La nuova via verso l’indipendenza degli stati del Sahel è irta di ostacoli
Mali, Niger e Burkina Faso hanno rotto con le vecchie potenze coloniali e si sono alleati contro il jihadismo. Ma fra nuovi partner militari, ingerenze russe e tensioni con i vicini, le conseguenze di questa svolta sono ancora tutte da scrivere.
In breve
Nel Sahel alcuni Stati cercano una propria indipendenza, fra rotture con le vecchie potenze coloniali e nuove alleanze
- Mali, Niger e Burkina Faso, dopo i colpi di Stato del 2021-2023, hanno fondato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) e lasciato l’ECOWAS
- Il gruppo jihadista JNIM avanza, offrendo spesso servizi e stipendi dove lo Stato è assente
- Il Wagner ha lasciato spazio all’Africa Corps, forza russa più strutturata e legata al Ministero della Difesa
- In Burkina Faso, Traorè punta a nazionalizzare le risorse minerarie, oro in primis, rompendo con la Francia
- Crescono le tensioni fra gli Stati del Sahel e i vicini costieri
Il percorso di tanti Stati africani verso la definizione di una propria identità nazionale prosegue, spesso nel tentativo di smarcarsi dalle interessate attenzioni delle vecchie metropoli coloniali, con il rischio di accettare nuove dipendenze o entrare nel circuito della violenta ingerenza di attori non statuali.
Paradigma dei tempi che corrono è l’attuale traiettoria di alcuni stati del Sahel, la fascia territoriale di separazione fra l’arida sezione continentale sub-sahariana e l’umido bioma centro-africano. Una stagione di colpi di Stato inaugurata grosso modo dopo la pandemia Covid ha attirato l’attenzione dell’informazione occidentale, ma le condizioni che conducono e conseguono a questa situazione non hanno forse ricevuto una proporzionata solerzia nell’approfondimento.
Mali, Niger e Burkina Faso hanno, consecutivamente fra il 2021 e il 2023, battuto questa via di rinnovamento – a onor del vero particolarmente gettonata a tutte le latitudini africane – si può dire in risposta a condizioni di stress politico, sociale e securitario.
Paesi storicamente afflitti da povertà, arretratezza economica, carenza di servizi di base, il trio saheliano è principale bersaglio dell’offensiva jihadista del Jamaat Nusrat al Islam wa al Muslimin (JNIM), formazione paramilitare salafita strettamente collegata ad al-Quaeda attiva nell’entroterra saheliano e occasionalmente sostenuta dal Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad (MNLA) di matrice tuareg.
Dopo la morte di Prigožin, tuttavia, la formazione paramilitare russa – istituzione privata e formalmente autonoma dall’egida del Cremlino, nonché in quanto tale attivamente impegnata anche in operazioni speculative di natura non strettamente militare – è stata destituita e sostanzialmente rebrandizzata nell’Africa Corps
La violenza e l’atrocità della penetrazione del JNIM nelle aree interne dei tre Stati hanno reso prioritaria l’adozione di una politica di sicurezza più assertiva, da cui l’insediamento di giunte militari; allo stesso tempo una narrazione più apertamente ostile nei confronti delle potenze occidentali – in particolar modo la Francia – da parte dei nuovi governi ha attecchito facilmente presso la popolazione.
La comunanza di intenti e l’empatia politica hanno portato Mali, Niger e Burkina Faso a formalizzare la loro unione entro il perimetro dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), intesa di reciproco sostegno politico e militare istituita nel 2023 e che ha seguito l’abbandono della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) da parte degli stessi Stati, che accusavano gli ormai ex confederati di intollerabili collusioni con il neo imperialismo occidentale.
Il sodalizio regionale è stato il passo formale di un allontanamento dall’area occidentale ormai già attivato in precedenza; la presenza del gruppo Wagner era infatti nota da tempo, così come la sua ingerenza nelle politiche locali e il suo sostegno alle giunte militari di nuovo insediamento.
Dopo la morte di Prigožin, tuttavia, la formazione paramilitare russa – istituzione privata e formalmente autonoma dall’egida del Cremlino, nonché in quanto tale attivamente impegnata anche in operazioni speculative di natura non strettamente militare – è stata destituita e sostanzialmente rebrandizzata nell’Africa Corps, forza di spedizione paramilitare direttamente legata al Ministero della Difesa russo e attualmente attiva in tutta l’aera in oggetto, con diverse prerogative a seconda delle esigenze locali.
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Colpi di stato, Jihad, interessi geopolitici: che succede nel Sahel? – Io non mi rassegno + 12
Capire il Burkina Faso contemporaneo – Io non mi rassegno + #8
Queste prerogative sono in larga parte difensive, con consulenza e formazione del personale militare locale e presenza sul campo di mezzi di difesa; la struttura è decisamente gerarchizzata, segnando un elemento di forte discontinuità con le modalità del Wagner, agile e indipendente ai limiti della totale autonomia.
La penetrazione del JNIM nell’entroterra saheliano, organicamente contrastato dall’Africa Corps e dagli eserciti regolari, sta vivendo un momento estremamente positivo, in quanto a convincenti successi militari segue spesso un controllo totale delle aree occupate.
E, a fronte dell’introduzione di una estrema violenza rivolta verso le popolazioni locali nei movimenti e nei combattimenti, bisogna prendere atto di un successivo attecchimento delle istanze del gruppo jihadista, capace di istituire una efficacie governance di base, fornire servizi essenziali alle genti locali, altrimenti inadempiuti dal governo ufficiale e offrire alle nuove reclute stipendi più remunerativi di quelli che diversamente potrebbero sperare di guadagnare.
Il consolidamento della loro presenza nelle zone interne è inoltre un punto di partenza per attaccare aree decisamente più strategiche, come le grandi città – finora saldamente difese e controllate degli eserciti regolari – e, soprattutto, le zone costiere. Questo enorme danno strategico, in parte già compiuto, è fonte di aspre polemiche fra gli Stati saheliani e i loro vicini collocati nel Golfo di Guinea, con cui si sprecano atti di accusa reciproci – spesso incoerenti e poco credibili – di collusione con i fondamentalisti, innescando un pericoloso processo di deterioramento dei rapporti.

Mali e Mauritania, Niger, Benin e – soprattutto – Burkina Faso e Costa d’Avorio hanno infatti visto un recente e repentino decadimento dei rapporti, substrato pericolosamente favorevole per una ulteriore avanzata del JNIM o, in estrema ma non inverosimile ipotesi, apertura di conflitti attivi fra Stati confinanti.
Fra i tre Stati dell’AES spicca la posizione autorevole del Burkina Faso. Il suo nuovo leader Ibrahim Traorè, formalmente ancora capo di Stato ad interim dopo il golpe del 2022, professa una politica di riforme e sovranizzazione ispirata allo storico leader marxista burkinabè Thomas Sankara, con cui vorrebbe ridurre lo sfruttamento esterno delle consistenti risorse naturali e minerarie del Paese.
Notevole esportatore di cotone grezzo, frutta secca e pomodori, il Burkina Faso è soprattutto un estrattore di oro, attività tuttavia affidata a grosse compagnie multinazionali, principalmente cinesi e nord-americane; nazionalizzare l’estrazione, anche allo scopo di tutelare i lavoratori attivi nel comparto minerario ma soprattutto di ridestinare ad uso interno i consistenti introiti, è uno degli scopi di Traorè, che, fra altisonante propaganda e frequente manomissione delle informazioni, è effettivamente riuscito a nazionalizzare due importanti siti estrattivi acquistandoli tramite una compagnia statale e a rinegoziare condizioni più favorevoli per lo sfruttamento di diversi altri.
La cancellazione degli accordi di assistenza strategico-militare sottoscritti nel 1961 con la Francia e la proficua partnership con la Russia sembrano collocare il Burkina Faso, così come Mali e Niger d’altronde, in una posizione di aperta ostilità nei confronti dell’Occidente, a sua volta interessato a ristabilire rapporti di collaborazione per garantire l’efficacia di quella fondamentale cintura di protezione anti-islamica costituita dal Sahel.
La realtà è probabilmente diversa e più sfumata, con gli Stati in oggetto – così come tanti altri Paesi africani – alla ricerca di una loro dimensione e nell’esercizio di un loro legittimo diritto di scegliere in autonomia la propria strada, senza che questa debba necessariamente seguire il solco tracciato dal neo-imperialismo europeo.











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