21 Maggio 2026 | Tempo lettura: 6 minuti

Bitume, a Ragusa demolito l’ex sito industriale con le opere di street art simbolo della memoria della città 

A Ragusa la demolizione dell’ex area industriale Ancione e delle opere del progetto artistico “Bitume” riapre il dibattito sul valore dell’archeologia industriale e della memoria collettiva.

Autore: Salvina Elisa Cutuli
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A Ragusa è in corso la demolizione di una parte dell’ex area industriale Ancione, storico complesso legato all’estrazione e alla lavorazione della pietra asfaltica, un materiale naturale costituito da rocce sedimentarie, principalmente calcaree, naturalmente impregnate di bitume. Insieme al complesso di archeologia industriale stanno scomparendo anche le diverse opere realizzate negli anni grazie al progetto Bitume, nato come spin-off di FestiWall, un festival internazionale dedicato alla street art e alla rigenerazione urbana, realizzato per cinque anni a Ragusa. 

La vicenda ha aperto un dibattito in città sul valore dell’archeologia industriale, sul rapporto fra sviluppo urbano e memoria collettiva e sul destino di uno spazio che, negli ultimi anni, era diventato un luogo simbolico per molti cittadini. Le prime opere a essere distrutte sono state quelle realizzate sui grandi silos metallici dell’ex stabilimento. Tra queste anche il grande Cristo dipinto dall’artista Luis Gomez de Teran: un’immagine in cui dal costato della figura non usciva sangue ma bitume, simbolo del lavoro minerario fatto di dolore e fatica dei piciaruoli – coloro che lavoravano la pietra pece, com’è chiamata dai locali – e della storia industriale del territorio.

Bitume

Ragusa infatti era uno dei giacimenti più noti e storicamente sfruttati d’Europa per la pietra asfaltica che veniva cavata per l’estrazione di oli grezzi e per la produzione di mastici e asfalti naturali. La roccia asfaltica ragusana veniva esportata e utilizzata per la pavimentazione di strade e spazi urbani in diverse città internazionali. Una storia poco conosciuta dagli stessi abitanti iblei, legata a una memoria operaia rimasta a lungo marginale nel racconto pubblico locale. 

«Abbattere un luogo di archeologia industriale così significativo per la storia e l’identità del territorio vuol dire perdere un frammento della sua memoria condivisa. Un patrimonio collettivo che avrebbe richiesto cura, tutela e una visione pubblica capace di andare oltre l’abbandono, l’inerzia delle istituzioni e le dinamiche degli interessi privati», sottolinea Vincenzo Cascone, direttore artistico di Bitume e FestiWall.

Cascone ricorda anche come quella della pietra asfaltica sia una storia con cui Ragusa non ha mai fatto davvero i conti, anche perché legata al duro lavoro dei minatori spesso vissuto più con pudore sociale che come elemento identitario da valorizzare. Eppure proprio attorno a quell’attività si è formata una nuova classe sociale e imprenditoriale che ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo economico della città, fino a renderla una sorta di “isola nell’isola” nel contesto siciliano.

Bitume

Come nasce Bitume

FestiWall nasce come progetto di arte urbana diffusa, spostandosi di quartiere in quartiere attraverso murales, workshop, concerti e laboratori, con l’obiettivo di riflettere sull’espansione urbana della città e sulle trasformazioni del tessuto cittadino. «Una sorta di zonizzazione per denunciare l’espansione edilizia di una città progettata per 300.000 persone in cui se ne contano invece 70.000. Volevamo evidenziare tutto questo attraverso opere che generassero un trauma percettivo all’interno dello spazio urbano. Così, in cinque edizioni, abbiamo raccontato una storia alternativa della città. E nel corso degli anni, lavorando sul territorio, abbiamo iniziato a interessarci anche all’ex area industriale Ancione e alla storia della pietra asfaltica. Nasce così “Bitume”, come sviluppo parallelo di FestiWall», continua Vincenzo Cascone.

All’interno dell’ex stabilimento gli artisti – Ampparito, Luca Barcellona, ​​Bosoletti, Ciredz, Demetrio Di Grado, Franco Fasoli, Alex Fakso, Gomez, Greg Jager, Alexey Luka, Ligama, Case Ma’Claim, Martina Merlini, M-City, Moneyless, Ban Pesk, Rabit, Giovanni Robustelli, SatOne, Guido van Helten, Sebas Velasco, Simek, SNK-LAB, Sten & Lex, Dimitris Taxis, Tellas, 2501 – hanno lavorato realizzando opere site specific, spesso ispirate proprio al tema del lavoro, dell’estrazione mineraria e della memoria industriale. Il progetto si è sviluppato con il coinvolgimento di storici, geologi e ricercatori universitari.

Uno degli artisti coinvolti, ad esempio, ha lavorato sulle sezioni sottili della roccia asfaltica studiate dall’Università di Catania, trasformando in opere i paesaggi nascosti all’interno della materia. Un lavoro che metteva in dialogo arte e ricerca scientifica, mostrando come l’arte possa diventare anche uno strumento di divulgazione e interpretazione del territorio. Un altro intervento era dedicato ai ficialuori, i minatori della pietra pece. Un grande punto nero composto dai loro nomi, pensato come omaggio a quella comunità silenziosa di lavoratori che ha contribuito a costruire l’identità economica e sociale della città. Un gesto di riconoscenza e, allo stesso tempo, di recupero di una memoria rimasta a lungo ai margini del racconto pubblico di Ragusa.

Bitume

«L’arte pubblica è diventata così uno strumento collettivo di riflessione sulla storia della città e sulle sue trasformazioni. L’idea infatti non era quella di trasformare il sito in un museo tradizionale, ma di utilizzare l’arte contemporanea come strumento per riattivare un luogo abbandonato e renderlo nuovamente leggibile per la comunità», sottolinea Cascone. Negli anni l’area ha attirato visitatori, scuole e curiosi. Molti ex lavoratori hanno ritrovato in quei percorsi artistici frammenti della propria esperienza personale, mentre le nuove generazioni si sono avvicinate per la prima volta a una parte poco conosciuta della storia cittadina.

Il dibattito sul futuro del sito

Oggi però quel percorso si è interrotto. La stessa amministrazione che negli anni aveva sostenuto il progetto ha autorizzato la demolizione di parte del sito industriale, segnando una frattura profonda rispetto al lavoro culturale costruito attorno a Bitume. Secondo quanto emerso nelle ultime settimane, l’area sarebbe destinata a nuove trasformazioni urbanistiche. Una prospettiva che ha suscitato reazioni critiche da parte di cittadini, artisti e operatori culturali che chiedono maggiore attenzione verso la tutela del sito e un confronto pubblico sulle possibili alternative.

In generale, la demolizione ha riaperto una discussione più ampia sul destino degli spazi industriali dismessi e sulle possibilità di riuso culturale di questi luoghi. Negli ultimi anni diversi progetti hanno puntato sul recupero dell’archeologia industriale come strumento di rigenerazione urbana e valorizzazione territoriale. Dalla Tate Modern di Londra all’Hangar Bicocca, dalle Ciminiere di Catania ai Cantieri Culturali della Zisa, per restare in Sicilia.

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Anche a Ragusa, secondo i promotori di Bitume, sarebbe stato possibile immaginare percorsi alternativi alla demolizione totale: «Sappiamo che le città cambiano e che alcune opere siano destinate a scomparire. Anche gli interventi di riqualificazione energetica hanno cancellato diversi murales. Il punto non è conservare l’opera a tutti i costi. Quelle immagini servivano soprattutto a indicare criticità, a porre domande, a riportare attenzione su alcuni luoghi», conclude Cascone. 

E oggi, mentre una parte della fabbrica viene smantellata, resta aperta una domanda che riguarda non solo Ragusa. Quale spazio trovano nelle trasformazioni urbane contemporanee la memoria del lavoro e i luoghi che raccontano la storia, anche industriale, delle comunità? Nel frattempo, la memoria di quel luogo continua a sopravvivere attraverso un volume pubblicato nel 2023 dalla Fondazione Federico II di Palermo, che raccoglie opere e testimonianze del progetto, e grazie a un documentario curato da Vincenzo Cascone, dedicato alla storia industriale e umana di Bitume.