Abbonati. Sostieni l'informazione indipendente


Cose da sapere

Articoli fondamentali per comprendere problemi e soluzioni dell'Italia (e del mondo) che Cambia, cose importanti, cose da sapere.

I temi che trattiamo
In evidenza
Ambiente

Ambiente

Podcast

La redazione affronta e sviscera problemi e soluzioni del mondo contemporaneo, cercando di comprendere e interpretare la realtà in modo onesto e approfondito.

Ascolta
In evidenza
Soluscions

Soluscions

Ispirazioni

Storie, esempi, riflessioni stimolanti e replicabili per cambiare la propria vita e il mondo, per realizzare i propri sognie e apprezzare frammenti concreti di Italia che Cambia.

Leggi
In evidenza
Calabria sarai Tu

Calabria sarai Tu

Guide al cambiamento

Vuoi sapere tutto, ma proprio tutto su un determinato tema? Con le nostre guide al cambiamento puoi farlo scegliendo quanto e quando approfondire.

Leggi
In evidenza
Animali come noi: guida al benessere animale

Animali come noi: guida al benessere animale

Focus

Inchieste, reportage, approfondimenti verticali che - tra articoli, video, podcast e libri - ci aiutano a mettere a "focus" la realtà.

Leggi
In evidenza
Guerre nel mondo

Guerre nel mondo

La guerra è una guerra, è UNA guerra, è una guerra

Territori

Il giornalismo, quello vero, si fa consumandosi le suole delle scarpe per andare nei territori e toccare con mano problemi e soluzioni.

I portali territoriali
In evidenza

Sardegna


Gli strumenti del cambiamento

Bacheca cerco/offro

Per mettere insieme la domanda e l'offerta di cambiamento e costruire insieme il mondo che sogniamo.

Mappa delle realtà del cambiamento

Scopri le realtà incontrate durante i viaggi o segnalate dalla community ritenute etiche e in linea con la nostra visione.


Scopri italia che cambia
13 Gennaio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Accordo Ue-Mercosur: cosa comporta davvero e quali conseguenze avrà – 13/1/2026

Approfondimento sull’accordo UE–Mercosur in via di firma: contenuti, obiettivi geopolitici e critiche di agricoltori e ambientalisti; focus anche sul secondo turno elettorale in Myanmar.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
Cover Rassegna Home 1130 x 752 px 21

Questo episodio é disponibile anche su Youtube

Guardalo ora

Trascrizione episodio

Ieri lo accennavamo, ma come vi dicevo è uno di quegli argomenti che vanno approfonditi, e quindi eccoci qua. Accordo Ue-Mercosur. Mercosur è il mercato comune di un pezzo consistente dell’America Latina, che include Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay; il Venezuela è sospeso, mentre la Bolivia ha un percorso di adesione avviato. Non è un’unione economica simile a quella europea, ma è comunque un blocco di paesi che, dal 1991 prova a facilitare il libero scambio e a fare politiche commerciali comuni verso l’estero.

Adesso dopo una lunga gestazione questo blocco di paesi si appresta a siglare un accordo molto grande, ma anche molto travagliato e discusso, con l’Ue. Sabato prossimo UVdL è attesa in Paraguay per la firma ufficiale. Sul Guardian, Lisa O’Carroll, dice: “Gli Stati membri dell’Unione europea hanno dato il via libera al più grande accordo di libero scambio mai concluso con un gruppo di Paesi latinoamericani, mettendo fine a 25 anni di negoziati ma alimentando nuove tensioni con agricoltori e ambientalisti”.

Ma vediamo cosa prevede questo accordo e perché è così discusso? L’idea di base, come per ogni accordo commerciale su ampia scala, è quella di facilitare e rendere più economici e vantaggiosi gli scambi fra i paesi di questi due blocchi, che assieme rappresentano oltre 700 milioni di persone.

Quindi l’accordo innanzitutto taglia i dazi su tantissime merci: secondo il Parlamento europeo, l’intesa eliminerebbe i dazi su circa il 91% delle esportazioni UE verso Mercosur e su circa il 92% delle esportazioni Mercosur verso l’UE. Al tempo stesso, al posto dei dazi, introduce però un sistema di quote, questo perché soprattutto in Europa il timore è che alcune importazioni (tipo carne bovina, zucchero e altri prodotti) facciano concorrenza ai produttori locali. E poi estende anche altri tipi di scambi, tipo servizi e investimenti, appalti pubblici (aziende UE che possono partecipare più facilmente alle gare nei Paesi Mercosur).

Ma non si tratta solo di vantaggi economici. L’accordo è anche una mossa per smarcarsi dalla dipendenza e dal legame quasi esclusivo con gli Usa, per ridurre la dipendenza dalla Cina per minerali critici e terre rare fondamentali per i settori auto e tecnologico, e per fare concorrenza sempre alla Cina in America del Sud.

Le proteste però non sono mancate e a protestare sono stati soprattutto agricoltori, allevatori e associazioni ambientaliste. Leggo ancora sul Guardian: “Gli agricoltori dei settori bovino, avicolo e cerealicolo sostengono di essere il “danno collaterale” dell’intesa. “Questo ucciderà la nostra agricoltura in Polonia”, ha detto all’Agence France-Presse Janusz Sampolski, agricoltore polacco. “Diventeremo dipendenti da catene di approvvigionamento di altri Paesi”, ha aggiunto, sostenendo che questo potrebbe minacciare la sicurezza alimentare della Polonia “in caso di rischio di guerra”.

Il Climate Action Network ha affermato che l’accordo non riguarda soltanto dazi e quote, ma “spingerà la deforestazione” e “peggiorerà le condizioni dei diritti umani in alcuni degli ecosistemi più sensibili del pianeta”, incentivando l’aumento della produzione di carne bovina e soia e del legname destinato alla carta in aree esposte alla deforestazione.

Un articolo su Foodwatch pubblicato a inizio dicembre passa in rassegna tutti i principali punti dolenti dell’accordo. Ve ne leggo alcuni passaggi:

“Diversi Stati membri restano pubblicamente critici nei confronti dell’accordo, soprattutto per via del capitolo agricolo e della mancanza di tutele ambientali e sui diritti umani forti e realmente vincolanti. La Francia – che poi ha votato contro – ha ripetutamente detto che non può sostenere l’intesa senza robuste “misure specchio”, clausole di salvaguardia efficaci e controlli più severi sulle importazioni. Altri, come Germania e Paesi Bassi, hanno assunto posizioni più favorevoli o in evoluzione, a dimostrazione di quanto questa decisione sia diventata politicamente delicata.

Per attenuare le preoccupazioni di agricoltori e cittadini, l’UE ha proposto un nuovo regolamento su clausole di salvaguardia “rafforzate” per i prodotti agricoli legati all’accordo UE–Mercosur. Sulla carta, queste clausole dovrebbero permettere all’UE di reagire rapidamente se le importazioni di prodotti sensibili come carne bovina, pollame o zucchero aumentano bruscamente e minacciano i produttori europei. In pratica, però, molti esperti e organizzazioni della società civile avvertono che il testo è debole: è difficile da attivare, non offre protezione automatica e non affronta davvero il problema centrale dei prodotti realizzati con pesticidi, OGM o antibiotici vietati in Europa”.

“Uno degli aspetti più allarmanti dell’accordo UE–Mercosur è il suo potenziale di espandere il commercio dei cosiddetti “pesticidi boomerang”: sostanze chimiche vietate per l’uso agricolo nell’UE, ma ancora prodotte qui per essere esportate altrove, e poi “di ritorno” in Europa sotto forma di residui nei prodotti alimentari importati. Questo doppio standard espone le comunità dei Paesi esportatori a sostanze ritenute troppo pericolose per i cittadini europei e poi riporta le stesse sostanze nei piatti europei attraverso residui in soia importata, frutta, verdura e altri prodotti. L’accordo rischia di cristallizzare e perfino amplificare questo sistema ingiusto e dannoso.

In tutta Europa e nei Paesi Mercosur, molte organizzazioni agricole denunciano l’accordo come un motore di concorrenza sleale. I produttori UE temono di essere messi fuori mercato da importazioni realizzate con terra più economica, tutele del lavoro più deboli e regole ambientali più permissive. Nei Paesi Mercosur, piccoli agricoltori e comunità indigene affrontano una pressione crescente dovuta all’espansione dell’agrobusiness, alla deforestazione e all’accaparramento di terre. Invece di sostenere una transizione verso un’agricoltura più sostenibile e resiliente, l’accordo rischia di rafforzare un modello basato su monocolture da esportazione, alto uso di pesticidi e concentrazione del potere in poche grandi corporazioni.

L’accordo UE–Mercosur non riguarda solo dazi e quote. Inciderà su uso del suolo, deforestazione, emissioni di gas serra e condizioni dei diritti umani in alcuni degli ecosistemi più sensibili del pianeta. Più esportazioni di carne bovina, soia e altre commodity provenienti da regioni a rischio deforestazione minacciano di compromettere gli obiettivi dell’UE su clima e filiere “deforestation-free”. Le comunità che difendono terra e ambiente nei Paesi Mercosur subiscono già violenze e intimidazioni; espandere questo modello commerciale senza tutele robuste e vincolanti rischia di peggiorare una situazione già grave”.

L’articolo di Foodwatch conclude: “In tutta l’UE e in America Latina, organizzazioni di agricoltori, comunità indigene, gruppi ambientalisti, sindacati e associazioni dei consumatori stanno già lanciando l’allarme. Il messaggio è chiaro: le regole del commercio non devono indebolire il diritto a cibo sicuro, agricoltura sostenibile, ambiente sano e condizioni di lavoro dignitose”.

Per curiosità mi sono fatto un giro su alcuno quotidiani argentini e brasiliani, per vedere come è letta da quelle parti la questione e devo dire che ho trovato letture simili. Da un lato, chi è favorevole, evidenzia l’importanza in questo momento storico molto isolazionista di spingere accordi e partenariati fra paesi diversi del mondo. Dall’altro le preoccupazioni ambientali, che lì sono meno legate al tema della salubrità del cibo importato e più al timore di incentivare economie estrattiviste, deforestazione ecc.

È una notizia che mi fa sorgere parecchie domande. Perché da un lato degli accordi commerciali sono comunque un modo per mantenere relazioni con altri paesi, e in questo momento è utile farlo. Dall’altro però rischiano di incentivare comportamenti dannosi per le persone, la salute e gli ecosistemi. Senza contare che in generale dovremmo puntare a consumare meno, quindi anche a commerciare meno, e dovremmo smettere di far spostare merci da una parte all’altra del mondo se non è strettamente necessario. 

Mi vengono due domande. La prima: è possibile avere buone relazioni internazionali con altri paesi o gruppi di paesi, senza passare per accordi commerciali? Perché in una spocietà basata sul mercato le due cose sembrano andare per forza a braccetto, ma magari non è così. La seconda, volendo restare su accordi commerciali: possiamo immaginare accordi in cui, ad esempio, si tolgono i dazi ma si irrigidiscono i controlli ambientali e quindi la possibilità di accedere al mercato europeo diventa, ad esempio un modo per spingere le aziende sudamericane ad adottare a loro volta standard di sostenibilità più elevati? 

Ieri su Atlante delle Guerre è uscito un articolo molto interessante su un fatto molto poco coperto dai media. Il secondo turno delle elezioni nel Myanmar martoriato dalla giuerra civile. Leggo: “Il secondo turno delle elezioni in Birmania non è passato indenne: incidenti, attacchi ed esplosioni hanno funestato la gran kermesse della Giunta per riabilitarsi agli occhi del mondo. Ma tutto è avvenuto lontano dai grandi centri. Infatti, visitando Yangon tra il primo e il secondo turno elettorale di queste elezioni che si svolgono in 3 tornate, non si ha l’impressione di un Paese in guerra. In giro non si vede un soldato e nemmeno grandi manifesti elettorali. Di più: rispetto a solo un paio di anni fa, quando Yangon appariva una città povera e dimessa con luci fioche oscurate dai continui black out, adesso c’è luce 24 ore al giorno (nel periodo del voto) e ricchezza palpabile in macchinoni coi vetri oscurati e negozi che traboccano di merce. Una ventata di stabilità e opulenza (meno evidente nei sobborghi e nelle vie laterali) che affolla viali ben curati in un traffico caotico che non sembra quello di un Paese con la benzina alle stelle e una moneta che persino il cambio nei baracchini autorizzati paga esattamente il doppio del corso ufficiale. Ma è davvero solo apparenza.

La ricchezza è quella del denaro lecito – che arriva dallo spostamento nella capitale dei landlord della periferia che alimentano la bolla speculativa edilizia – e dei soldi dei traffici illeciti (legno pietre, truffe) investiti nell’unica città davvero aperta perché la sua frontiera è totalmente in mano alla giunta. Se uno si ferma qui, queste elezioni non sembrano la farsa descritta dalle opposizioni che, da un anno, ha sofferto diverse disfatte militari. Se ci si ferma qui, la Giunta sta vincendo la scommessa. Ma Yangon è in realtà una bolla circondata da violenza e instabilità anche se adesso la bilancia della guerra sembra essersi spostata in molte aree a favore dei golpisti.

“Nel mio villaggio – racconta una donna che vive lontano dalla bolla – non sono andata a votare che tanto sono residente altrove… anche mia madre che è molto vecchia non c’è andata”. C’è chi, si racconta, ha pagato nella zona di Mandalay 30mila kyatt (7 euro) per saltare il voto senza incappare in ritorsioni. Chi, semplicemente, se n’è andato da un pezzo, soprattutto giovani maschi in età militare.

Il voto al primo turno del 28 dicembre scorso non ha visto boicottaggi eclatanti ma ha comunque registrato, secondo fonti locali attendibili, quasi una trentina di incidenti in tutto il Paese, direttamente o indirettamente riconducibili al voto, compresa un’esplosione nella capitale.

Alla vigilia del voto di ieri (domenica), invece, ci sarebbe stata venerdì una battaglia di ore sull’autostrada Yangon-Mandalay, di solito strettamente sotto controllo militare. Al primo turno comunque, intimidazioni, mazzette per non votare e un discreto ma massiccio dispiegamento di forze di sicurezza hanno sottolineato, se ce ne fosse stato bisogno, una situazione instabile e a rischio. Al secondo ieri, diversi attentati compresa una bomba che ha ucciso il vice direttore della Commissione elettorale e ferito un membro dello staff a Htantabin, nella regione di Bago a Nord di Yangon. Ma gli aggiornamenti sugli attacchi di ieri saranno noti nei prossimi giorni.

La violenza è il dato costante con stime che arrivano a circa 80mila morti dal 1 febbraio 2021 a fine 2025. La cifra non riguarda solo i civili ma tutte le morti violente: “ribelli”, soldati, persone uccise in esplosioni, attacchi e bombardamenti. Secondo le stime di ACLED (Armed Conflict Location & Event Data), dal 1° gennaio al 28 novembre 2025 in Myanmar ci sono stati oltre 13.700 decessi correlati al conflitto (cui vanno aggiunte oltre 4mila morti per il terremoto che non ha impedito all’esercito di intensificare i bombardamenti nelle aree colpite), mentre gli attacchi aerei e con droni militari sono aumentati di circa il 30% rispetto al 2024. I “rapimenti” legati alla coscrizione obbligatoria sono cresciuti del 26% rispetto al 2024.

Nelle 330 township (municipalità) del Myanmar, il primo turno elettorale si è tenuto in 102 e il secondo si tiene in 100. Stando alla Giunta, l’affluenza al primo turno sarebbe stata del 52% (fondi indipendenti la danno al 20/30%) ma se anche il dato fosse vero e si ripetesse al secondo turno, la realtà ufficiale dovrebbe tener conto del fatto che, al primo turno in 1439 distretti e al secondo in 1492, la consultazione non è potuta e non può avvenire per motivi di sicurezza. I primi due turni in teoria dovrebbero rappresentare il 60% del territorio birmano ma senza quei 3000 distretti ne rappresentano solo il 44%. Quindi, anche ammesso e non concesso che l’affluenza si attesti a poco più del 50%, le elezioni rappresentano si e no un quarto degli aventi diritto e meno della metà del territorio, con l’incognita del terzo e ultimo turno a fine gennaio, domenica 25.

Segnala una notizia

Segnalaci una notizia interessante per Io non mi rassegno.
Valuteremo il suo inserimento all'interno di un prossimo episodio.

Commenta l'articolo

Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi

Registrati

Sei già registrato?

Accedi

Ultime news

Associazione OIA'Daniela BartoliniFrancesco BevilacquaLodovico BevilacquaFilippo BozottiSara BrughittaCinzia CatalfamoPaolo CigniniFabrizio CorgnatiSalvina Elisa CutuliValentina D'AmoraEleonora D'OrazioAndrea Degl'InnocentiLisa FerreliFilòAngela GiannandreaChiara GrassoIndipEzio MaistoSelena MeliFulvio MesolellaPaolo PiacentiniSusanna PiccinElena RasiaAlessia RotoloEmanuela SabidussiMarta SerraDaniel TarozziValentina TibaldiBenedetta TorselloLaura TussiRoberto ViettiLaura Zunica

Italia che Cambia

L’informazione ecologica dal 2004

Italia che Cambia è il giornale web che racconta di ambiente, transizione energetica e innovazione sociale in Italia. Raccontiamo storie che ispirano e spieghiamo i problemi con approccio costruttivo. Offriamo strumenti concreti per chiunque voglia essere parte attiva di questa trasformazione. È il punto di riferimento per chi cerca esempi di sostenibilità, etica imprenditoriale e iniziative civiche che dimostrano che un altro mondo non solo è possibile, ma è già in costruzione.

Abbonati Registrati
Associazione OIA'Daniela BartoliniFrancesco BevilacquaLodovico BevilacquaFilippo BozottiSara BrughittaCinzia CatalfamoPaolo CigniniFabrizio CorgnatiSalvina Elisa CutuliValentina D'AmoraEleonora D'OrazioAndrea Degl'InnocentiLisa FerreliFilòAngela GiannandreaChiara GrassoIndipEzio MaistoSelena MeliFulvio MesolellaPaolo PiacentiniSusanna PiccinElena RasiaAlessia RotoloEmanuela SabidussiMarta SerraDaniel TarozziValentina TibaldiBenedetta TorselloLaura TussiRoberto ViettiLaura Zunica