Cane e lupo: incroci, ibridazioni, potenziali pericoli e intromissione umana
Il cane in natura non esiste, è frutto di secoli di ibridazioni, spesso volute e attuate dagli esseri umani. Ancora oggi le interazioni fra cani e lupi sono molto complesse e possono comportare dei rischi. Vediamo quali.
Cane e lupo appartengono alla stessa specie e tutte le razze canine derivano, all’origine, da lupi. Un certo grado di ibridazione tra le due “entità” è sempre avvenuta. Tuttavia, con l’avvicinamento della specie selvatica alle aree più antropizzate, i “rapporti” si stanno intensificando. Tentiamo di mettere a fuoco la situazione: gli studi di archeozoologia hanno confermato che la domesticazione del lupo risale a oltre 20.000 anni fa. Si pensa che i lupi iniziarono ad avvicinarsi agli accampamenti umani, al tempo sostanzialmente cacciatori, in cerca di scarti di cibo e ossa. Sono state individuate diverse raffigurazioni rupestri del paleolitico che ritraggono lupi.
A un certo punto gli esseri umani si resero conto che le eccezionali doti del lupo – capacità di scovo e inseguimento, resistenza alle avversità, socialità – avrebbero potuto essere funzionali a una collaborazione reciproca. Con tutta probabilità la domesticazione venne facilitata dal processo di “abituazione” che è particolarmente efficace con i cuccioli, come sostiene l’etologa e ricercatrice Jessica Serra, la quale è arrivata al punto di supporre che la collaborazione tra esseri umani e lupi sia stata talmente importante da contribuire al successo dei Sapiens sui Neanderthal.
L’ibridazione è un fenomeno naturale
Dato che l’adattamento seleziona i geni che portano i caratteri più utili, quando popolazioni animali crescono separatamente in ambienti diversi, tendenzialmente sviluppano genotipi peculiari, tanto che nel lungo periodo potranno configurarsi come sottospecie distinte. Se poi un individuo della sottospecie A torna ad accoppiarsi con un altro della sottospecie B, porterà in quest’ultima alcuni caratteri che erano andati perduti e la loro discendenza saranno ibridi che porteranno il 50% dei geni A e 50% B.
Se questi ibridi continueranno a riprodursi all’interno della popolazione B, i geni peculiari dell’individuo A si diluiranno progressivamente minimizzando i loro effetti. Ma se individui di tipo A si incrociano regolarmente all’interno della popolazione B, a lungo andare la frequenza genica di B potrebbe subire un cambiamento permanente. “Introgressione” è il termine utilizzato dagli specialisti per indicare questo fenomeno.

Questo per dire che l’ibridazione è un fenomeno che avviene anche in natura e consente di mantenere alta la biodiversità genetica complessiva della specie. Quindi riguardo al meccanismo che sta alla base dell’ìbridazione dei lupi con i cani non c’è nulla di cui stupirsi. Il problema consiste semplicemente nel fatto che le razze canine sono un prodotto antropogenico.
Gli effetti dell’ibridazione tra cani e lupi
Prima di tutto bisogna considerare che anche all’interno di una popolazione pura c’è una certa variabilità di caratteri e questo vale per tutte le specie, lupo appenninico compreso. Per consentire il riconoscimento di anomalie dovute all’ibridazione, perciò è stato necessario un lavoro preliminare che mettesse a punto un elenco di marcatori, ovvero di caratteri anomali, sia di tipo morfologico, che di tipo genetico. Questo lavoro è stato svolto negli anni 2012-2015 dal Wolf Appenine Center con sede presso il Parco Nazionale Tosco Emiliano.
Il risultato è un documento nel quale vengono elencati gli indici più significativi di ibridazione: dalle variazioni del mantello alla mascherina facciale, dalle forma delle orecchie allo stop frontale – più verticale nel cane –, dallo sperone delle zampe posteriori – assente nel lupo – alla pigmentazione delle unghie e polpastrelli – sempre neri nel lupo –, dalla forma e colorazione della coda alle mucose boccali, dal tartufo nasale – nero nel lupo – alle rime palpebrali – nere nel lupo. Gli esiti di questo lavoro sono condensati in un documento di assoluto interesse. Il Wolf Appennine Center è tutt’ora un importante centro operativo nazionale riguardo al fenomeno dell’ibridazione lupo-cane.
In secondo luogo va tenuto presente che le dinamiche di ricombinazione e i fenomeni di dominanza genetica comportano il fatto che non sempre i lupi ibridi hanno un aspetto diverso dal fenotipo selvatico – wild type. In questi casi solo un’analisi del DNA può dare un responso.
Ma può anche succedere che l’ibridazione coinvolga poco l’aspetto esteriore e invece magari incida sulle caratteristiche comportamentali e funzionali – e questo preoccupa ancor di più – quali, per esempio, le capacità di caccia, la resistenza alle malattie, la cura della prole, interferenze con i cicli estrali femminili – due annuali nel cane, uno solo nel lupo – finanche, si teme, la elusività nei confronti dell’essere umano. Su questi ultimi effetti non vi sono ancora studi e valutazioni consolidate, ma tutti gli specialisti sono unanimemente d’accordo che l’ibridazione con il cane è il pericolo più grave per la conservazione della specie lupo, così come lo conosciamo.
Ibridi lupo-cane: qual è l’entità del fenomeno?
Il primo monitoraggio nazionale sul lupo coordinato nel 2020/21 da ISPRA ha consentito anche di quantificare il fenomeno dell’ibridazione cane/lupo. Gli oltre 2.800 campioni organici raccolti durante questa campagna, analizzati in laboratorio con tecniche DNA, hanno consentito di accertare che circa il 10% dei lupi può essere considerato “ibridi”, tuttavia questo dato generale, pur interessante, è poco funzionale a rappresentare una situazione che è molto differenziata territorialmente.

Per esempio, uno studio del 2018 condotto in Provincia di Grosseto, all’interno del progetto Life Ibriwolf, ha constatato che in quel contesto, oltre il 50% della popolazione lupina era costituita da individui ibridi o introgressi. Un quadro abbastanza esaustivo sulle interazioni lupo-cane lo riporta Jessica Peruzzo nella sua pubblicazione del 2022 e le stime dicono che in tutta la penisola 4000 lupi si confrontano quotidianamente con oltre 700.000 cani randagi, particolarmente concentrati in Puglia, Basilicata e Calabria.
Può sembrare una questione marginale ma quando si creano le condizioni per intervenire – con la cattura, per esempio – dovrebbe essere chiaro il bersaglio: lupo, cane o ….? Infatti il lupo è specie protetta con tutte le conseguenti specifiche normative, invece il cane è specie da affezione regolato dalla Legge 281/1991, con la gestione delegata ai Comuni. Ma l’ibrido? Attualmente vige un limbo normativo in attesa che che venga finalmente rilasciato il Piano Nazionale per la Conservazione e Gestione del Lupo, ovvero il quadro di riferimento che deve coordinare la tutela della specie.
Quando un lupo incontra un cane
L’esito di una interazione tra un cane e un lupo non risulta mai scontato e dipende da un pool di variabili: il luogo, il momento, la situazione, l’individualità, il contesto e altre ancora. Spesso prevale l’elusività reciproca, ma talvolta gli incontri possono dare esiti estremi, che vanno dall’accoppiamento alla predazione.
Riguardo all’accoppiamento, lo studio “Linee guida per la gestione dell’ibridazione tra lupo e cane”, pubblicato nell’ambito del progetto “Ibri Wolf”, contiene molte considerazioni interessanti. Pare che la situazione più plausibile sia che quando una femmina di lupo in estro e in dispersione incontra un cane vagante accetta l’accoppiamento. Peraltro questa lupa dovrà crescere da sola i cuccioli perché il cane maschio, normalmente, non ha più l’istinto lupesco di procacciare il cibo e rigurgitarlo ai piccoli. Perciò queste situazioni partono svantaggiate, purtuttavia molte lupe riescono a portare avanti la prole.
Riguardo invece all’attacco dei lupi verso i cani, un lavoro nell’ambito del progetto di ricerca Life Wild Wolf ha documentato che nel nostro Paese queste situazioni si verificano a macchia di leopardo, evidentemente ci sono specifiche circostanze che le innescano. Quando un cane invade l’home range dei lupi – per vagantismo, sguinzagliato dal padrone, attività venatoria o altro – può essere percepito come un intruso e lo scontro può essere motivato dalla difesa del territorio.
Quando invece l’attacco avviene presso un’abitazione la situazione è completamente diversa: in questo caso il comportamento del lupo è in genere motivato da scopi predatori. Ciò capita soprattutto quando il lupo si è abituato a trovare cibo in quel sito, quali scarti alimentari, ciotole con mangimi lasciate all’aperto, rifiuti organici. In ogni caso i cani dovrebbero essere sempre custoditi in luoghi sicuri, in particolare durante le ore notturne o crepuscolari, senza dimenticare che una recinzione adatta a contenere un cane, non è affatto detto che sia “a prova di lupo”.

Le razze canine sono state progressivamente tipizzate in base ai nostri desiderata, perciò consentire che alcune caratteristiche tornino nel mondo selvatico in modo così brusco e innaturale mette a rischio le caratteristiche del lupo. Considerato che la popolazione di canidi – lupi, sciacalli, volpi + cani – è rappresentata per il 99% da cani domestici, riesce difficile immaginare come il lupo potrà restare ancora a lungo il simbolo fattivo della wilderness. A meno che le comunità umane non si ravvedano e rendano efficace un drastico contenimento dei cani vaganti, magari anche rinunciando alle razze canine lupoidi – Cane Lupo Cecoslovacco, Saarloos, Kunming – come suggerisce Luca Giunti, guardiaparco, naturalista e fotografo.
In conclusione
Le vicissitudini dei lupi, ancora una volta, s’intrecciano con quelle umane. Legambiente nella sua indagine nazionale “Animali in città” ci restituisce dati oltremodo preoccupanti. L’anagrafe canina, ovvero il fondamentale strumento di governo del “pianeta cane”, non è gestita correttamente in tutto il paese. Eppure è fondamentale per consentire al personale di controllo di risalire alla titolarità di un cane vagante ed è il primo imprescindibile passo, per contrastare l’abbandono e il randagismo.
Serve personale adeguato che si occupi delle catture dei randagi, poi dovrebbero essere organizzati e gestiti canili dignitosi, dove i cani recuperati o abbandonati possano essere ricoverati in attesa di un affidamento. Inoltre per estendere l’efficacia dell’anagrafe canina, dovrebbero essere più coinvolti i veterinari, che per vari motivi sono in contatto con le genti di campagna e potrebbero essere più convincenti. Insomma, se ci fosse la volontà da mettere ordine nelle nostre campagne, di cose importanti da fare ce ne sarebbero in quantità.
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