Bressanone, abbattuto l’ultimo bosco golenale della valle Isarco: ospitava decine di specie protette
Ruspe in azione all’alba a Bressanone: abbattuto l’ultimo grande bosco golenale della valle Isarco. Ambientalisti e cittadini protestano, mentre il Comune difende il progetto industriale e le compensazioni ambientali previste.
Un piccolo bosco lungo il fiume Isarco, a Bressanone, è stato abbattuto in poche ore nelle prime ore di venerdì 6 marzo mattina. L’area – circa due ettari di foresta ripariale con altri settemila metri quadrati di prato – era considerata dagli ambientalisti l’ultimo grande bosco golenale rimasto nella valle. La sua scomparsa ha riacceso il dibattito sul confine fra tra sviluppo economico e tutela degli ecosistemi locali.
Dopo il caso dei cedri di Cuneo salvati per ora dall’abbattimento e quello del parco Mitilini-Moneta-Stefanini a Bologna, un altro episodio relativo al verde urbano e periurbano sta facendo discutere. Secondo il Wwf regionale, le ruspe sono entrate in azione prima dell’alba e hanno iniziato a tagliare alberi alti fino a quaranta metri, alcuni con tronchi di oltre quattro metri di circonferenza e un’età stimata attorno al secolo. L’organizzazione ambientalista parla della cancellazione, nel giro di poche ore, di un ecosistema che negli anni si era strutturato come un habitat complesso lungo il corso del fiume.
Il bosco ospitava infatti una significativa biodiversità locale. Monitoraggi naturalistici avevano registrato la presenza di 64 specie di uccelli, di cui 29 nidificanti, tra cui colonie stabili di airone cenerino e specie più rare come il picchio rosso minore. Nell’area erano state inoltre documentate sette specie di pipistrelli e tre specie di rettili protette dalla normativa europea, indicatori della buona qualità ecologica dell’habitat.
La foresta apparteneva alla categoria dei boschi ripariali, ecosistemi che crescono lungo le rive dei fiumi e che svolgono diverse funzioni ambientali. Questi ambienti contribuiscono a stabilizzare le sponde, ridurre l’erosione e filtrare nutrienti e inquinanti prima che raggiungano i corsi d’acqua. Allo stesso tempo offrono rifugio e corridoi ecologici per numerose specie animali, soprattutto uccelli, insetti e piccoli mammiferi.
Più nello specifico, il bosco di Bressanone era definito golenale: si tratta di boschi che nascono all’interno di una golena, cioè la parte della pianura fluviale che viene periodicamente allagata durante le piene del fiume. Proprio la complessità di questi habitat – fatta di alberi maturi, sottobosco e aree umide – richiede spesso decenni per svilupparsi.
L’abbattimento era previsto da tempo e si inserisce in un progetto urbanistico più ampio. Il terreno, situato ai margini della zona industriale di Bressanone, era stato venduto nel 2019 dalla proprietà Vinzentinum alla società Progress Holding per circa nove milioni di euro. L’obiettivo è realizzare nuovi capannoni industriali e parcheggi legati alla produzione di stampanti per calcestruzzo 3D.
Negli ultimi anni associazioni ambientaliste e gruppi di cittadini hanno tentato di fermare l’intervento con petizioni, iniziative pubbliche e ricorsi amministrativi. Una raccolta firme ha superato le quattromila adesioni e in più occasioni sono state organizzate manifestazioni e catene umane. Anche la Commissione provinciale per il territorio e il paesaggio ha riconosciuto il valore naturalistico dell’area, pur autorizzando infine il progetto.
Come misura di compensazione ambientale, il piano prevede la rinaturalizzazione di circa 17.000 metri quadrati di terreni agricoli situati vicino al biotopo Millander Au. L’idea è favorire la ricostruzione di ambienti naturali lungo il fiume e ampliare gli spazi ecologici esistenti. Secondo le associazioni ambientaliste, tuttavia, interventi di questo tipo difficilmente possono sostituire un ecosistema maturo sviluppatosi in decenni.
La vicenda riporta al centro un tema sempre più frequente nelle città alpine e nelle aree urbane europee: come conciliare sviluppo economico e conservazione degli habitat naturali rimasti. In molti casi il conflitto emerge proprio nelle zone di transizione tra città, fiumi e aree industriali, dove piccoli ecosistemi possono avere un valore ecologico elevato pur trovandosi in contesti fortemente urbanizzati.
Alcune amministrazioni stanno sperimentando approcci diversi, come la mappatura preventiva degli ecosistemi urbani, l’integrazione di corridoi ecologici nei piani urbanistici e forme di compensazione ambientale più estese e monitorate nel tempo.






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