Trekking con bambini: quali sono gli accorgimenti giusti?
Cominciano a essere sempre più numerosi i piccoli camminatori. Loro però hanno esigenze diverse dagli adulti: secondo l’educatrice ambientale Eugenia Marzi, fare trekking con bambini vuol dire anche far scoprire loro la meraviglia.
Un paio d’anni fa mia figlia – all’epoca doveva compiere nove anni – partecipò a un trekking per bambini, una delle settimane verdi organizzate dalla Cooperativa Madreselva sull’appennino tosco-emiliano. Per lei fu un’esperienza estremamente sfidante: non solo la prima settimana trascorsa interamente da sola, senza genitori né amici stretti, ma anche l’occasione per misurarsi con i propri limiti fisici, per conoscersi meglio in un contesto tanto comunitario quanto intimo.
Lei ha affrontato una prova importante nel suo percorso di crescita, ma anche per me è stato segnante: mentre era via la immaginavo affrontare concentrata il guado di un torrente, srotolare con ansia il k-way sorpresa dalle prime gocce di un acquazzone estivo o sdraiarsi su un prato montano a contemplare una notte stellata. È per questo che per approfondire il tema dei trekking con bambini ho pensato subito a Eugenia Marzi della Cooperativa Madreselva, educatrice ambientale, guida ambientale escursionistica ed esperta di outdoor education. Eugenia percorre sentieri d’Appennino per lavoro e per passione, accompagnando bambini, adulti, insegnanti a entrare in connessione con il selvatico, inseguendo la meraviglia e la logica della natura.
«Io lavoro tanto con bambini e adolescenti e camminare è una cosa reale, tangibile. Non si fa per finta, per imitare qualcuno – cosa che accade spesso a quell’età – ma è una necessità vera». Come mi ha spiegato anche Lucia Comar, medica e appassionata di cammini, «camminare è un gesto antico quanto l’essere umano, è innato, necessario per la sopravvivenza, fondamentale per l’evoluzione». Anche nelle bambine e nei bambini dunque è già insito, un istinto che va solo risvegliato.

Meraviglia e bellezza
Le prime battute della chiacchierata con Eugenia riguardano temi più generici. Mi ripropongo di farle alcune domande sulla parte pratica, di chiederle cosa comporta organizzare dei trekking con bambini, ma prima sono rapito dalla sua visione di questo tipo di esperienze. «Camminare ti mette in relazione con la bellezza della natura, una bellezza universale che riduce gli aspetti di egocentrismo che gli esseri umani hanno. Tempo fa ho letto un articolo sui benefici scientifici del meravigliarsi, sui processi che si attivano nel nostro organismo e su come la meraviglia ci faccia diventare persone più gentili e generose e ci metta in relazione col tutto».
Ancora una volta le sue parole richiamano quelle di Lucia Comar, che mi spiegava come il gesto del camminare attivi gli ormoni della felicità – endorfina, serotonina e dopamina – e riduca il cortisolo. «L’aspetto della bellezza è importantissimo – prosegue Eugenia – e poi ci sono tutti i benefici psicofisici che la scienza ha confermato. Quando camminiamo con loro, noi stiamo dando a ragazzi e bambini la possibilità di dire “c’è qualcosa fuori che ci fa diventare felici, il nostro benessere non è solo dettato dal cellulare!”».
Ma c’è dell’altro: come sottolinea Eugenia, camminare ha un valore sociale. Partire con un gruppo di pari non è come stare con i propri genitori. «Durante i trekking con bambini e bambine, ma anche con adolescenti, si crea comunità. Il cammino è un’azione quasi meditativa, crea uno spazio e un tempo per facilitare le relazioni e fuggire dalla fretta del quotidiano. Crea presenza, ci sono opportunità per dialogo e ascolto. Lo vedo tanto con adolescenti e bimbi: spazio e tempo sono molto dilatati e chi accompagna deve sapersi inventare dei giochi per passare il tempo, per informarsi sugli altri, per facilitare i rapporti umani».

Come organizzare trekking con bambini
Una volta assodato il valore di questo tipo di esperienza, la discussione vira su questioni più pratiche. Bambini e bambine hanno esigenze diverse rispetto alla persone adulte e quindi anche la parte organizzativa cambia, a partire dall’approccio, che poi determina anche le scelte logistiche: «Noi guide per prime dobbiamo sentire quella voglia di stupirci e trasmettere questo stupore. Per un bambino il cammino deve diventare un gioco, qualcosa di interessante, stimolante. Bisogna rendere il percorso giocoso e accattivante e questo fa la differenza».
La guida deve quindi curare anche gli aspetti ludici e didattici, deve «saper cogliere lungo il percorso occasioni di gioco e di sfida», precisa Eugenia. «Una buona guida deve leggere nell’ambiente un setting privilegiato per avere esperienze educative. Noi diciamo che si può fare scuola camminando perché in quella situazione si vedono tante cose. Tuttavia, molto dipende dall’occhio che le deve sapere vedere. Ad esempio i bambini sono attratti dalle cose vive e nella natura c’è un sacco di vita. Dobbiamo stimolare la biofilia, che in loro è innata, come in qualsiasi persona».
Oltre a questo, naturalmente, l’esperienza va programmata con minuzia, tenendo presente che le esigenze di bambini e adolescenti sono diverse da quelle dei grandi. Per esempio, «è importante studiare i posti in cui ci si appoggia, sapere quali caratteristiche hanno», sottolinea Eugenia. «Spesso a un bambino non interessa stare chiuso in un rifugio alpino. piuttosto ha bisogno di spazi aperti, quindi è importante scegliere strutture che rispondano a queste esigenze». La guida insiste sull’importanza della programmazione: fondamentale è consultare attentamente le caratteristiche del percorso, chiamare i rifugisti per farsi aggiornare sulle condizioni dei sentieri, parlare col personale degli info point per farsi consigliare.

Ovviamente anche le prestazioni di piccoli camminatori e camminatrici sono diverse, sia per le differenze fisiche che per le esigenze del gruppo: «Con i bimbi in una giornata percorriamo la strada che un adulto fa in due ore perché ci fermiamo, andiamo piano, facciamo giochi, merende». Questo perché, secondo Eugenia Marzi, un trekking con bambini deve essere un momento speciale e la parte sportiva non ha grande importanza: «Por noi non conta fare molta strada, ma vogliamo dare la sensazione di essere in cammino, trasmettere l’idea di spostarci come nomadi con tutto sulle nostre spalle, anche se la meta in realtà è a pochi chilometri».
C’è poi il capitolo attrezzatura: se parliamo di cammini lunghi – e non escursioni giornaliere – bisogna essere molto essenziali, avere poche cose ma buone: «È importante avere cambi, ma se un bambino si sporca mentre sta in mezzo alla natura fa lo stesso! Quando consigliamo ai genitori come fare lo zaino raccomandiamo di di essere minimali». Le chiedo di fare qualche esempio. «Insegniamo a usare saponi biodegradabili perché a volte ci laviamo nel fiume. Ricordiamo il materiale essenziale: cappellino e crema solare, vestiti tecnici – che sono efficienti e pesano poco – piumino, scarponcini».
Tutto – e quindi anche la composizione dello zaino – è finalizzato a rendere l’esperienza del cammino piacevole in modo da creare dei bei ricordi e non farla vivere a chi la vive come un supplizio. «Penso sia molto importante che, soprattutto in tenera età, non si corra il rischio di rendere l’esperienza traumatica con zaini troppo pesanti, diciamo oltre i 6 chili. I ragazzi più grandi, dai 13 anni in su, possono essere abituati a essere autonomi, a loro chiediamo di portarsi qualcosa in più, come del cibo piuttosto che la tenda. Questo serve tantissimo a costruire le autonomie: devono stare attenti, preoccuparsi del materiale, se perdono una cosa non possono ricomprarla e questo li fa crescere molto».

Un piccolo ostacolo che Eugenia ha ravvisato nella sua esperienza è l’abitudine da parte degli addetti ai lavori ad avere a che fare con gruppi di persone molto giovani: «Secondo me a volte non c’è ancora sufficiente preparazione nel nostro paese. Questo perché l’utenza di famiglie con bambini è ancora esigua in Italia, mentre per esempio in nord Europa sono molto più attrezzati, hanno anche itinerari dedicati. Infatti il mio consiglio se si vuol organizzare trekking con bambini è di privilegiare le zone e i cammini che hanno già avuto a che fare con questo target, che sono principalmente nelle zone alpine del nord Italia, le più vicine al contesto anglosassone».
Qualche aneddoto
A un certo punto chiedo alla mia interlocutrice di raccontarmi qualche episodio significativo avvenuto durante un trekking con bambini e bambine. La metto in difficoltà perché i ricordi sono talmente tanti che fa fatica a scegliere, ma poi mi racconta che «due anni fa stavamo facendo un cammino in Corsica. Mentre stavamo salendo verso le montagne ci siamo fermati a fare il bagno in un torrente e un ragazzo che partecipava al trekking mentre era in acqua ha urlato in maniera spontanea e sincera: “Questa sì che è vita!”».
«Quando facciamo un cammino è come se tirassimo fuori parti latenti di noi e questo vale soprattutto per un adolescente, che ha molte pressioni sociali. Io percepisco da parte loro una liberazione, anche a livello corporeo, perché sono in un ambiente che glielo consente. Anche a livello relazionale si rompono tanti cliché: quando si cammina siamo tutti sullo stesso piano, stiamo facendo la stessa cosa e non abbiamo bisogno di niente per distinguerci, dimostrare che siamo diversi. Un giorno una bambina di 8 anni, in rifugio sotto il cielo stellato, mi ha detto “ma cosa c’è di più bello di questo?”. Mi ha emozionato tantissimo».

E i genitori?
Richiamando alla mente i sentimenti che mi animavano quando mia figlia era in procinto di partire – eccitazione, ansia, malinconia, fiducia – ho realizzato quanto sia importante il ruolo dei genitori. Da un lato perché, com’è naturale che sia, l’approccio che hanno loro, il modo in cui si pongono, influenza molto figli e figlie. Un genitore ansioso trasmetterà ansia, un genitore fiducioso trasmetterà fiducia. Dall’altro lato, anche per chi organizza trekking con bambini è fondamentale che madri e padri siano convinti della bontà in questo tipo di esperienza e sappiamo affidarsi e chi guiderà i loro piccoli.
Da questo punto di vista Eugenia è positiva: «Se i genitori li mandano vuol dire che credono nell’esperienza. Spesso una delle prime domande che fanno è “ma stanno senza cellulare?” perché loro per primi vogliono che sia così. Ho notato che la preoccupazione più diffusa è la lunghezza del percorso perché hanno paura che il bimbo o la bimba non ce la faccia. Poi ci chiedono cosa succede se piove, c’è la premura per il momento dell’addormentamento, della mancanza dei genitori e infatti spesso ci chiedono di farli dormire insieme agli amici. E noi siamo anche educatori oltre che guide quindi è nostro compito curarci di tutti questi aspetti».
Questo articolo rientra nella campagna di comunicazione legata al progetto “Io non lascio tracce – Benessere in Movimento Lento”, finanziato da Compagnia di San Paolo sul Bando Sportivi Per Natura.









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