57.000 persone chiedono che venga istituito il Dipartimento della Difesa civile. Come siamo arrivati fin qua?
Una difesa civile e nonviolenta è un’alternativa concreta al riarmo e lo dimostra il grande successo della campagna “Un’altra difesa è possibile” che ha raccolto più di 50.000 firme. Ma quali sono i processi, le strutture e le persone che hanno consentito di raggiungere questo traguardo?
Pochi giorni fa sì è conclusa con un successo storico la campagna “Un’altra difesa è possibile“, per portare in Parlamento la proposta di istituire un Dipartimento della Difesa civile, che sostituisca alla difesa armata, garantita dall’esercito, una difesa civile e nonviolenta. Il traguardo delle 50.000 firme necessarie per proseguire l’iter è stato abbondantemente superato: la raccolta si è fermata a quota 57.136, un risultato straordinario frutto di mesi di mobilitazione, ma che affonda le sue radici in un percorso iniziato più di dieci anni fa.
Una tematica di importanza cruciale in un periodo storico in cui dall’alto arrivano forti spinte al riarmo, dal punto di vista culturale si cerca di normalizzare il conflitto e da quello politico si drenano risorse da voci di spesa cruciali per dirottarle verso il costosissimo – e molto, per pochi, molto remunerativo – mercato bellico. E quale momento migliore per affrontare questo tema se non quello della vigilia della Giornata internazionale della nonviolenza, che si celebra il 2 ottobre, data di nascita del Mahatma Gandhi?
Per saperne di più ho fatto una chiacchierata con Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo, che è una delle tre sigle promotrici – insieme alla Conferenza Nazionale Enti Servizio Civile e a Sbilanciamoci – della campagna “Un’altra difesa è possibile”. Con lui ho parlato non solo dei dettagli della proposta, ma anche di tutto ciò che c’è dietro a una mobilitazione così ingente e di come questa e altre iniziative simili possano essere considerate un punto di svolta nella vita democratica italiana.

La proposta
Prima di fare un tuffo nel passato per scoprire le origini di questa mobilitazione, vediamo nel concreto cosa chiede “Un’altra difesa è possibile”. Il concetto alla base è semplice: l’articolo 52 della Costituzione stabilisce che “la difesa della Patria è un sacro dovere del cittadino”, ma non dice che questo dovere deve essere assolto imbracciando le armi. «Quella che abbiamo fatto è una proposta positiva di completamento dell’idea costituzionale. Una proposta concreta, forte anche di diverse sentenze della Corte Costituzionale scaturite dalle lotte degli obiettori di coscienza», sottolinea Francesco Vignarca.
Nello specifico, la campagna chiede di istituire presso la Presidenza del Consiglio un Dipartimento della Difesa civile e nonviolenta che – utilizzando gli strumenti già esistenti del servizio civile, dei corpi civili di pace, dela protezione civile e di un istituto di ricerca per la pace e il disarmo – persegua l’obiettivo fissato dalla Costituzione di “difesa della patria”, in particolare attraverso la prevenzione dei conflitti, la mediazione, la coesione sociale e la cooperazione internazionale.
Tutto parte nel 2014
La prima mobilitazione intorno a questa proposta, mi racconta Francesco, risale al 2014, quando «il 25 aprile di quell’anno portammo 13500 persone all’Arena di Verona al grido di “la resistenza si chiama nonviolenza, la liberazione si chiama disarmo”. È stato un momento di convergenza di molte istanze e tale convergenza ha costituito le fondamenta delle campagne degli anni successivi».
Anche nel 2014 fu lanciata una campagna che raccolse 53000 firme, ma a fine legislatura l’iter si bloccò. Giungiamo così a inizio 2026, quando la nuova fase di riarmo e la forte spinta alla militarizzazione dell’Europa hanno convinto la rete pacifista che era il momento per rinnovare l’appello. «Abbiamo attualizzato un po’ la proposta del 2014 mantenendo la sostanza e aggiornandola rispetto al contesto politico e normativo attuale. Così facendo, quella che abbiamo presentato è una legge fatta e finita, che se venisse votata dal Parlamento sarebbe perfettamente applicabile».
È proprio questa la caratteristica che attribuisce alla proposta una grande forza politica. Anzi, secondo Vignarca sono due le sue qualità decisive: la concretezza e la potenzialità trasformativa. «”Un’altra difesa è possibile” rende concreta questa visione presentando un’alternativa reale, dettagliata e applicabile e chiedendo che essa venga costruita e finanziata. Questo è rivoluzionario in un momento in cui il riarmo viene presentato come unica opzione – fra l’altro senza spiegare in che modo armarsi dovrebbe prevenire i conflitti. Inoltre è trasformativa perché cambia davvero la pratica e la visione: da forze armate a forze disarmate». Insomma, un giusto mix fra creatività e concretezza.

Un punto di svolta per la partecipazione democratica?
Insieme a Francesco rifletto sul significato che ha il raggiungimento di questo traguardo molto ambizioso – lo stesso Vignarca mi ricorda che a circa due settimane dalla scadenza dei termini non era stata raccolta neanche la metà delle firme necessarie –, che però non può essere scisso dal lungo percorso che ha portato in qua. In particolare, gli chiedo se una mobilitazione così massiccia non possa essere considerata una sorta di reazione democratica alla deriva autoritaria degli ultimi anni.
Il portavoce di Rete Pace e Disarmo condivide questo pensiero, ma sottolinea ancora con forza l’importanza della mobilitazione dal basso, della costruzione di sinergie e del lavoro di formazione e informazione interno alla rete. «È stato un mezzo miracolo: a 15 giorni dalla conclusione avevamo meno della metà delle firme. Le 30.000 raccolte nel rush finale sono frutti che non avremmo mai raccolto se non ci fossero stati i sei mesi precedenti di semina, durante i quali abbiamo dovuto spiegare e promuovere una proposta concreta, articolata, non facile da capire, esposta anche a critiche».
Un compito arduo, ma al tempo stesso un passaggio fondamentale per favorire il sostegno e la partecipazione. «Non è stato facile: per mesi siamo stati ignorati ignorati dai media mainstream. Semplicemente non se ne parlava. Anche quando hanno iniziato a parlarne, abbiamo dovuto affrontare la sfida di spiegare il senso e il merito della proposta non solo al pubblico finale, ma anche alle 60 organizzazioni della nostra rete».
Dialogare con le decine di organizzazioni del network – da Agesci ad Arci, dalle Acli al Movimento nonviolento, fino alla CGIL – è stato come gettare le fondamenta senza le quali la struttura della mobilitazione non avrebbe retto. «Dopo aver creato questa solidità di contenuto, avere avuto negli ultimi giorni l’adesione di personaggi in vista ha aiutato tanto perché ha fatto esondare il nostro messaggio nel palcoscenico mainstream», spiega Francesco.
Ed è durante questo passaggio che è successa una cosa incredibile: sono state le singole persone che sono diventate testimonial, in maniera del tutto spontanea. «Abbiamo iniziato a preparare delle card di sostegno alla campagna da consegnare a giornalisti e personaggi politici, che mostrandole pubblicamente ci hanno offerto un grande aiuto. Vedendo loro, anche la gente comune ha cominciato a farsi la sua card in cui dichiarava “anch’io ho firmato” e questo è un risultato importantissimo. “Mi sento parte di un percorso, mi sento parte di una scelta”, ci hanno scritto tantissime persone ringraziandoci e mettendosi a disposizione».

Il tema è molto interessante e chiedo a Francesco Vignarca di sviscerarlo ulteriormente. «Da un lato hanno aiutato tanto le attività di lungo corso delle reti», aggiunge. «La campagna è nata adesso, ma è fatta da realtà che hanno un radicamento, reti diffuse con molte ramificazioni, che raggiungono migliaia di persone. Inoltre la proposta è molto concreta e questo si percepisce. Non è il solito slogan “viva la pace”. Quando un’idea promette di cambiare la vita reale del paese, non è improvvisata e ha continuità nel tempo allora la gente si ingaggia».
Le implicazioni politiche
«Ora andiamo avanti su un doppio binario», spiega Vignarca. Da un lato quello istituzionale, che mette in campo la partecipazione diretta nella fase legislativa. Dall’altro quello comunicativo: «È un’occasione d’oro per diffondere questi temi in vari mondi e raccontare che mentre tutti dicono che “il nemico è alle porte” e che bisogna armarsi, noi diciamo che bisogna andare nella direzione opposta. La pace non inizia quando smetti di sparare, ma quando non ci sono più motivi per iniziare a sparare. Come umanità, rispetto al passato, siamo riusciti a farlo a livello interpersonale, ora dobbiamo farlo a livello politico».
Anche le tempistiche non sono casuali. Nel 2027 si torna alle urne e questo è il momento giusto: il regolamento del Senato infatti prevede che ogni legge di iniziativa popolare in discussione venga automaticamente ripresentata alla legislatura successiva. Inoltre, fa notare Francesco Vignarca, «avere raccolto 57000 firme e ottenuto il sostegno dell’opinione pubblica ci permette di mettere la proposta sul tavolo elettorale. Ed è una proposta forte perché non critica e basta, ma offre un’alternativa vera. Adesso andremo a bussare alla porta della politica, ma grazie alla community che abbiamo costruito continueremo anche a fare divulgazione. Non vogliamo ritirarci nel palazzo a fare lobbying, non ci interessa solo avere l’ufficetto nel dipartimento. Noi vogliamo trasformare la società».
Quando un’idea promette di cambiare la vita reale del paese, non è improvvisata e ha continuità nel tempo allora la gente si ingaggia
Secondo Vignarca, «la risposta deve essere collettiva: dobbiamo intercettare questo momento di risveglio facendo capire che per uscirne serve una proposta condivisa, sociale e politica». Il punto di partenza rimangono le 57.000 firme e la community di “Un’altra difesa è possibile”: «Inizieremo con azioni di advocacy diretta sul Parlamento contattando tutti i gruppi politici e mettendoci a disposizione per discuterne. Allo stesso tempo continueremo ad aggiornare i nodi delle reti e cercheremo di migliorare l’aspetto informativo sui principi della campagna. Lo abbiamo già fatto ma vogliamo andare ancora più in profondità, anche creando una serie di strumenti informativi e di approfondimento per far capire che dietro allo slogan c’è un contenuto».
Avviandoci verso la conclusione della chiacchierata, ci lasciamo andare a qualche riflessione finale sulla trasformazione democratica che può essere considerata al tempo stesso causa ed effetto del successo della campagna. «La parte innovativa rispetto alla partecipazione democratica è che, per la prima volta, questo percorso avviato nel 2014 vuole attuare una trasformazione in maniera nonviolenta basandosi su un quadro che esiste già, quindi è molto realizzabile».
Quello che può sembra un rischioso equilibrismo fra l’attività istituzionale e la mobilitazione dal basso diventa quindi il vero punto di forza: «Spesso in democrazia si crea tensione quando le proposte più innovative e pionieristiche vengono istituzionalizzate. Noi però pensiamo che questo passaggio rappresenti un importante punto fermo da cui partire». Francesco affida la conclusione dei suoi ragionamenti a una frase di Don Milani, che rappresenta perfettamente lo spirito che ha animato il percorso che poi ha portato al successo di “Un’altra difesa è possibile”: “Ho scoperto che il mio problema è uguale a quello degli altri. Uscirne insieme è politica, uscirne da solo è avarizia”.
Vuoi approfondire?
Clicca qui per leggere gli altri contenuti del focus “Evolvere la democrazia”.











Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi