Esistere, resistere o sopravvivere: come affrontiamo la vita oggi?
Lo sviluppatore sociale Francesco Bernabei analizza i diversi approcci alla vita moderna. Si può esistere, resistere o sopravvivere. Ma cosa cambia fra queste tre opzioni?
Se vogliamo promuovere un cambiamento sociale effettivo, non possiamo limitarci a progettare ma dobbiamo riconsiderare le rappresentazioni mentali che ci condizionano. Sono tante le idee limitanti che ancora vengono coltivate e tenute in gran conto come se fossero i dati oggettivi da cui partire non solo per progettare ma addirittura per pensare.
Siamo in un’epoca che abbiamo definito “scientifica” eppure, curiosamente, ci sono idee dure a morire circa i fatti che riguardano il “funzionamento del mondo”. Tanti sono convinti che il pianeta sia in mano a una cricca di potenti che in modo perverso tramano contro la felicità di tutti. Qualcuno arriva a dire che farebbero parte di sette segrete o addirittura di altre razze diverse dall’umana, mentre una nutrita schiera di profeti di sventura da decenni ci ricorda tutti i modi in cui ci estingueremo come specie e a breve:
Altri ancora sostengono che se non accetteremo una sostanziale modifica dei nostri corpi per renderli più adatti al nuovo ambiente, magari più inquinato, o alle nuove richieste della società sempre più esigente nei confronti dell’individuo non potremo più sopravvivere. Partono così le visioni di impianti neurali, ormonali, organici per aumentare l’efficienza ed evitare le malattie, il decadimento fisico o le tecniche avveniristiche di mutazione controllata del DNA per ottenere sempre più capacità rispetto ad un’ecologia materialmente stravolta, come sulle astronavi.
In accordo con queste idee, “resistere non serve a niente”, per citare un libro di successo dotato di notevole dose di cinismo e sfiducia, tanto tutti questi fatti accadono senza che noi si possa dire/fare niente. Il ruolo che ci è stato destinato è sostanzialmente quello degli spettatori che al più possono essere informati ma mai partecipare.

In fondo sembra trattarsi di cose che ci passano sulla testa e che ci danno l’impressione che un giorno potranno anche caderci sopra ma sono troppo lontane dal nostro campo d’azione perché possiamo oggettivamente (pre)occuparcene. La fantasia però galoppa e cominciamo a immaginare conclusioni ancora più tragiche di quello che la realtà e la razionalità ci propongono, arriviamo a nutrire idee sul futuro completamente fuori corso: non sembra il caso di parlarne più di tanto visto che sono di dominio pubblico.
L’espressione “apocalittici e integrati” forgiata da Umberto Eco negli anni ‘60 è rimasta celebre e citata ovunque soprattutto per indicare l’atteggiamento binario che si riscontra comunemente nella cultura definita di massa: da una parte chi rifiuta ogni cambiamento, preannunciando morte e sventura; dall’altra chi accoglie tutto con semplice spirito di adattamento acritico. Rifacendosi a queste definizioni, di certo gli “apocalittici” non sono mancati anche se in compagnia di una vasta maggioranza di “integrati”, ma adesso sarebbe forse più il caso di aggiornare la categoria in “anacronistici e integrali”.
Il catastrofismo che aveva promesso distruzioni totali, asteroidi, fine del pianeta e/o dell’umanità è stato affiancato da una visione che tutto accetta senza bisogno di fughe in avanti, con pacifico e placido attendismo, dove si assume tutto come passeggero e non degno di troppa attenzione. Nelle visioni dell’appena passato, la pretesa di aver capito tutto sul futuro con l’aspettativa di un impatto imminente che oggettivamente non c’è stato, ha dovuto lasciar spazio ad una filosofica rassegnazione del tipo “chi vivrà vedrà” dove ci sarà sempre spazio per un eventuale “si salvi chi può”.
Le due modalità si sono risolte in una sorta di integralismo culturale dove tutto viene salutato come ineluttabile e al “grezzo”, così com’è, il pensiero si è fatto unico, nel senso che non conta nemmeno più discutere, tanto le cose vanno come vanno, alla “don’t look up!” e, a chi non sta bene, resta la vuota protesta e/o il ritiro a vita privata. In una parola, l’anacronismo. Questo anacronismo si traduce nel rifiuto della visione unica collettiva per tornare alla semplicità di vita, vista non come creativo sforzo di vivere meglio ma come ripiegamento su sé stessi.
Anacronistico è quello che è fuori dal tempo. Tempo che, proprio per questo, risulta non più adeguato, almeno se osservato da diversi punti di vista contemporanei – i POV dello slang di oggi. Il vero problema contemporaneo è che chiunque non sia “integrato” perché non accetta integralmente tutto questo è giudicabile come anacronistico o peggio, se i ma e le obiezioni diventano troppi, addirittura asociale.
Il ruolo che ci è stato destinato è sostanzialmente quello degli spettatori che al più possono essere informati ma mai partecipare
Se il quadro può mettere ansia per le tinte cupe che può assumere, per quanto mi riguarda la cosa si risolve nell’apprezzare lo spirito di questo tempo, il nostro tempo, senza sentirsi alla mercé dei “cattivi” del mondo e per due buone ragioni: quanto può sembrare a prima (s)vista non è tutto quello che c’è da vedere e a cui rassegnarsi. Infatti mancheranno elementi di giudizio a noi e a loro ed è fondamentale coltivare la “ragion pura” che – non per fatto di fede ma di semplice constatazione – ci porta a quel supremo livello, frequentabile al costo di essere intellettualmente onesti, in cui le cose sono già a posto perché quadrano tra di loro assumendo senso.
È da questo livello che deriva l’etica, il senso che chiamiamo “buono”, perché tutti possono riconoscerlo come migliore e tanto altro di utile e sano. Non credo che esistano scorciatoie o altre modalità abitabili superiori a queste. Osservando le cose da questo livello, non possiamo non notare che il vero problema si riduce alla mediocrità con cui trattiamo le situazioni personali, civili, umane in generale, mentre potremmo riconoscere come effettivo e sensato un diritto di esistenza che non deriva da accordi internazionali sottoscritti da tutti solennemente e disattesi per pura incapacità pratica.
Esistere non è resistere e nemmeno un dato di sopravvivenza. Si tratta di riconoscere quei valori fondamentali per il singolo e per tutti, senza consentire che elementi inadatti all’affermazione di questo diritto si oppongano alla sua realizzazione pratica. È nell’interesse di tutti che agiamo e non soltanto per noi stessi e, attenzione, non stiamo parlando di operazioni di polizia o di risistemazione dell’ordine sociale.
No, qui si sta parlando di partecipare alla convivenza civile sapendo che i dati fondamentali dell’esistere non possono essere messi in discussione, nemmeno per delle buone ragioni normativamente rintracciabili, e che, in conseguenza di questo fatto fondamentale, tutte le scelte evolutive per la piena espressione dell’esistenza sono da considerarsi valide, mentre non lo sono quelle che rappresentano limitazione e retrocessione.
Il diritto/potere che non esercitiamo ancora è quello di ricordare che le cose possono e dovrebbero andare diversamente, che non c’è un solo futuro per la società, che se lo vogliamo possiamo intervenire su di essa e che non c’è niente di ineluttabile se decidiamo diversamente, che non possono esserci realmente accordi di nessun tipo che possono condannare qualcuno a condizioni subumane, magari a vantaggio di altri se non addirittura la maggioranza, che non dovremmo accettare fatti deteriori solo perché sembrano utili.
Insomma, la prima dimensione che dobbiamo considerare nel progettare il futuro è la piena espressione dell’esistenza e non c’è diversità culturale o antropologica che possa impedire questo perché non sarebbe nient’altro che un ulteriore prezzo da pagare per arrivare alla stessa conclusione del diritto di esistere di tutti. Tutto questo non ha nemmeno bisogno di essere difeso, si difende da solo per il semplice motivo che resta la cosa più sensata e sarà necessariamente il nostro futuro.
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