La famiglia che vive nei boschi e quei bambini che la Procura vuole sottrarre – 7/11/2025
Il caso dei bambini cresciuti off-grid in Abruzzo, il summit dei leader a Belém; la repressione in Camerun, la denuncia della cantante Libianca; l’arresto di Al Masri in Libia e altro ancora.
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Fonti
#Famiglia nei boschi
Il Messaggero – Crescono i figli nel bosco: “Non siamo criminali, aiutateci a restare una famiglia”
Open – La famiglia che vive nei boschi di Chieti senza acqua corrente ed elettricità: “I nostri figli sono felici”
Italia che Cambia – Descolarizzazione: e se non servissero per forza scuola e insegnanti per educare?
Italia che Cambia – Gli asili nel bosco sono una minaccia alla scuola pubblica?
#Libia
Il Post – Arrestato in Libia Osama al Masri, il comandante accusato di torture e crimini contro l’umanità
#Appello Camerun
Instagram – Video appello della cantante camerunese Libianca contro la repressione nel Paese
#USA Shutdown
Il Fatto Quotidiano – Shutdown Usa da record: 36 giorni senza fondi, stipendi bloccati e servizi fermi
#Manovra
Informazione Fiscale – Rottamazione cartelle, Bankitalia e Corte dei Conti bocciano la manovra 2026
Trascrizione episodio
Negli ultimi giorni è balzato agli onori della cronaca e sta facendo molto discutere il caso di una famiglia che viveva in una vecchia casa colonica nel bosco, a cui la Procura dei minori dell’Aquila ha chiesto l’annullamento della patria potestà, ovvero che la figlia e i due figli venissero portati via dalla famiglia e affidati ai servizi sociali.
È una vicenda complessa, che sta facendo discutere perché tocca temi profondi e a volte difficili da tenere assieme, come la libertà educativa e il diritto a uno stile di vita alternativo, e la tutela dei minori e i limiti delle scelte personali quando coinvolgono dei bambini, dall’altro. Perciò, parliamone.
Tutto inizia, almeno ufficialmente, oltre un anno fa, nel settembre del 2024, quando i cinque componenti di questa famiglia, madre, padre e tre bambini, vengono ricoverati in ospedale per una sospetta intossicazione da funghi. Funghi raccolti nel bosco in cui abitano. È questo episodio ad accendere i riflettori, e a far partire una segnalazione e quindi un’indagine da parte dei carabinieri e dei servizi sociali.
Ma chi sono queste persone? I genitori sono una coppia anglofona, lei si chiama Catherine Birmingham, australiana 45enne, ex cavallerizza, e lui Nathan Trevallion, britannico di 51 anni, ex chef e ex imprenditore di mobili pregiati. Vivono a Palmoli nel Vastese in provincia di Chieti (Abruzzo) con i loro tre figli in una ex casa colonica.
La scelta di vita che hanno fatto, comunque, è piuttosto radicale ed è quella di vivere scollegati dalla rete. Niente acqua corrente, niente gas, niente elettricità tradizionale. Solo un pannello fotovoltaico, un pozzo, un bagno a secco o compost toilet. E una roulotte, attaccata alla casa, che viene usata come spazio aggiuntivo. I giornali ne parlano con toni spesso un po’ scandalistici, come di una scelta estrema. In realtà è sicuramente una scelta radicale, ma che ha radici in un movimento chiamato off grid, nato negli Usa negli Anni Settanta, di ribellione alla società consumistica e quindi di distacco completo da esso. Un movimento a cui anche alcuni ecovillaggi si rifanno. Insomma, c’è un retroterra culturale e filosofico dietro a scelte del genere.
La coppia racconta al Messaggero così la loro scelta di vita: “Nel maggio 2021 è arrivata la svolta perché crediamo che i bambini debbano crescere lontani dalla tossicità della società occidentale e dalla tecnologia, ma allo stesso tempo abbiamo insegnato loro a rispettare la natura, nonché le varie culture e religioni». «Dopo aver acquistato la casa nei boschi limitrofi di Palmoli (Chieti), abbiamo installato dei pannelli solari per l’energia elettrica, prendiamo l’acqua dal pozzo e per riscaldarci abbiamo il camino. Non viviamo isolati nei boschi, ma facciamo la spesa al supermercato una volta a settimana nella vicina San Salvo»”.
I figli sono tre: una bambina di 8 anni e due gemelli di 6. Nessuno di loro va a scuola. I giornali parlano, in merito al modo scelto di educare i figli, di “unschooling”, cioè un’educazione non formale, senza scuola, basata sull’apprendimento libero, guidato dalla curiosità e dalla relazione familiare. Anche qui, molti giornali ne stanno parlando come di una cosa del tutto bizzarra ed eclettica, se non assurda e deplorevole, ma in realtà è un concetto che ha radici filosofiche molto profonde. Fra le fonti vi lascio un articolo in cui approfondivamo il tema tempo fa, in tempi non sospetti.
Comunque, si tratta di un approccio molto più diffuso nel mondo anglosassone, che addirittura distingue fra unschooling e homeschooling, dove il secondo è un approccio simile ma più strutturato, più simile all’educazione tradizionale ma svolto in casa e non in una scuola. Il tutto comunque non è proibito dalla legge e rientra sotto al cappello della cosiddetta educazione parentale, riconosciuta dalla Costituzione, che tutela il diritto all’educazione da parte dei minori, ma non ne impone le modalità, purché siano rispettati alcuni criteri e obiettivi.
La versione dei giornali però cozza con quanto dichiarato sempre al Messaggero dall’avvocato difensore Giovanni Angelucci, che afferma che i bambini seguono corsi di “studio domestico” settimanali con un’insegnante del Molise (che quindi forse non esiste, punto a favore dei giornali, scusate la battuta scema). E usano i telefonini dei genitori per sentire i parenti in Australia e Regno Unito.
Comunque, tornando alla cronaca. Succede che a un certo punto un anno fa una sospetta intossicazioni da funghi porta a questo ricovero in ospedale, che fa rizzare le antenne alle istituzioni, ed entrano in gioco i servizi sociali, che entrano in contatto con la famiglia, e lì inizia un lungo percorso fatto di verifiche, incontri, sopralluoghi, relazioni.
Facendo riferimento proprio alle relazioni fatte dai servizi sociali, e su cui si basa anche la richiesta della Procura dei minori dell’Aquila, si legge che le condizioni abitative non sono adeguate, si parla di “casa fatiscente”, con “problemi strutturali”, priva dei servizi essenziali. E poi si nomina “l’isolamento”. I bambini, dicono le relazioni, non hanno contatti con l’esterno, non frequentano coetanei, non vanno a scuola, non hanno nemmeno un pediatra di riferimento.
Anche qui però le versioni dei Servizi e quella della famiglia differiscono: la famiglia dice sempre al Messaggero che i loro figli «sono più felici e soddisfatti, ma non vivono isolati dal mondo, bensì socializzano anche con altri bambini. Hanno già imparato a conoscere piante e animali, così come a cucinare e a lavorare a maglia, ma adesso studiano a casa con una maestra». E l’avvocato dice che i bambini sono in perfette condizioni psico-fisiche, godono di ottima salute, sono assegnati al sistema sanitario nazionale e seguiti da una pediatra di fiducia.
Comunque, sappiamo che per mesi, questo sempre quello che affermano i Servizi, si tenta una mediazione. I Servizi sociali propongono alla famiglia un progetto alternativo: trasferirsi in una casa che considerino più sicura, garantire per i figli l’accesso alle cure mediche di base – quindi assegnare loro un pediatra -, garantire un percorso educativo formale. I genitori inizialmente sembrano disposti, poi rifiutano.
A quel punto la Procura per i minorenni dell’Aquila decide di intervenire e deposita una richiesta formale: sospendere o limitare la responsabilità genitoriale e affidare temporaneamente i bambini ai servizi sociali. È questa la notizia che esce negli ultimi giorni e che scatena il dibattito.
Allora, parliamo di una richiesta della Procura, non di una decisione. Sarà il tribunale a emettere una sentenza. Però capite che il tema è spinoso e che sull’idea che ci facciamo – e qui veniamo all’influenza dei media – pesa come questa storia viene raccontata, le parole che si scelgono. I servizi sociali parlano di casa fatiscente, isolamento, alcuni media parlano di scelta estrema, di mancata educazione. La famiglia invece, anche attraverso alcuni media, parla invece di scelta educativa, di bambini felici, di cura.
Ovviamente né io né voi siamo stati lì, né abbiamo visto la reale situazione. Io non so ad esempio se la fatiscenza descritta dell’edificio è tale da mettere in pericolo la vita dei bambini. Quello ovviamente sarebbe un elemento dirimente, nel caso. Però, in linea generale, credo che ci sia un confine, che in realtà è molto netto, e che forse dovrebbe essere il discrimine, fra l’incuria e la scelta consapevole. Per scelta consapevole non intendo dire scelta per forza condivisibile, ma di scelta dettata dall’amore, dalla cura verso i propri figli.
Nella mia esperienza di giornalista ho incontrato spesso esperienze di persone che vivono in maniera non convenzionale, spesso in contatto profondo con la natura, magari facendo homeschooling e unschooling per i propri figli e devo dire che sono praticamente sempre scelte consapevoli.
Più in generale, questa vicenda tira in ballo il confine fra la scelta di uno stile di vita alternativo, che interessa ovviamente anche dei minori, e alcuni parametri diciamo minimi fissati dallo Stato. Si tratta di stabilire il confine tra libertà di scelta e responsabilità verso terzi, tra autodeterminazione e tutela. Io credo che questa asticella, come dicevo prima, vada posizionata dove la scelta consapevole finisce o nella messa in pericolo o nella incuria fisico-emotiva. Altrimenti, nell’interesse dei bambini credo si debba tutelare la relazione con i genitori e la loro libertà di scelta. Ma è sicuramente un tema.
A Belém, in Brasile, è iniziato ieri e finirà stasera il summit dei leader che apre di fatto COP30: è il momento in cui i capi di Stato mettono diciamo i paletti politici prima dei negoziati veri e propri (10–21 novembre).
In Camerun continua la stretta post-elettorale: arresti di oppositori e piazze spente a colpi di polizia. In questo clima, la cantante camerunese Libianca ha pubblicato un video-appello sui social denunciando la repressione e chiedendo attenzione internazionale, mentre media internazionali raccontano morti e decine di fermi nelle proteste.
In Libia le autorità libiche hanno annunciato l’arresto a Tripoli di Osama (Ossama) Almasri, un ufficiale libico accusato di torture e crimini contro l’umanità legati al carcere di Mitiga. La vicenda aveva già scosso l’Italia mesi fa perché su AlMasri pende un mandato di cattura internazionale da parte della Cpi, era stato fermato a Torino, ma poi le autorità italiane ne avevano consentito il rimpatrio tra le polemiche, perché, si era detto, il rapporto con la Libia per la gestione del flusso dei migtranti contava di più per il nostro governo rispetto a una sentenza della Cpi. Ora però è Tripoli dice di averlo detenuto e avviato a processo.
Negli Stati Uniti lo shutdown federale ha superato i 36 giorni, diventando il più lungo di sempre (il record precedente era 35 giorni nel 2018-19). Il braccio di ferro a Washington blocca stipendi e servizi, congela la pubblicazione dei principali dati economici e sta pesando sull’economia; intanto Trump pressa i senatori repubblicani per abolire il filibuster e sbloccare i fondi, mentre i democratici legano l’intesa al rinnovo dei sussidi dell’Affordable Care Act.
Infine sui giornali italiani si inizia a parlare della manovra economica, che come spesso accade verrà approvata in extremis. E su cui ieri si è espressa la Corte dei Conti, che ha parlato di un impianto prudente ma le cui scelte premiano di più i redditi medio-alti. Ne riparliamo.
Chiudo con due segnalazioni. La prima è che oggi esce una videointervista molto bella realizzata da Daniel Tarozzi assieme a Lucio Massardo di MeWe abitare collaborativo agli abitanti del cohousing San Giorgio di Ferrara, in cui si parla di come il bisogno di relazioni autentiche abbia spinto 5 famiglie a rompere l’isolamento della vita in appartamento e a scegliere di avviare un cohousing.
E poi vi faccio ascoltare il trailer di un nuovo podcast che uscirà settimana prossima.
Contributo disponibile all’interno del podcast
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