Minacce, aperture, truppe e nuovi missili: tutte le novità da fronte iraniano – 31/3/2026
Le ultime sulla guerra con l’Iran, fra missili sperimentali, mosse contraddittorie di Trump e tensioni sullo Stretto di Hormuz. Poi una sentenza storica negli Usa contro Meta e Google riapre il dibattito sui danni dei social network.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#Iran
New York Times – New U.S. Missile Hit Iranian Sports Hall and School, Analysis Shows
New York Times – Iran War Live Updates: Trump Claims Progress in Talks and Extends Strait of Hormuz Deadline
Il Post – Quanti soldati servono per invadere un paese?
Il Fatto Quotidiano – La Spagna nega le basi e chiude i cieli agli aerei Usa coinvolti negli attacchi all’Iran (compresi i velivoli da rifornimento): “Non partecipiamo a una guerra illegale”
#Social
ANSA – L’Austria vuole vietare i social ai minori di 14 anni
#Italia che Cambia
YouTube – Words that Change Territories | Selena Meli | TEDxGiarre
YouTube – Aperture – Informazione Oltrecorrente
Trascrizione episodio
Allora, torniamo a fare il punto sulla situazione nel medio oriente allargato. Prima cosa, sono contento che la puntata speciale sull’Iran di INMR+ vi stia piacendo molto, se siete abbonati a ICC e non l’avete ancora ascoltata vi raccomando di farlo perché fornisce gli strumenti per interpretare quello che sta accadendo e quindi anche per leggere l’attualità Se invece ancora non lo siete, questo è un ottimo momento per diventarlo.
Va bene, passiamo alle notizie di attualità su Iran e dintorni. Andiamo sul NYT, perché il gigante del giornalismo Usa pubblica una analisi molto dettagliata in cui ricostruisce che un missile che nelle prime ore dell’attacco ha colpito una palestra e una scuola elementare uccidendo 21 persone sarebbe stato un missile di nuovissima generazione che veniva usato per la prima volta in un contesto di guerra:
“Nel primo giorno della guerra con l’Iran, in un attacco che ha colpito una palestra e una scuola elementare adiacente vicino a una struttura militare nel sud dell’Iran, è stata usata un’arma che porta i segni distintivi di un missile balistico di fabbricazione statunitense sviluppato di recente, secondo esperti di armamenti e un’analisi visiva del New York Times. Secondo funzionari locali citati dai media iraniani, questo attacco e altri nelle vicinanze, nella città di Lamerd, hanno ucciso almeno 21 persone.
L’attacco del 28 febbraio è avvenuto lo stesso giorno in cui un missile da crociera Tomahawk statunitense ha colpito una scuola nella città di Minab, a diverse centinaia di miglia di distanza, uccidendo 175 persone. Nel caso di Lamerd, però, si è trattato di un’arma che non era mai stata testata in combattimento.
Il Times ha verificato video di due attacchi a Lamerd, oltre a filmati delle conseguenze degli attacchi. I giornalisti del Times e gli esperti di munizioni hanno riscontrato che le caratteristiche dell’arma, le esplosioni e i danni sono compatibili con un missile balistico a corto raggio chiamato Precision Strike Missile, o PrSM (si pronuncia come “prism”), progettato per detonare appena sopra il bersaglio e spargere all’esterno piccoli proiettili di tungsteno.
I video che riprendono uno degli attacchi, in un’area residenziale a circa 275 metri dalla palestra e dalla scuola, mostrano l’arma in volo, con una sagoma distintiva che corrisponde a quella del PrSM. Il missile esplode in una grande palla di fuoco a mezz’aria.
Un altro video, ripreso da una telecamera di sicurezza proprio di fronte alla palestra, mostra l’attacco alla palestra e alla scuola adiacente. Anche se il video non riprende l’arrivo del missile, mostra chiaramente un’esplosione appena sopra la struttura”.
Più avanti il giornalista scrive: “Dal momento che l’arma è così nuova, è più difficile valutare se gli attacchi con il PrSM a Lamerd siano stati intenzionali, se derivino da un difetto di progettazione o di fabbricazione, oppure se siano il risultato di un’errata selezione del bersaglio”.
Insomma, l’articolo lascia intuire che c’è una criticità nell’usare un’arma mai sperimentata in guerra in un contesto così caotico come il primo giorno di bombardamenti. Ora, detto fra noi, c’è una criticità abbastanza intrinseca già nel fatto che stai bombardando a tappeto un Paese. Però il fatto di usare armi mai sperimentate sul campo aggiunge ulteriore incertezza, aumenta i rischi di errori, e aumenta anche la difficoltà di attribuire quegli errori, di capire la loro intenzionalità.
Nel frattempo Trump continua a fare il Trump, ovvero a mandare segnali discordanti. Nel giro di qualche ora ha detto che i colloqui stavano andando bene e che l’Iran aveva accettato di lasciare passare altre 20 petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, presentando la decisione di Teheran come un segnale che erano in corso negoziati per porre fine alla guerra. Dopodiché ha minacciato di distruggere “completamente” l’isola di Kharg, il principale hub dell’Iran per le esportazioni di petrolio, e altri siti energetici chiave del Paese, se non avesse accettato un accordo di pace e posto fine al blocco di fatto dello Stretto di Hormuz.
Trump ha anche annunciato l’invio di altri soldati. Al momento, scrive il Post, sono stati inviati 5000 marines, che sono truppe specializzate negli assalti, e duemila uomini delle truppe aviotrasportate, che sono sempre pronti a muoversi con un preavviso di poche ore. Adesso dovrebbero essere inviati altri 10mila soldati, per un totale di meno di 20mila militari. Che spiega ancora il Post è un numero con cui non si può immaginare un’operazione militare di terra su larga scala. Non ci si invade l’Iran per intenderci. Quindi è probabile che verranno usati o come leva negoziale, del tipo ho già lì i miei soldati pronti ad attaccarvi se non cedete, oppure per invadere probabilmente un’isola, magari la stessa isola di Kharg.
E magari usarla come leva per convincere il regime a sbloccare lo stretto di Hormuz, attorno al quale ruota ormai buona parte del conflitto. Come hanno fatto notare ironicamente diversi analisti o commentatori, sembra che l’obiettivo americano per questo conflitto sia diventato sbloccare lo stretto di Hormuz. Che però era già sbloccato prima del conflitto.
Altre cose di cui si sta parlando molto, legate più o meno direttamente a questa situazione. Ieri il governo spagnolo, dopo che aveva negato l’uso delle sue basi militari di Rota e Morón, in Andalusia, ha anche chiuso il proprio spazio aereo ai mezzi coinvolti nell’operazione militare di Usa e Israele contro l’Iran, definendo l’operazione illegale. Secondo il quotidiano El País, che cita fonti militari e governative, il divieto non riguarda solo i velivoli direttamente impegnati nei bombardamenti, ma anche quelli di supporto, come gli aerei cisterna per il rifornimento in volo, inclusi quelli dislocati in Paesi terzi.
Sempre ieri per la prima volta da mesi una petroliera russa ha avuto l’ok dall’amministrazione Usa ad attraccare a Cuba, dove la popolazione è stremata dalla crisi energetica.
Forse sta cambiando qualcosa di sostanziale nella concezione comune, e anche normativa, che abbiamo delle piattaforme social. Nel senso che di pari passo con la diffusione di studi che ne mostrano gli effetti spesso nocivi sullo sviluppo cognitivo, stanno emergendo nuove leggi e sentenze tese a limitarne l’utilizzo in alcune circostanze, in certe fasce di età, e comunque a rendere consapevoli le persone dei danni legati al loro utilizzo.
L’ultimo della lista è il governo austriaco, che ieri ha annunciato che entro giugno vuole approvare una legge per vietare l’utilizzo dei social ai minori di 14 anni. Ma a fare scalpore, nella settimana appena trascorsa, è stata soprattutto una sentenza. Ne parla Sofia Calvo in uno spazio all’interno della newsletter da Costa a Costa. So che è un po’ irrituale citare un trafiletto dentro una newsletter, ma è il contenuto più interessante che ho trovato su questo tema, e poi noi facciamo un po’ come ci pare.
Leggo: “Nel 1998 fu firmato un accordo tra i procuratori generali di 46 Stati americani e le quattro grandi multinazionali statunitensi del tabacco, che accettarono di pagare 206 miliardi di dollari per coprire le spese sanitarie per le malattie causate dal fumo e per finanziare campagne di prevenzione contro il tabagismo. Le aziende furono costrette ad ammettere che sapevano che i loro prodotti erano nocivi, ma che non avevano fatto niente per rimediare.
In questi giorni i giornali americani scrivono che la storia si sta ripetendo: solo che le aziende coinvolte non sono più quelle del tabacco, ma quelle dei social network. Per la prima volta, infatti, un tribunale statunitense ha condannato Meta e Google stabilendo che i loro social media creano dipendenza e fanno male alla salute. Come le sigarette.
A differenza del fumo, però, non c’è ancora un vero consenso nella comunità scientifica sull’esistenza o meno della dipendenza da internet, ma è uno degli argomenti più studiati, discussi e controversi degli ultimi decenni. Ne parlano gli scienziati e ne parlano tutti, da anni: degli effetti dei cellulari e dei social sulla solitudine, sulla socialità, sul rapporto con la realtà, sull’isolamento e sul peggioramento della salute mentale degli adolescenti.
Come accadde con le sigarette, in questi anni tanti americani che si considerano vittime di questi effetti – e in generale dell’abuso di internet e dei social media – hanno deciso di fare causa alle aziende tecnologiche della Silicon Valley. Le cause presentate negli ultimi anni sono state migliaia; in questo momento ce ne sono più di 2.400 pendenti solo nei tribunali statali della California.
Sono state presentate da stati, associazioni, distretti scolastici e privati cittadini che in qualche modo, secondo loro, sono stati danneggiati dall’abuso dei social network, che ha causato problemi di salute irreversibili o spinto qualcuno al suicidio.
Finora le aziende si erano difese citando una famosa norma – la “Section 230” – secondo cui le piattaforme non sono responsabili dei contenuti pubblicati dagli utenti, e quindi neanche delle loro conseguenze. Ma la causa arrivata a sentenza questa settimana ha cambiato tutto, perché sostiene che faccia danni il funzionamento stesso dei social media – costruiti deliberatamente allo scopo di dare dipendenza – prima ancora dei loro contenuti.
La causa era stata presentata da una ventenne californiana, identificata solo con le iniziali K.G.M., che accusava Meta e Google di averle causato fin dall’infanzia una dipendenza da social network, che a sua volta le aveva portato ansia, depressione e problemi di percezione legati alla sua immagine e al suo corpo come la dismorfofobia (cioè una preoccupazione eccessiva e costante per difetti fisici minimi).
I suoi avvocati hanno usato gli stessi argomenti usati decenni fa contro il settore del tabacco, sostenendo che alcune caratteristiche specifiche dei social media fossero state pensate e create con l’intento di generare dipendenza, che le aziende avessero prove certe della loro nocività ma che nonostante questo abbiano cercato di guadagnarci il più possibile, senza preoccuparsi delle conseguenze per gli utenti. Tra queste funzioni ci sono la possibilità di scorrere contenuti all’infinito, la riproduzione automatica dei video, i contenuti suggeriti dagli algoritmi e i filtri per modificare le foto.
Meta e Google sono state condannate e dovranno risarcire K.G.M. con circa sei milioni di dollari. Faranno ricorso e hanno detto che si opporranno a qualsiasi tentativo di costringerle a riprogettare i loro prodotti e algoritmi; Google sostiene che non sia corretto nemmeno considerare YouTube un social network. Lo stesso giorno, tra l’altro, un altro tribunale in New Mexico ha condannato Meta per non aver avvertito correttamente gli utenti dei rischi legati alle sue piattaforme e non aver protetto i minorenni dai predatori sessuali.
Queste sentenze creano un precedente enorme per le migliaia di cause già in corso e soprattutto le moltissime altre, molte di più, che arriveranno. Andò così, con le sigarette.
Fra l’altro, a differenza delle sigarette, in cui non è che si potessero fare tutte queste modifiche al prodotto, nel caso delle piattaforme social tecnicamente basterebbe poco per renderle meno nocive. È chiaro che c’è poi da rivedere dalle fondamenta il modello di business, che è basato sul tempo delle persone. E quindi è ovvio che punti a creare dipendenza se il tuo obiettivo è tenere le persone con lo sguardo posato sulla tua piattaforma il più possibile. Se questa cosa non la puoi più fare, diciamo che puoi sopravvivere lo stesso come piattaforma ma devi cambiare radicalmente il tuo modello di business.
Alla prima edizione di TEDxGiarre, idee e testimonianze hanno acceso una nuova visione della Sicilia, tra narrazione e cambiamento concreto. Tra gli speaker anche Selena Meli, vicepresidente di Italia che Cambia.
Contributo disponibile nel podcast
E’ uscito anche il primo episodio di Aperture – Informazione Oltrecorrente, il nuovo format mensile di informazione costruttiva del Constructive Network, ideato e condotto da Francesca Ghezzani, che racconta l’attualità offrendo contesto, approfondimento e uno sguardo orientato alle soluzioni. All’interno del format è presente una rubrica di Andrea Degl’Innocenti, Direttore di Italia Che Cambia.
Segnala una notizia
Segnalaci una notizia interessante per Io non mi rassegno.
Valuteremo il suo inserimento all'interno di un prossimo episodio.






Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi