Impronte di nascita: come i primi 27 mesi influenzano la nostra vita
Dalla genetica all’epigenetica, fino alle memorie corporee: cosa sono le impronte di nascita e come possono influenzare identità, relazioni e benessere. Un viaggio tra ricerca, esperienza e percorsi di consapevolezza.
La nascita è uno dei momenti più determinanti della nostra vita eppure spesso resta uno dei meno esplorati. Non solo come evento biologico o medico, ma come esperienza che può lasciare tracce profonde nel modo in cui percepiamo noi stessi, gli altri e il mondo. Negli ultimi anni, tra studi scientifici, approcci psicologici e pratiche esperienziali, sta emergendo con sempre maggiore chiarezza quanto il periodo che circonda la nascita – dalla fase pre-concepimento ai primi mesi di vita – possa influenzare lo sviluppo emotivo, relazionale e corporeo della persona.
È in questo contesto che si inserisce il lavoro sulle impronte di nascita, un approccio che invita a guardare a quei primi momenti non come a un passato lontano, ma come a una chiave di lettura del presente. A parlarmene è Monica Grando, che arriva a questo ambito attraverso una lunga ricerca su di sé, poi trasformata in proposta professionale. Monica Grando è ideatrice di un metodo olistico sulle impronte di nascita che mette assieme intuizioni che dialogano con la ricerca scientifica sulle prime fasi dello sviluppo con altre che appartengono a un linguaggio simbolico e spirituale
Naturopata, facilitatrice in costellazioni familiari, con una formazione in epigenetica, biofisica e nutrizione, Monica ha progressivamente orientato il suo lavoro verso il tema della nascita, integrando diversi approcci in un metodo originale. «La mia strada – racconta – è partita da una ricerca di benessere personale, poi è diventata una missione: condividere con gli altri ciò che stavo scoprendo».

Cosa sono le impronte di nascita?
Secondo questo approccio, per impronte di nascita si intende l’insieme delle informazioni che riceviamo in un arco di tempo più ampio rispetto a quello che comunemente immaginiamo: non solo i 9 mesi di gestazione, ma un periodo di circa 27 mesi che comprende anche il pre-concepimento e i primi mesi dopo la nascita. «Per impronte di nascita intendo tutte le informazioni che riceviamo nei 27 mesi intorno alla nascita», spiega Monica. «Non solo parole, ma vissuti emotivi, relazioni, ambiente, tutto ciò che accade». In questa fase il bambino – ancora privo di memoria narrativa – registra esperienze attraverso il corpo e il sistema emotivo. Queste informazioni diventano una sorta di “programma” che può influenzare il modo di stare al mondo.
Genetica, epigenetica e vissuti emotivi
Uno degli aspetti centrali è la distinzione tra genetica ed epigenetica. La genetica rappresenta il patrimonio ereditato dai genitori, mentre l’epigenetica riguarda l’insieme di fattori ambientali e relazionali che influenzano l’espressione dei geni: alimentazione, emozioni, relazioni, contesto. «L’epigenetica è ciò che scrive sopra la nostra genetica», spiega Grando. «Tutto ciò che viviamo in quel periodo diventa informazione».
A questo si aggiungono gli aspetti psicologici ed emotivi, come ad esempio il vissuto della madre durante la gravidanza, la relazione tra i genitori, eventuali eventi significativi nel sistema familiare. Il risultato è un intreccio complesso che può influenzare il senso di identità, la percezione del proprio diritto di esistere, ma anche le modalità relazionali e alcune dinamiche corporee e di salute.

Tra ricerca e nuove consapevolezze
Se questo approccio integra anche dimensioni meno esplorate dalla medicina tradizionale, alcuni elementi trovano riscontro nella ricerca scientifica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, ad esempio, parla dei cosiddetti “mille giorni d’oro” – dal concepimento ai primi due anni di vita – come fase fondamentale per lo sviluppo della persona. «Questo periodo è riconosciuto come fondante per l’identità emotiva, psicologica e corporea», sottolinea Grando. Anche ambiti come le neuroscienze affettive e la psicologia perinatale stanno approfondendo il ruolo delle esperienze precoci, mentre ricercatori come Stanislav Grof o Franklyn Sills hanno lavorato sulle memorie corporee legate alla nascita.
Un campo ancora in evoluzione, che si muove tra scienza, esperienza clinica e approcci integrati. Un elemento centrale di questo approccio è il ruolo del corpo. Le esperienze legate alla nascita infatti non sono accessibili attraverso il linguaggio, ma possono emergere attraverso sensazioni, emozioni e memorie corporee. «Il corpo è l’unico che possiede le memorie di quel tempo», spiega Grando. Per questo, il lavoro proposto si basa su esperienze guidate che permettono di entrare in contatto con queste memorie e, in alcuni casi, di trasformarle.

Riscrivere la propria nascita
Il percorso proposto da Monica Grando si sviluppa proprio in questa direzione. Attraverso workshop e formazioni, le persone vengono accompagnate a rivivere – in modo protetto e supportato – alcune fasi legate alla gestazione e alla nascita, con l’obiettivo di portare nuove informazioni e nuove possibilità di lettura. «È come dare alla persona la possibilità di vivere una nuova nascita», racconta.
Il lavoro si svolge spesso nel contesto del gruppo, che diventa uno spazio di sostegno e contenimento, e può toccare temi profondi come il senso di appartenenza, il diritto di esistere, la relazione con i genitori e le paure legate alla vita. Un aspetto centrale è il passaggio dal “perché” all’“affinché”: non tanto cercare una spiegazione razionale degli eventi, quanto comprendere quale direzione evolutiva possano indicare. «Non siamo il nostro trauma», sottolinea Grando. «La domanda non è perché è successo, ma dove ci vuole portare».
L’idea di fondo è che nella nascita non siano contenuti solo eventuali blocchi o difficoltà, ma anche risorse e potenzialità. Rileggere queste esperienze in chiave evolutiva può aprire nuove prospettive, aiutando a riconoscere non solo le ferite, ma anche i talenti che ne possono emergere. Un approccio che, tra scienza, esperienza e ricerca personale, invita a guardare alla nascita non come a un evento passato, ma come a una chiave per comprendere – e trasformare – il presente.
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