Che male c’è se scrivo un articolo con l’intelligenza artificiale?
Partendo da una riflessione sull’uso dell’intelligenza artificiale, Alessia Marchetti di Filò – Il filo del pensiero ragiona su temi come la meritocrazia, il ruolo della collettività e l’importanza di pensare.
Mentre iniziavo a ragionare su quello che volevo raccontare in questo articolo, mi sono chiesta se fosse lecito o meno chiedere a ChatGpt di aiutarmi a scriverlo. Negli ultimi tempi Chat è stata per me una valida collaboratrice: quante mail mi ha risparmiato il tempo di scrivere e quanti problemi mi ha aiutato a risolvere! Al tempo stesso – me ne rendo conto – utilizzarla ha finito per impigrirmi un po’. Ho allora pensato di dedicare questo contributo proprio alle potenzialità e ai rischi dell’Intelligenza Artificiale, attraverso una prospettiva filosofica.
Anzi, a dir la verità vorrei usare l’intelligenza artificiale come pretesto per fare una riflessione più ampia su ciò a cui diamo importanza nella nostra società e su ciò a cui non ne diamo abbastanza, su quello che siamo e su quello che potremmo/vorremmo diventare. In fondo, le paure e le reticenze che suscitano in noi le nuove tecnologie riflettono con una certa chiarezza i valori che informano una società.
La domanda da cui vorrei partire è proprio quella che mi sono fatta all’inizio: è lecito usare Chat Gpt per scrivere un articolo? Non voglio dare una risposta, ma generare nuove domande. Innanzitutto vorrei provare a ribaltarla: che effetto ci fa leggere un articolo e poi scoprire che è stato scritto con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale? Se dovessi rispondere io, direi che forse mi infastidisce o addirittura, se l’articolo mi è piaciuto, che mi lascia delusa.
“È troppo facile così”, mi verrebbe da pensare. Questo mi suggerisce che nel mio dare valore alle cose, nello specifico agli artefatti umani, una componente importante risiede nell’impegno e nello sforzo che ci sta dietro. E direi, in effetti, che la società di cui faccio parte è molto affezionata a questi concetti e forse, più nello specifico, all’idea che affinché qualcosa possa essere considerata meritevole debba essere il risultato di una fatica, di uno sforzo, addirittura di un sacrificio.

Il concetto di merito è filosoficamente piuttosto denso e richiederebbe una trattazione a sé. Mi limito qui a sollevare una domanda: perché il merito è un valore per noi così importante? Di nuovo, non ho una risposta, ma credo che valga la pena chiederselo. L’ideale di una società meritocratica è affascinante e inquietante al tempo stesso, come racconta bene nel suo libro Michael Young, L’avvento della meritocrazia, dove viene dipinta una società distopica che mette al centro il criterio del merito.
Uno dei problemi è che l’ideale della meritocrazia parte molto spesso dal presupposto che si parta tutte e tutti da uno stesso punto e fatica a tenere in considerazione le diverse condizioni di partenza, il fatto che lo sforzo o la fatica richiesti ad alcune persone per ottenere qualcosa siano decisamente diversi da quello che devono mettere in campo altre. Il rischio così è quello di portare avanti soltanto alcune persone e lasciarne indietro altre. Per chi, come me, lavora nel mondo della scuola, questo aspetto, ahimè, risulta talvolta piuttosto evidente e problematico, nonostante tutti gli sforzi – meritevoli – che vengono fatti.
Mi sono già distanziata molto dal tema dell’intelligenza artificiale che – del resto l’avevo detto – voleva essere soltanto un pretesto. Ritorniamoci però, all’articolo scritto con Chat Gpt, per mettere in luce un altro punto. Un articolo redatto dall’intelligenza artificiale può davvero essere interessante? Può davvero essere originale? Può dire qualcosa di nuovo? In fondo Chat Gpt non fa altro che ricombinare – bene o male dipende dai casi e da come la si utilizza – cose scritte da altre persone. Si potrebbe dire che un articolo scritto con Chat Gpt non aggiungerà mai nulla di nuovo nel mondo.
Per valutare meglio l’equità di questo giudizio proviamo a prenderci qualche minuto per immaginare e disegnare nella nostra mente un animale che non esiste, totalmente nuovo e originale. Cerchiamo di visualizzarlo. Ricordo ancora con chiarezza quando nella mia adolescenza avevo passato con le amiche un intero pomeriggio a cercare di farlo e mi si era palesata dinanzi una dolorosa consapevolezza, colorata dall’indole drammatica di quel periodo della vita: non siamo in grado di creare nulla di completamente nuovo.
Nel cercare di immaginare un animale che non esiste non riusciamo a fare nulla di meglio che ricombinare insieme pezzi di creature già esistenti, ma nulla più. Che differenza c’è allora tra quello che facciamo noi e quello che fa l’intelligenza artificiale? Non voglio dire che non ci sia, ce n’è eccome, però forse non tanta quanto ci piacerebbe credere. La me adolescente ha provato un senso di orrore davanti a questa consapevolezza, la me adulta invece ci riconosce un aspetto positivo: tutto ciò che facciamo si inserisce in una fitta rete, è il risultato del mondo in cui viviamo e della collettività che contribuisce a dargli forma.

Questo fatto mi ricorda che la collettività esiste e che non siamo singoli che agiscono nel vuoto, che qualunque artefatto umano è il prodotto di un sistema più complesso e più ampio. Penso che faccia bene ricordarselo oggi, così da poter sgonfiare tutta l’importanza che attribuiamo all’ “io” e aprirsi alla possibilità di un noi. Da osservare, per inciso, come in molti casi poter dire “questo l’ho fatto io” è la condizione di possibilità per potersene prendere – o aver riconosciuto – il merito.
Ora, il fatto che tutto ciò che facciamo sia il risultato della società a cui apparteniamo e che possiamo considerarlo “farina del nostro sacco” soltanto fino a un certo punto, se da un lato ci colloca di nuovo in relazione con il mondo, dall’altro evoca l’immagine di una gabbia in cui si è imprigionati. Molto dipende da quali caratteristiche ha la società in questione e da quanto si è consapevoli delle sbarre della propria prigione.
Vorrei fare un esempio per chiarire questo punto, prendendo di nuovo a pretesto l’intelligenza artificiale. Qualche tempo fa stavo progettando un laboratorio di dialogo filosofico sul tema degli stereotipi di genere per una terza elementare. Per stimolare il ragionamento volevo portare loro alcune immagini in cui i ruoli di genere sono ribaltati. Visto che non è facilissimo trovarne, ho provato a crearle utilizzando Copilot, un software di AI generativa.
Il prompt che ho inserito è stato: “Potresti generare l’immagine di una principessa che salva un principe? Vorrei che nell’immagine la principessa tenesse in braccio il principe”. La conversazione è durata a lungo, perché Copilot continuava a generare immagini in cui era il principe a tenere in braccio la principessa. Il meglio che è riuscito a fare, dopo molti tentativi, è stato di aggiungere al principe una gonna.
Non siamo in grado di creare nulla di completamente nuovo
Quando gli ho fatto osservare che non stava soddisfacendo la mia richiesta e ho gli ho chiesto le motivazioni di questo fallimento, ha risposto: “La difficoltà potrebbe derivare dal fatto che quando genero immagini il modello tende a basarsi su rappresentazioni comuni e archetipiche che circolano nella cultura popolare e nelle storie classiche. Nelle fiabe classiche spesso il principe svolge il ruolo di salvatore, mentre la principessa è quella che viene salvata, e questo potrebbe influenzare il tipo di immagini che vengono prodotte”.
Il tema dei bias dell’intelligenza artificiale è stato ampiamente trattato e approfondito: ovviamente i sistemi di intelligenza artificiale riflettono i bias di chi li addestra. Questo dovrebbe ricordarci come la tecnologia non sia mai davvero neutra, nonostante alcune volte sembri esserlo. Talvolta si fa al riguardo l’esempio del coltello, che può essere utilizzato sia per affettare che per tagliare.
Se tuttavia è vero che alcune tecnologie, come il coltello, possono essere talmente versatili da coprire tutto il nostro ventaglio morale, è altrettanto vero che quasi sempre le tecnologie e più in generale tutti gli strumenti riflettono i valori di chi li ha pensati, progettati e realizzati. In questo senso l’IA può davvero ostacolare la generazione del nuovo: non tanto nel suo modo di operare, ovvero rielaborando cose già esistenti, bensì operando come cassa di risonanza di tutti i nostri bias e preconcetti, imprigionandoci e appiattendoci su ciò che è sempre stato.
Essere consapevoli delle gabbie di questa prigione è la condizione di possibilità per poterne uscire o perlomeno per poter aprire degli spiragli di libertà. Ed è qui allora che allora il pensiero critico diventa fondamentale. La filosofia, intesa proprio come esercizio del pensiero, ha l’incredibile potenzialità di consentirci di generare ancora qualcosa di nuovo, passando dall’analisi critica di ciò che è per immagine cos’altro potrebbe essere.

Certo, pensare è faticoso. Lo riscontro ogni volta che faccio workshop di dialogo filosofico, sia con le persone adulte che con quelle piccole: vedo le fronti corrugarsi sotto la fatica del pensiero. Non sempre siamo disposte e disposti a fare fatica, soprattutto se questa non viene immediatamente ricompensata. Per questo usare Chat Gpt certe volte è così allettante: ci risparmia lo sforzo di pensare.
Ci sono già moltissimi studi sulla relazione tra l’utilizzo di Chat Gpt e le nostre capacità cognitive, alcuni dei quali non proprio rincuoranti. La colpa è dell’intelligenza artificiale? Non saprei, direi però che certamente c’è una responsabilità anche nostra che, pur dando molto valore ai concetti di impegno, sforzo e fatica, ci arrendiamo facilmente quando si tratta di mettersi a pensare. Forse la differenza sta nella chiarezza dell’obiettivo da raggiungere: attribuiamo valore all’idea di impegnarsi per qualcosa, questo ci rende meritevoli, ma facciamo fatica se l’obiettivo è troppo astratto o distante per essere considerato reale.
Qual è l’obiettivo del pensare? Si potrebbero rispondere moltissime cose e nessuna al contempo. Aristotele diceva che la filosofia è la più alta delle scienze proprio perché fine a sé stessa: “È evidente che noi non la ricerchiamo per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa; e, anzi, è evidente che, come diciamo uomo libero colui che è fine a sé stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le altre scienze, la diciamo libera: essa sola, infatti, è fine a sé stessa”. (Metafisica, I, 2, 982b25–28).
Con questa riflessione, partendo dell’intelligenza artificiale ho voluto cercare di mettere a fuoco a che cosa come società diamo importanza e a che cosa ne diamo troppo poca. Diamo molto valore all’individuo e ai suoi meriti, troppo poco a ciò che opera nella collettività, compresi i bias che la informano e che passano sotto traccia.
Siamo pronti ad accettare e premiare lo sforzo come misura del merito, quando opera per un fine riconoscibile, ma siamo meno inclini a farlo quando l’obiettivo è fine a se stesso, anche se potrebbe coincidere con la nostra stessa libertà. Sforziamoci di pensare bene ed educhiamo le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi a farlo. Questo avrà come effetto collaterale il fatto che l’intelligenza artificiale non sia più una minaccia, ma soprattutto, forse, ci aiuterà a essere una collettività migliore.
Vuoi approfondire?
Se ti interessa il tema dell’intelligenza artificiale ascolta anche il nostro podcast L’Intelligenza artificiale e il futuro dell’umanità.









Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi