8 Nov 2021

L’ADblue paralizza il sistema di distribuzione italiano – #403

Che cos’è l’ADBlue e perché sta mettendo in ginocchio i trasporti e la catena di distribuzione nel nostro paese? Che cosa c’entra con la crisi del metano? Siamo forse all’inizio di un Seneca cliff, un collasso del sistema di produzione, distribuzione e consumo mondiale così come lo conosciamo?

ADBlue, distribuzione in crisi

Probabilmente non ne avrete sentito parlare, ma il trasporto su gomma nel nostro paese rischia di andare in tilt – in parte ci è già andato – per via di un aspetto che in molti di noi nemmeno conoscono: l’AdBlue.

Si tratta di un additivo antismog che viene aggiunto nei carburanti dei tir Euro 5 ed Euro 6 (così come nelle auto diesel di ultima generazione) per ridurre le emissioni di ossido di azoto e senza di esso i veicoli non vanno. Il problema è che improvvisamente è diventato praticamente introvabile. 

Qualche settimane fa, per esempio, l’azienda ferrarese Yara, specializzata nella produzione di Adblue che rifornisce circa il 60% del mercato nazionale, ha annunciato la chiusura per un mese degli impianti a causa della mancanza di ammoniaca, un componente fondamentale per realizzare il prodotto. 

Questa situazione di carenza del prodotto sta già innescando fenomeni di accaparramento e speculazione. Tanto che, denuncia il segretario generale di Trasportounito, il costo dell’Adblue è balzato da 250 euro a 500 euro per 1.000 litri.

Il problema è che in assenza di Adblue, i motori dei veicoli euro 5 e euro 6 non si avviano proprio. E se stanno viaggiando e la scorta finisce, si spengono. 

Lo stop potrebbe riguardare quasi un milione e mezzo di camion immatricolati in Italia, di cui oltre 300mila con portata superiore a 35 quintali. Sono più di un terzo di tutti i camion circolanti nel nostro paese. Mentre, paradossalmente, potranno muoversi liberamente i camion  più vecchi, quelli da Euro 0 a Euro 4, che non utilizzano l’Adblue. Che poi a dire il vero, sottobanco girano degli “emulatori” che illudono la centralina sul livello di additivo, ma si tratta di sistemi che rendono i veicoli fuori legge. 

Ma come mai scarseggia questo additivo? Perché a sua volta scarseggia (e di conseguenza è sempre più cara) l’ammoniaca, o meglio un suo derivato, l’urea, che è il componente principale dell’Adblue.

E come mai scarseggia l’ammoniaca? Perché viene prodotta unendo l’azoto (che si distilla direttamente dall’aria) con l’idrogeno. E qui sta il problema di fondo. L’idrogeno, anche se è inserito in migliaia di piani di transizione ecologica, ad oggi si produce soprattutto a partire dal metano. E il metano lo sappiamo è sempre più scarso e più caro. É all’origine del calo bollette di questi giorni, viene usato ancora moltissimo per il riscaldamento e qui in Europa lo importiamo quasi al 100%. 

La richiesta di metano in questo momento è altissima, perché paesi come Cina e India sono tornati a importarne grosse quantità per favorire la ripresa produttiva, perché gli stoccaggi europei stanno finendo, perché la Russia ha tagliato le forniture sperando così di incentivare il progetto Nord Stream 2, perché la produzione degli Stati Uniti è sempre più scarsa.

Questo è uno spaccato della complessità in cui viviamo. E l’ADblue non è che un piccolo pezzo di una crisi molto più complessa, globale, della catena di approvvigionamento, quella che in inglese è chiamata supply chain. Un articolo del Post prova a spiegare questa crisi, che temo sarà un argomento ricorrente in questa nuova stagione di INMR. Perché il Covid sembra aver slatentizzato alcuni problemi strutturali che erano rimasti fin qui nascosti nel funzionamento delle economie globalizzate. 

I vari lockdown hanno introdotto delle anomalie e dei ritardi nel sistema che invece di essere riassorbiti nel tempo, come farebbe un sistema resiliente, rischiano di originare cicli di retroazione positivi che li aumentano ancora di più.  

Scrive il Post che “questa crisi è composta da numerose crisi messe assieme, che riguardano la produzione, i trasporti, le materie prime, la manodopera, le politiche commerciali delle aziende e le decisioni economiche dei governi; e il sistema è a tal punto interconnesso e complicato che anche per gli economisti è difficile raccapezzarsi e dare il giusto peso a tutte le cause: come ha scritto Tyler Cowen su Bloomberg, «alcuni fondamentali centri nevralgici dell’economia mondiale sono stati colpiti da un misto di Covid e sfortuna»”.

Tutto vero, ma anche tutto molto parziale. Le numerose crisi, Covid compreso, messe assieme hanno tutte come concausa la crisi ecologica. Quindi è difficile parlare di Covid e sfortuna. Il Covid, e alcune circostanze sfortunate possono al limite essere l’evento scatenante. C’è sempre un evento scatenante. Ma lo stesso evento, in un contesto diverso, non avrebbe avuto queste conseguenze. Gli studiosi di System dynamics lo chiamano Seneca cliff, dirupo di Seneca, ovvero il collasso improvviso di un sistema complesso.

Siamo al Seneca cliff del nostro sistema economico globalizzato? E se sì, è un bene e un male? Di sicuro il sistema così com’è non è sostenibile e urge una transizione verso filiere più corte e resilienti, e verso sistemi di trasporto che siano al 100% indipendenti dai combustibili fossili. Ma un crollo fragoroso del sistema rischia di trascinare con se tutto e tutti. Probabilmente smetteremmo di inquinare, ma nessuno può prevedere cosa potrebbe succedere. 

Biden, un anno di presidenza

Il 3 novembre era un anno dalle elezioni Usa che hanno incoronato Joe Biden vincitore. É ancora presto per parlare di primo anno di presidenza, perché di fatto Biden si è insediato il 20 gennaio 2021, ma è comunque una data significativa e molti giornali hanno iniziato a tirare le somme. 

L’anniversario fra l’altro cade in un momento non fantastico per Biden, con la sua popolarità in calo e i sondaggi che dicono che se si rivotasse oggi vincerebbe Trump, con le ultime elezioni che sono state un mezzo flop per i democratici che hanno perso la Virginia. 

Fra l’altro, notizia di sabato, un giudice federale ha temporaneamente sospeso l’obbligo vaccinale per le aziende con più di 100 dipendenti varato del presidente americano Joe Biden, obbligo contro cui si sono appellati alcuni Stati Usa come Texas, Utah, Mississippi e South Carolina.

Pesano sul giudizio che molti giornali danno all’operato di Biden la mancata approvazione delle molte riforme promesse. Tuttavia venerdì è arrivato un successo importante per il presidente, la Camera degli Stati Uniti ha approvato un progetto di investimenti sulle infrastrutture dal valore di 1.200 miliardi di dollari. Per ammodernare strade, ponti, la rete idrica. Anche in ottica, pare, di adattamento climatico. Staremo a vedere. 

Ed è in cantiere anche il Reconciliation Act, l’altro mega piano di sostegno alle famiglie, che non è stato ancora votato è per dei malumori interni ai democratici, perché considerato troppo di sinistra per l’ala moderata. Ne parleremo più avanti.

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