14 Ottobre 2026 | Tempo lettura: 10 minuti
Focus / Scuola che cambia

La rivoluzione dell’educazione incidentale: ogni elemento del contesto in cui viviamo ci insegna qualcosa

Educazione incidentale vuol dire vedere occasioni di imparare qualcosa in ogni ambiente, ogni momento, ogni situazione della vita quotidiana. L’approccio libertario cerca di favorire il più possibile tali occasioni, come ci spiega l’insegnante e psicomotricista Davide Dell’Anno.

Autore: Francesco Bevilacqua
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Spesso quando sono in giro con i miei figli arrivo in ritardo. I ritmi rigorosamente cadenzati degli adulti sono incompatibili con la loro necessità istintiva di conoscere il mondo. Così accade che mentre passeggiamo speditamente lungo una via del centro si fermino a raccogliere un elastico trovato per terra e me lo mostrino oppure si piantino per osservare un insetto strano posato su una ringhiera. Mi ci è voluto un po’, ma adesso ho imparato a lasciare che si godano quei momenti. Momenti in cui vivono, momenti in cui imparano. È così che funziona l’educazione incidentale.

C’è un approccio educativo che l’ha integrata anche nelle attività quotidiane con bambini e bambine: è l’educazione libertaria, a cui è dedicato il nostro focus mensile. Naturalmente l’educazione incidentale è solo una delle tante sfaccettature dell’educazione libertaria, ma abbiamo ritenuto fosse significativo partire da qui per raccontare una filosofia educativa che ribalta molte consuetudini a cui siamo abituati. «Uno dei motivi per cui l’educazione incidentale – che nella vita è poi qualcosa che accade continuamente, una sorta di pedagogia dell’incontro – è cara all’ambiente libertario è che ricalca l’ideale di rimettere adulti e bambini in una dimensione orizzontale».

A parlare è Davide Dell’Anno, che fa parte di Malacatù Ambiente Educativo, un progetto pedagogico attivo a Torino e dedicato a bambini e bambine dai 3 ai 13 anni. Come per molti progetti che si ispirano ai principi dell’educazione libertaria, anche per Davide e Malacatù l’educazione incidentale riveste un ruolo centrale: «La cosa interessante dell’educazione incidentale – spiega l’educatore – è che, essendo aperta a ogni possibilità, l’adulto deve cedere la regia, rinunciare a questo suo ruolo e posizionarsi sullo stesso piano del bambino. Con questo assetto ci si mette in marcia e questa marcia può essere in città, in bus, in treno, in un bosco». Insomma, in qualunque ambiente che possa fornire stimoli e occasioni d’apprendimento.

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L’educazione di prossimità

Chi magari si sta approcciando per la prima volta al mondo dei progetti educativi non convenzionali può cadere nell’errore di accomunare educazione incidentale e outdoor education. A questo proposito Davide precisa che «noi non seguiamo l’equazione “educazione incidentale uguale a educazione ambientale”, anche perché spesso l’outdoor education è mediata dall’adulto e predefinita». Al contrario, questo approccio educativo è strettamente legato al contesto in cui ci si trova, qualunque esso sia: «In ogni ambiente ti possono capitare delle cose – incontrare un fungo o un animale morto in un bosco oppure un tram rotto o un clochard per strada se sei in città – e ciascuna di esse è importante per l’equilibrio dell’ambiente dove si trova».

Davide introduce così l’interessante concetto di “educazione di prossimità”, che è «legata alle necessità di conoscenza richieste dal luogo dove si abita». In pratica, se la mia vita si svolge prevalentemente in città sarà più utile per me conoscere le strade, le attività commerciali, le persone che abitano nel mio quartiere. Al contrario, se abito in montagna l’apprendimento sarà più focalizzato su aspetti come il ciclo delle stagioni, come rapportarsi con gli animali selvatici piuttosto che come orientarsi in mezzo a un bosco. In ogni caso, non ha senso fare una vera e propria classifica poiché «il contesto è rilevante per chi ci vive».

La scuola convenzionale

La conversazione tocca anche il tema della scuola istituzionale, convenzionale, codificata. È uno spunto interessante per tentare di individuare punti di contatto fra i diversi approcci didattici piuttosto che metterli in competizione fra loro, anche se le differenze sono evidenti. «Io non sono un detrattore dell’educazione scolastica statale, anche se credo che nella scuola istituzionale l’educazione incidentale sia la cosa più difficile da portare perché essa parte da un assunto che è il contrario di quello che propone l’istituzione ovvero avere come punto di partenza il vuoto: tu puoi fare educazione incidentale solo se rinunci a quella che possiamo chiamare “produttività”».

Anche nei progetti di educazione libertaria ci sono momenti strutturati dall’adulto con lezioni, libri e cose da imparare, ma si cerca sempre di crea l’occasione per l’incidentalità. Nella scuola ci sono programmazioni spesso troppo rigide per affidare l’apprendimento alla casualità. «Per fare educazione incidentale ti devi aprire a un incontro: questo richiede uno spostamento nello spazio e quello della scuola è troppo ridotto. Molto banalmente, per fare una gita devi individuare un preciso obiettivo didattico e questo non può essere la serendipità. Eppure la precondizione per avere incontri stimolanti è lasciare ampi momenti di vuoto».

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Oltre all’eccessiva burocratizzazione c’è anche un problema di numeri: «In una giornata dedicata all’educazione incidentale possono essere diverse le cose che apprendi all’interno dello stesso gruppo perché ogni bambino nota dettagli e fa ragionamenti diversi anche quando vede le stesse cose. Se vogliamo ridurla a una dicotomia filosofica, l’incidentalità come metodo di apprendimento si sposta verso l’individuo lasciando la collettività». Un approccio difficilmente applicabile in una scuola che somiglia sempre più a una catena di montaggio, con lezioni, attività, programmi rigidi e standardizzati.

Il contesto scolastico – l’aula, i corridoi, il cortile – diventa uno sfondo neutro in cui il gesto educativo è un altro. Al contrario, nell’educazione incidentale c’è un capovolgimento del focus e il contesto stesso diventa il vero e proprio oggetto che stimola apprendimento. Davide prova comunque a individuare delle possibilità: «Magari in un contesto scolastico si può provare a reinterpretare l’incidentalità nella dimensione del racconto, per esempio chiedendo ai bimbi di parlare di cose che sono successe e cogliere gli spunti che emergono. Però il motore dell’apprendere è sempre farsi domande, avere curiosità, ma in contesti che si frequenta tutti i giorni questa possibilità tende a scemare e si rischia che le cose che ci circondano diventino invisibili».

Proseguendo questo stimolante confronto il discorso si fa più politico: «L’educazione libertaria ha una vocazione sovversiva, un pensiero critico che auspichiamo attecchisca», rivendica Davide. «Vorremmo produrre un cambiamento sociale e vorremmo che ciò avvenisse in modo gentile. Per fare sì che ci sia una dinamica di cambiamento ed evoluzione non puoi partire solo da un’educazione gerarchica e verticale dove il maestro impartisce lezioni, decide cosa insegnare e gli studenti vengono valutati solo su questo. Nell’educazione attiva si cerca di valorizzare una serie di competenze che provengono dal polo opposto quindi dagli studenti e dalle storie che portano. Il messaggio politico è molto forte».

Formazione o educazione?

C’è qualcosa di politico anche nella distinzione fra due concetti che possono sembrare molto simili: formare ed educare. «Nel concetto di formazione c’è una valenza sociale fortemente conservativa perché se vieni formato in un certo modo sei funzionale solo in un ambiente che riproduce quella forma», fa notare Davide. «Con l’educazione intesa nel suo senso etimologico – ex-ducere, portare alla luce le tue propensioni – lasci che si sviluppano liberamente degli individui che, al di la del giudizio etico, hanno più varietà e in questa varietà è più facile trovare novità. In questo modo anche la collettività può cambiare perché diventa un puzzle di tessere dinamiche che decidono autonomamente come incastrarsi, magari dando una forma nuova all’insieme».

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È l’idea a essere rivoluzionaria, non tanto l’obiettivo finale: nella formazione il massimo della libertà consiste nel chiedersi “quale di queste tessere sociali vuoi essere tu?” e «al limite puoi decidere se fare il ballerino, il medico o il cassiere, ma quelle tessere sono fisse, la tua libertà è solo scegliere quale pescare», osserva Davide, che poi aggiunge provocatoriamente: «Che poi spesso non è neanche davvero così».

Nell’educare invece c’è l’idea che tu crei un individuo e ciò che viene fuori è più vario e imprevedibile, nel bene e nel male. Io da insegnante e psicomotricista – e come tale mi approccio anche con bambini che arrivano da altri contesti educativi – vedo che si crea una differenza psichica: il bimbo che fa parte di un processo educativo attivo, in cui si sente protagonista, ha un’altra sicurezza. Non è naturalmente obbediente, è naturalmente cooperativo».

Gli chiedo di fare un esempio pratico. «Se c’è un conflitto, i bambini che vengono dalla mia scuola cercano di gestirlo fra di loro mentre gli altri vengono da me perché hanno una formazione fondata sull’obbedienza. A livello psichico l’effetto che produce questo approccio è molto forte: per un bambino che che sta compiendo un percorso di crescita, sentirsi dire per otto ore cosa fare e cosa pensare ha un impatto fortissimo, quindi anche solo avere un po’ di tempo in cui può liberamente scegliere di leggere un libro, giocare a calcio o fare un disegno è un dono prezioso».

Si torna così al parallelismo con un approccio educativo più formale, istituzionale, standardizzato: «Sono certo che queste occasioni di libera scelta accadono in ogni ambito educativo, ma nella scuola sono quasi osteggiate, accadono per caso nel ritagli di tempo, mentre da noi questi scambi sono favoriti». Davide parla di cose molto concrete, non c’è niente di utopico: l’educazione incidentale si fa ogni giorno e in ogni luogo, ma la relazione deve essere messa al centro e l’adulto va visto come un cooperante e non come un nemico. «Noi maestri libertari godiamo di una grande opportunità e abbiamo il compito di rilanciare gli input dei bambini».

Un paio di esempi pratici

A questo punto della conversazione Davide prende l’iniziativa: ci tiene a raccontare un paio di aneddoti che spiegano molto bene l’approccio dell’educazione incidentale. «Un giorno d’estate – ricorda – stavamo attraversando il cimitero monumentale di Torino. Era molto caldo e siamo entrati in una loggia in cerca di ombra. Davanti a una tomba una ragazza mi ha chiesto: “Questa morta qua che mestiere faceva?”».

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La domanda lo ha lasciato perplesso e Davide ha risposto che non ne capiva il senso. «Allora lei mi ha fatto notare che su molte altre tombe c’era scritto il mestiere della persona defunta, ma erano tutte tombe di uomini – dottori, cavalieri, ingegneri – mentre su quelle delle donne c’erano scritte come “moglie”, “gentile”, “premurosa”. Così è nata spontaneamente una bellissima lezione/discussione di storia sociale e di genere».

Il secondo aneddoto risale all’inizio dell’anno scolastico: Davide e i suoi bambini e bambine stavano girando in bicicletta nei pressi dell’argine del Po, quando hanno notato delle piantine in vari stadi di evoluzione. «C’era chi sosteneva fossero pomodori, chi zucchine, chi altri ortaggi ancora. Allora ho proposto di tornare ogni settimana per seguire la crescita e capire di che pianta si trattasse».

«Da lì è nata un’occasione di apprendimento: abbiamo mappato la presenza delle piante – Davide mi svela che alla fine erano pomodori –, abbiamo analizzato il contesto fatto di orti e campi coltivati, abbiamo ragionato sulla geografia del luogo, sul ciclo dell’acqua, sulla fertilità, sui semi e poi ci siamo allargati al nomadismo nella preistoria, al passaggio evolutivo del neolitico». Il tutto partendo da qualche piantina notata per caso.

La nostra chiacchierata si avvia verso la conclusione. Gli propongo un’ultima riflessione cercando un parallelismo fra il pensiero anarchico di Colin Ward – a cui si ispira l’educazione libertaria – e la rivoluzione del processo di apprendimento proposta da John Dewey. «La tradizione di attivismo di Dewey è interessante perché è una pedagogia della ricerca», osserva Davide. «I bambini si attivano per cercare le risposte alle domande che vengono poste, si sentono investigatori e questo è fondamentale per un processo educativo che non sia solo nozionismo. È importante l’approccio alla conoscenza: è qualcosa di già esistente a cui semplicemente accedi oppure è qualcosa che si sta creando e tu sei protagonista di questa creazione? Noi ci sentiamo creatori di conoscenza».