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30 Marzo 2026
Podcast / Io non mi rassegno

No Kings: dagli Usa all’Italia, in milioni sfilano contro guerra e governi – 30/3/2026

Dalle manifestazioni oceaniche del No Kings negli Usa e in Italia al rinvio dell’uscita italiana dal carbone fino al 2038.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

È stato un fine settimana di manifestazioni gigantesche in vari Paesi, e soprattutto negli Usa. Molte di queste manifestazioni erano riunite sotto il cappello No Kings, nessun re. Complessivamente sono state circa 3.100 le manifestazioni nella giornata di sabato 28 marzo, di cui all’incirca 3000 solo negli Stati Uniti. Ma ci sono state manifestazioni grosse anche in molti paesi europei, fra cui in Italia, a Roma. 

Come racconta Valentina Romagnoli su L’Espresso, “La bandiera «No Kings» è un contenitore di varie cause che vanno dal combattere la presunta piega autoritaria presa dagli Usa alle proteste contro l’Ice, passando per quelle contro la guerra in Iran. La giornata del 28 marzo è stata definita “National Day of Nonviolent Action”.

C’erano già state due manifestazioni No Kings, considerate tra le più grandi nella storia americana recente, con una partecipazione stimata tra i 4 e i 6 milioni di persone a giugno e circa 7 milioni a ottobre”. Quella di sabato pare che abbia fatto segnare un nuovo record, di circa 8 milioni di partecipanti, secondo gli organizzatori. È difficile capire il numero reale, trattandosi di migliaia di manifestazioni diverse, però comunque parliamo di questa scala qui.

Sul New York Times Thomas Fuller racconta:

“Nelle Twin Cities (per twin cities s’intende l’Area metropolitana di Minneapolis e Saint Pau, la zona più colpita dalle retate dell’ICE), una marea di persone si è riversata verso il Campidoglio dello Stato, richiamando alla memoria Renee Good e Alex Pretti (le due persone uccise dall’ICE). A Portland, in Oregon, i manifestanti hanno invaso gli incroci, spinti da quella che uno di loro ha definito una “crisi nazionale” che era “salita a tutt’altro livello”. A Little Rock, in Arkansas, dove più di 2.000 persone hanno marciato attraversando l’Arkansas River, una donna portava un suo cartello in cui forniva una diversa lettura dell’acronimo MAGA: “Morons Are Governing America” — “Gli idioti stanno governando l’America”.

Sabato, migliaia di manifestazioni hanno riempito strade e piazze in tutti gli Stati Uniti: era il terzo appuntamento di una serie di proteste nazionali, organizzate in modo piuttosto informale sotto lo slogan “No Kings” (“Niente re”). I partecipanti sono scesi in piazza per denunciare il presidente Trump e gran parte dell’agenda del suo secondo mandato, sventolando cartelli e scandendo slogan contro le deportazioni di massa, le restrizioni al voto, gli attacchi alla diversità e anche su due temi finiti improvvisamente in primo piano: la guerra con l’Iran e il forte aumento del prezzo della benzina che ne è derivato.

“I prezzi stanno salendo, e sembra che non possiamo più permetterci nemmeno di vivere”, ha detto John Moes, residente di Minneapolis, vestito con un costume alto quasi cinque metri che ricordava Prince, icona della città. “Questo è uno dei modi in cui possiamo dire che ne abbiamo abbastanza”, ha aggiunto Moes, che si è definito un indipendente vicino ai Democratici.

Gli organizzatori di No Kings hanno detto che hanno partecipato otto milioni di persone, anche se in alcune città le loro stime erano più alte di quelle fornite dalle autorità locali. Il New York Times sta facendo verifiche autonome sull’affluenza, ma non ha confermato in modo indipendente i numeri diffusi dai migliaia di luoghi di protesta.

Le manifestazioni si sono estese in tutto il Paese, da sopra il Circolo Polare Artico — Kotzebue, Alaska, 3.000 abitanti — fino ai tropici di Porto Rico. Secondo gli organizzatori, ci sono state anche 39 manifestazioni No Kings all’estero.

Le Twin Cities sono state uno dei punti focali della giornata dopo mesi turbolenti segnati dalla stretta sull’immigrazione, culminata con l’uccisione di due manifestanti, Good e Pretti, da parte di agenti federali. In una giornata fredda e ventosa, i partecipanti hanno marciato in ondate ordinate verso il palco allestito davanti al Campidoglio di St. Paul, sventolando bandiere del Minnesota e degli Stati Uniti, cantando slogan e canzoni. Il Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Minnesota ha stimato 100.000 presenze; per gli organizzatori erano 200.000”.

L’articolo è costellato da diverse testimonianze e voci dalle piazze, poi più avanti ricostruisce brevemente la genesi di questa manifestazione e delle precedenti. “Gli eventi di sabato sono stati organizzati da gruppi nazionali e locali, tra cui coalizioni progressiste molto note come Indivisible, 50501 e MoveOn, ma anche da centinaia di realtà più piccole, come American Atheists, il Transgender Law Center e il Michigan Climate Action Network.

A giugno, le prime manifestazioni No Kings si erano svolte nello stesso giorno in cui Trump aveva programmato a Washington una parata militare per il 250° anniversario dell’esercito, coincidente con il suo 79° compleanno.

A ottobre, secondo gli organizzatori, più di sette milioni di persone hanno partecipato a manifestazioni No Kings in tutti i 50 Stati. Anche in quel caso, il New York Times non ha verificato autonomamente i numeri.

Le proteste No Kings non sono incentrate su un’unica questione: vogliono piuttosto fare da contenitore comune per persone che hanno motivi diversi di opposizione all’amministrazione Trump. Nella lunga storia dei movimenti di protesta statunitensi, molti hanno prodotto cambiamenti notevoli, ma di solito erano più focalizzati — per esempio sul suffragio femminile o sui diritti civili”.

Insomma, i numeri sono giganteschi, il segnale è molto forte anche a livello d’immaginario, perché rende chiaro che gli Usa non sono, perlomeno non sono solo, gli Usa di Trump, fra l’altro gli ultimi sondaggi dicono che il gradimento di Trump è crollato al 40%, e che quasi il 60% degli elettori disapprova il suo operato. Meno chiaro è l’impatto concreto che potranno avere queste manifestazioni, perché come fa notare l’articolo storicamente hanno avuto successo i movimenti che chiedevano azioni molto specifiche. 

Come dicevamo, ci sono state grosse manifestazioni anche in altri paesi. A Roma, gli organizzatori, che sono una rete di circa 700 organizzazioni, si aspettavano circa 15mila persone. Ieri hanno detto che alla fine ce n’erano 300mila. Tant’è che anche il percorso della manifestazione è stato cambiato. persone, in piazza perlopiù per contestare il governo Meloni e la guerra. Se n’è parlato abbastanza sui giornali, anche per un fatto specifico.

Sabato mattina infatti la polizia ha fatto un controllo sull’europarlamentare italiana Ilaria Salis, di Alleanza Verdi e Sinistra (Avs). I poliziotti hanno bussato alla porta della sua camera d’albergo, a Roma, verso le 7 del mattino e secondo Salis gli agenti sono rimasti «oltre un’ora» a farle domande. 

Sempre secondo Salis, il controllo della polizia sarebbe avvenuto «in vista della manifestazione “No Kings” a cui l’europarlamentare avrebbe poi partecipato e sarebbe una conseguenza della recente approvazione del cosiddetto “pacchetto sicurezza” da parte del governo, che fra le altre cose prevede che la polizia possa trattenere le persone sospette nelle ore precedenti alle manifestazioni ritenute a rischio, così da evitare in via preventiva che ci siano scontri. 

La questura invece ha dato ad Ansa una versione diversa: ha detto che il controllo è stato eseguito come atto dovuto (cioè obbligatorio secondo la procedura) legato a una segnalazione su Salis proveniente da un altro paese europeo, la Germania, e che non è legato né alla manifestazione né alle recente norme approvate sull’ordine pubblico. 

In entrambe le ipotesi però ci sono elementi che non tornano: da un lato Salis non è stata trattenuta, e ha successivamente partecipato alla manifestazione, quindi il fermo preventivo non sarebbe stato applicato; dall’altro l’avvocato di Salis ha detto che non risulta nessun suo coinvolgimento in inchieste in corso in Germania e poi non si capisce perché, se la polizia italiana ha fatto un atto dovuto, si sia attardata così tanto a farle domande sulla manifestazione “No Kings”. 

Abbiamo già parlato del decreto bollette, la legge che il governo vuole approvare per limitare il peso del caro energia dovuto alla guerra in Iran sulle bollette dei cittadini. Il problema è che un emendamento della Lega inserito nella legge durante la discussione alla camera l’ha trasformata in quello che le opposizioni hanno definito decreto salva carbone. Il decreto infatti posticipa l’uscita dell’Italia dal carbone, pensate un po’, al 2038, di 13 anni!

Ora, se fate due calcoli vedrete che qualcosa non torna, perché se fate 2038-13 fa 2025, quindi le centrali a carbone dovevano essere già chiuse, ben prima dell’attacco all’Iran e di tutto il casino attuale. 

Il PNIEC del 2017 prevedeva che tutte le centrali a carbone fossero chiuse entro il 2025. Poi il governo, già da due anni, aveva introdotto un’eccezione per la Sardegna, dicendo che le avrebbe chiuse tutte tranne quelle in Sardegna, per cui il termine slittava di qualche anno, fra il 2026 e il 2028, per ragioni di sicurezza del sistema elettrico sull’isola e per l’attesa del Tyrrhenian Link, il cavo sottomarino che dovrebbe collegare l’isola al continente.

Quindi l’impianto di Sulcis e Fiumesanto sono ancora attivi, ma in realtà anche quello di Civitvecchia e quello di Brindisi, per i quali non era stato accordato nessun rinvio ma che semplicemente non sono stati chiusi. Ora il governo vuole approvare questo rinvio esteso, quindi non solo per la Sardegna, ovviamente con impatti climatici devastanti. 

E purtroppo il nostro paese non è il solo. “Solo gli ultimissimi giorni – racconta Luisiana gaita sul Fatto –  tanto per fare qualche esempio, in Giappone il ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria (Meti), ha disposto la sospensione temporanea delle restrizioni operative per le centrali a carbone più datate e meno efficienti, aumentando temporaneamente il ricorso al combustibile più inquinante per un periodo di un anno, a partire dal prossimo mese, mentre il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, intervenendo ad un evento della Frankfurter Allgemeine, ha annunciato che non è remota la possibilità di “mantenere in funzione più a lungo le centrali a carbone esistenti”. Quali assist migliori per il Governo Meloni, pronto a sferrare il colpo di grazia alla transizione energetica. 

È ovviamente una decisione climaticamente suicida perché il carbone è la fonte energetica più inquinante. Ed è frutto di un mix di miopia politica e lentezza. I governi la presentano come una decisione inevitabile, dovuta alla guerra e all’incertezza geopolitica. Ma la dimostrazione plastica del fatto che non sia così esiste. E ci arriva, come avviene di frequente ultimamente, dalla Spagna.

La scorsa settimana infatti il governo Sanchez ha approvato un decreto energia, in cui, a partire dalle stesse premesse emergenziali, si punta fortissimo sulle rinnovabili. Leggo su QualEnergia: “Oltre 80 misure per mitigare il caro energia innescato dal conflitto in Medio Oriente, accelerare la diffusione delle fonti rinnovabili e l’utilizzo diretto di elettricità nei consumi finali, con l’obiettivo di “ridurre strutturalmente la dipendenza dai combustibili fossili”.

Questo il focus del pacchetto energia approvato con un Regio decreto legge venerdì 20 marzo dal Consiglio dei ministri spagnolo. Nel suo discorso per presentare il pacchetto energetico, il premier spagnolo Pedro Sanchez ha sottolineato il ruolo delle fonti rinnovabili nel Paese, che ora “è meglio preparato ad affrontare questa crisi”. Sabato 14 marzo, ha ricordato, il prezzo dell’elettricità in Spagna era sceso fino a 14 euro per MWh, rispetto a valori sopra 100 euro registrati in Italia, Francia e Germania.

Poi ha precisato che “finora nel 2026, il gas ha influenzato i prezzi dell’elettricità in Spagna solo nel 15% dei casi”, contro il 90% in Italia e il 40% in Germania. Ciò significa, secondo Sanchez, “che se altri riescono a resistere, noi resisteremo ancora meglio”, grazie all’impegno del governo in questi anni a investire “in una trasformazione energetica che ci rende più resilienti”. 

Fra le misure presenti nel pacchetto ci sono degli sgravi fiscali importanti per chi ha installato impianti rinnovabili e un ampio pacchetto di detrazioni fiscali per l’installazione di pannelli solari, punti di ricarica e pompe di calore, la semplificazione delle procedure per le rinnovabili. Si rafforza anche l’autoconsumo locale, ampliando la distanza massima tra produzione e consumo da 2 a 5 km e consentendo alle autorità locali di promuovere nuovi modelli di comunità energetiche.

Insomma, questa roba si può fare, e non solo è necessaria per il clima ma è l’unico modo per paesi come la Spagna ma anche l’Italia di non essere dipendenti da combustibili che dobbiamo importare e che sono soggetti a oscillazioni assurde.

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