un prete olandese – e insieme decidemmo di fare qualcosa per cambiare la situazione. Sebbene nel 1974 il seme di questa idea si fosse già piantato nella sua mente, i primi tentativi non ebbero molto successo; tuttavia, l’idea rimase viva, in attesa dell’occasione giusta per prendere forma.
Anni dopo, attraverso i suoi contatti nei Paesi Bassi, capimmo che l’Europa poteva essere uno sbocco commerciale interessante per i prodotti del nostro Paese, un modo per bypassare i colli di bottiglia del mercato locale. Il primo ordine, nel 1984, fu di mille stuoie da spiaggia. All’inizio lavoravamo sull’artigianato, poi capimmo che lo Sri Lanka aveva una grande risorsa nelle spezie. Da lì cominciò il percorso che ha portato alla nascita di Podie.
Che poi si è molto sviluppata nel tempo…
All’inizio eravamo una realtà molto piccola. Poi, con l’aiuto di volontari europei, abbiamo iniziato a sviluppare miscele di spezie pensate per il mercato europeo, come i curry dolce, medio e piccante. Negli anni l’organizzazione è cresciuta, si è strutturata meglio e intorno al 2005-2006 ne sono diventato managing director.

E oggi?
Oggi lavoriamo in sette delle nove province dello Sri Lanka e collaboriamo con circa 3.000 famiglie contadine. Raccogliamo le materie prime, le portiamo nel nostro centro di lavorazione a Negombo e lì svolgiamo selezione, classificazione, sterilizzazione, miscelazione e confezionamento finale. Esportiamo soprattutto spezie e miscele, ma il nostro obiettivo è solo in parte commerciale. Ciò che vogliamo fare è costruire una filiera più equa e sostenibile.
E come avviene in pratica? Come aiutate i contadini?
Innanzitutto li aiutiamo a garantire la qualità dei prodotti, che per noi deve partire già dai campi. Per questo abbiamo un dipartimento interno – l’Internal Control System, formato da agronomi e tecnici – che segue i contadini e li aiuta a migliorare gli standard produttivi all’origine. Una parte della qualità si costruisce dunque nelle aziende agricole, e il resto nel nostro impianto di trasformazione. Questo ci permette di valorizzare meglio il lavoro dei produttori.
Come avveniva che in passato i grandi operatori comprassero a poco durante il raccolto e rivendessero a caro prezzo?
Il meccanismo era abbastanza semplice: nel periodo del raccolto arrivava sul mercato una grande quantità di prodotto tutta insieme e in quel momento i contadini avevano bisogno di vendere subito. Spesso dovevano ripagare i debiti contratti per sementi, lavoro o coltivazione e non avevano né liquidità né strutture per conservare il raccolto.
I grandi compratori e gli intermediari approfittavano di questa condizione: acquistavano grandi volumi a prezzi molto bassi, proprio quando l’offerta era massima e il potere contrattuale dei produttori era minimo. Poi immagazzinavano il prodotto e lo rimettevano sul mercato settimane o mesi dopo, quando la disponibilità diminuiva e i prezzi risalivano. In questo modo il margine più alto non andava a chi aveva coltivato, ma a chi controllava l’acquisto, lo stoccaggio e la rivendita.

Oggi cosa è cambiato?
Noi abbiamo introdotto un sistema di prezzo minimo all’origine. Significa che quando il prezzo di mercato crolla continuiamo comunque a pagare una cifra che copra i costi di produzione e lasci ai contadini un margine sufficiente per andare avanti. Questo ha aiutato molti produttori a non abbandonare la coltivazione e ha contribuito anche a spingere altri operatori ad alzare i prezzi riconosciuti ai contadini.
Puoi farci un esempio concreto?
Sì, quello della curcuma. In un certo momento il prezzo di mercato era sceso a circa 40 centesimi al chilo, un livello insostenibile. Noi abbiamo scelto di pagare 1 dollaro e 20 centesimi al chilo. Per noi non si tratta solo di comprare una materia prima: significa permettere ai contadini di continuare a vivere, mandare i figli a scuola e non essere schiacciati dai debiti.
Questo meccanismo ha avuto un impatto sul sistema? Come sono cambiate le condizioni dei contadini?
Direi che nel complesso, rispetto a 25 anni fa, la situazione è migliorata. Il commercio equo ha avuto un impatto reale perché ha introdotto nel mercato alcune pratiche diverse: prezzi minimi garantiti, rapporti più stabili con i produttori, maggiore attenzione alla qualità, alla trasparenza e alla continuità degli acquisti. Questo ha mostrato che era possibile costruire filiere in cui i contadini non fossero semplicemente l’anello più debole.
Così, col tempo, anche altri operatori del settore, non solo quelli esplicitamente fair trade, hanno dovuto tenere conto di questo cambiamento. In alcuni casi hanno iniziato a riconoscere prezzi migliori o condizioni meno penalizzanti, anche per non perdere i produttori. Questo ha aumentato un po’ la concorrenza sui prezzi e ha portato benefici concreti ai contadini.
Detto ciò, la condizione dei produttori in Sri Lanka resta fragile. Molti continuano a dipendere da oscillazioni di mercato che non controllano, dagli effetti della crisi climatica, dall’aumento dei costi di produzione e, spesso, dalla mancanza di risorse per conservare, trasformare o vendere direttamente il raccolto. Quindi oggi hanno in alcuni casi più strumenti e più tutele rispetto al passato, ma non si può dire che siano davvero al sicuro.

Hai citato la crisi climatica. Quanto pesa sul vostro lavoro?
Moltissimo. I monsoni non arrivano più nei tempi attesi e questo crea grandi difficoltà ai contadini, che seminano contando su determinati cicli stagionali. Se la pioggia arriva in ritardo, la germinazione e il raccolto possono essere compromessi. Inoltre, con temperature più alte, aumentano anche i parassiti, che si sviluppano più rapidamente.
E questo aumenta l’utilizzo di pesticidi ed erbicidi…
Già. Sostanze come il glifosato vengono molto usate per facilitare alcune lavorazioni agricole, ma nel lungo periodo impoveriscono i terreni e hanno effetti ambientali molto pesanti. A pagare il prezzo di questo modello sono soprattutto i piccoli produttori.
Esiste in Sri Lanka un movimento per la tutela delle sementi, simile a quello indiano?
Non ancora in modo strutturato. Il problema dei semi esiste anche da noi, soprattutto per alcune colture come curcuma, zenzero o sesamo. Le varietà tradizionali sono poco tutelate ed è difficile per molti produttori accedere a sementi locali di qualità, in l’assenza di un sistema forte di protezione e valorizzazione delle sementi contadine. Noi cerchiamo di incoraggiare i produttori a conservare e riutilizzare i semi per il raccolto successivo, ma a livello nazionale non esiste ancora un sistema davvero efficace di protezione delle sementi.
Tornando al clima, state mettendo in campo strategie di adattamento climatico?
Sì. La necessità di adattarsi è diventata ancora più evidente dopo il passaggio del ciclone Ditwah, che ha colpito pesantemente il nostro Paese nel novembre 2025. Per noi adattarsi significa difendere insieme reddito agricolo ed ecosistemi. Da un lato lavoriamo sulla formazione per aiutare i contadini a comprendere meglio i cambiamenti in corso. Dall’altro cerchiamo di promuovere soluzioni più sostenibili, come le energie rinnovabili e la protezione delle foreste e delle aree di captazione dell’acqua. Abbiamo lanciato da poco un progetto su autonomia energetica e innovazione assieme a Fondazione Altromercato.

Ce lo spieghi meglio?
Sì, è uno dei progetti a cui teniamo di più. Lavoriamo con produttori di cardamomo in una zona di foresta pluviale molto fragile, la riserva di Riverston, nella catena montuosa dei Knuckles, a 1.464 metri di altitudine, dove il cardamomo cresce sotto la copertura forestale. Oggi i produttori essiccano il raccolto con sistemi a biomassa che richiedono fuoco e legna, all’interno della foresta. Questo comporta rischi ambientali molto seri.
Che cosa state cercando di fare?
Stiamo introducendo un impianto fotovoltaico per sostenere il lavoro quotidiano dei produttori e ridurre l’uso del fuoco nella foresta. L’idea è proteggere sia il reddito dei coltivatori sia un ecosistema molto delicato. [Oltre a ciò, il progetto prevede anche l’installazione di un altro impianto fotovoltaico sul tetto della fabbrica centrale di Podie a Negombo, per ridurre i costi energetici e garantire continuità produttiva, la rigenerazione di alcune colture come peperoncino, vaniglia e pepe nero e l’introduzione di un sistema gestionale per una risposta rapida alle crisi, ndr].
Che cosa dovrebbe sapere, secondo te, una persona in Italia quando sceglie un prodotto?
Che dietro ogni prodotto c’è una storia e che le scelte di consumo non sono mai neutre. Quando si sceglie un prodotto biologico o fair trade, si sostiene un certo modello agricolo, un certo rapporto con il lavoro, con l’ambiente e con le comunità che producono. Negli anni abbiamo visto crescere questa attenzione e questo ha avuto effetti concreti anche per i nostri contadini.
Vuoi approfondire?
Leggi anche la nostra intervista a Mohammed Hmidat e al progetto di commercio equo che sostiene i piccoli produttori e contadini palestinesi.








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