1 Mar 2023

Il Brasile caccia i minatori dalle terre Yanomami! – #679

Scritto da: Andrea Degl'Innocenti
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In Brasile delle squadre speciali inviate dal governo stanno sgomberando le miniere illegali nelle terre degli Yanomami in Amazzonia. In Perù invece una proposta di legge del Congresso rischia di cancellare ogni diritto delle popolazioni incontattate. Parliamo anche dei problemi con il voto in Nigeria, e della proposta di legge per introdurre la pena di morte per terrorismo in Israele.

È uscito un reportage bellissimo del giornalista del Guardian Tom Phillips che è stato inviato in territorio Yanomami, nel mezzo della foresta amazzonica, a seguire e documentare l’operazione di una squadra speciale inviata dal governo per sgomberare i villaggi dei minatori illegali che stavano distruggendo l’habitat di una delle aree più preziose e biodiverse al mondo.

L’articolo si chiama “Una guerra che la società non vede: le forze brasiliane che scacciano le bande minerarie dalle terre indigene”, e vi consiglio di leggerlo, o perlomeno di guardarlo, anche se non leggete bene l’inglese, anche solo per guardare le belle foto a corredo. 

Vi leggo l’inizio (la traduzione è mia): “Negli ultimi quattro anni le foreste pluviali del Brasile hanno sanguinato. “Hanno sanguinato come mai prima d’ora”, dice Felipe Finger mentre si prepara ad avventurarsi nella giungla con il suo fucile d’assalto per fermare la carneficina ambientale inflitta all’Amazzonia sotto l’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro.

Pochi istanti dopo, Finger, un tenace comandante delle forze speciali dell’Ibama, l’agenzia brasiliana per la protezione dell’ambiente, è in volo a bordo di un elicottero monomotore, che si lancia sopra le chiome della foresta verso la prima linea di una feroce guerra alla natura e alle popolazioni indigene che vivevano qui molto prima dell’arrivo degli esploratori portoghesi, più di 500 anni fa.

L’obiettivo da raggiungere è Xitei, uno degli angoli più isolati del territorio indigeno Yanomami al confine settentrionale del Brasile con il Venezuela. Decine di migliaia di minatori illegali hanno devastato la regione durante la presidenza 2019-2023 di Bolsonaro, che ha causato un disastro ambientale, sequestrando villaggi indigeni, bandendo gli operatori sanitari, avvelenando i fiumi con il mercurio e provocando quello che il suo successore, Luiz Inácio Lula da Silva, ha definito un genocidio premeditato”.

L’articolo documenta con dovizia di particolari l’arrivo della squadra, le operazioni di sgombero – che spesso sono anche pericolose, perché molti di questi minatori illegali sono armati e pronti a opporre resistenza -, l’incontro con le popolazioni Yanomami.

C’è un passaggio particolarmente suggestivo, quando il giornalista racconta la differenza con la sua visita precedente, 15 anni prima: “Quando il Guardian ha visitato per l’ultima volta la regione di Xitei, nel 2007, era un mare di foresta pluviale in gran parte incontaminata, punteggiata da capanne comunali tradizionali e piste d’atterraggio clandestine disattivate, fatte saltare durante l’ultima grande operazione di sfratto dei minatori, all’inizio degli anni Novanta.

Quindici anni dopo, la giungla intorno a Xitei è stata distrutta. Immense lacerazioni color sabbia hanno sostituito i boschi verde scuro. Accampamenti minerari fatiscenti sorgono dove un tempo si aggiravano tapiri e cervi. Quantità sconosciute di mercurio hanno inquinato i fiumi, avvelenando i pesci su cui gli Yanomami fanno affidamento.

Dário Kopenawa, un importante leader Yanomami, ha paragonato la profanazione ambientale alla leishmaniosi, una malattia portata dalle mosche della sabbia che provoca orribili lesioni cutanee e ulcere.

“La nostra terra è così malata. I nostri fiumi sono malati. La foresta è malata… l’aria che respiriamo è malata”, ha detto, usando una parola yanomami per descrivere la catastrofe che si è verificata sotto Bolsonaro, la cui retorica antiambientale e lo smantellamento di agenzie di protezione come l’Ibama hanno fatto impennare la deforestazione. “Lo chiamerei onokãe”, ha detto Kopenawa. “Significa un genocidio che uccide le persone, sparge sangue e mette fine alle vite”.

L’articolo però non è solo deprimente, ma da anche molta speranza, nel vedere come fortunatamente le cose stiano cambiando molto in fretta sotto Lula, che sta marcando una differenza nettissima rispetto al suo predecessore. 

Spostiamoci nel relativamente vicino Perù, dove il governo sembra intenzionato a prendere una direzione opposta. L’organizzazione internazionale di protezione dei diritti delle popolazioni native Survival International descrive come «Un palese furto di terra da parte dell’industria del petrolio e del gas, e dei suoi alleati» il nuovo progetto di legge attualmente in discussione al Congresso peruviano e denuncia che «Potrebbe spazzare via le tribù incontattate del Paese».

Forse vi ricorderete che in Perù c’è un discreto caos politico e sociale ultimamente. Violenti proteste scuotono il Perù da inizio dicembre, quando l’ex presidente Pedro Castillo fu destituito dopo aver tentato di sciogliere il Congresso, e non accennano ad affievolirsi. Al contrario, la repressione statale – che ha causato già quasi 60 morti, quasi tutti tra i manifestanti – e l’incapacità della presidente Dina Boluarte, in carica dalla destituzione di Castillo, di trovare una soluzione politica alla crisi, non hanno fatto altro che alimentarle.

Vi ricordo anche che, come ci spiegava Flaviano Bianchini in un’intervista fattagli da Daniel Tarozzi, il conflitto sociale è anche un conflitto fra popolazioni indigene, povere, della campagna, e borghesia bianca cittadina, e che il Presidente Castillo rappresentava le prime mentre l’attuale presidente Dina Boluarte, e all’incirca tutto il congresso, rappresenta la seconda. Ecco, questo è il contesto.

In questo contesto si inserisce questo nuovo progetto di legge, se ho ben capito leggendo l’articolo di GreenReport che ne parla (che però non è chiarissimo), propone di revocare i diritti territoriali dei popoli in isolamento e in fase di contatto iniziale, diritti che il Perù attualmente tutela attraverso una legge specifica, che riconosce 25 di queste popolazioni.

Questo progetto di legge, afferma Survival citata da GreenReport, “è stato presentato da alcuni deputati che hanno legami con grandi compagnie del petrolio e del gas. Sembra che a sostenere la proposta ci sia anche la controversa compagnia petrolifera anglo-francese Perenco, che già opera nelle terre dei popoli incontattati nel Perù settentrionale”.

Ancora il comunicato dell’organizzazione evidenzia che «Se il PL 3518 venisse approvato: i 25 popoli incontattati e di recente contatto che sono stati ufficialmente riconosciuti dal Paese potrebbero perdere, in un colpo solo, questo riconoscimento e con esso tutti i loro diritti in quanto popoli indigeni;  le Riserve Indigene già istituite per questi popoli potrebbero essere revocate; le loro terre potrebbero essere aperte ulteriormente all’estrazione di petrolio e gas, al taglio del legno e alle attività minerarie; sarebbe bloccata la creazione di nuove riserve, estremamente necessarie per quei popoli incontattati i cui territori ad oggi non sono ancora stati protetti».

Teresa Mayo di Survival International conclude: «Questo progetto di legge è un palese furto di terra da parte dell’industria del gas e del petrolio, e dei suoi alleati, e potrebbe distruggere completamente i popoli incontattati del Perù. Nulla di simile è mai stato tentato, in nessuna parte del mondo. Sarebbe un genocidio: è semplice, i popoli indigeni coinvolti non potrebbero sopravvivere a questa totale distruzione dei loro diritti. I loro territori sarebbero aperti ulteriormente allo sfruttamento industriale e poiché dipendono totalmente dalle loro terre per sopravvivere, potrebbero essere spazzati via. E’ un attacco sfrontato e scandaloso ai diritti umani dei popoli indigeni del Perù; non si può permettere che sia trasformato in legge».

Quindi amici e amiche peruviane che seguite INMR, mi raccomando. Lotta dura senza paura. 

Intanto prosegue molto a rilento lo spoglio delle elezioni nigeriane, fra lungaggini burocratiche, nuovi sistemi per il conteggio e accuse di frode. Scrive Stefano Mauro sul manifesto: “ IL PRESIDENTE della Commissione nazionale elettorale Indipendente (Inec), Mahmoud Yakubu, aveva indicato venerdì sera che «la macchina elettorale era pronta per garantire elezioni democratiche e libere», ma i numerosi ritardi e incidenti hanno evidenziato il contrario. L’apertura dei seggi, in città come Lagos o Kano, è stata posticipata di alcune ore a causa del materiale elettorale arrivato tardi. Uno dei principali problemi è stato l’utilizzo delle Bva, le nuove macchine per l’identificazione elettronica degli elettori a riconoscimento facciale, che hanno creato molti problemi nell’utilizzo o in alcuni casi sono state rubate. Le opposizioni denunciano l’invio di schede senza i simboli di tutti i partiti, cosa che ha spinto l’Inec a posticipare la chiusura di molti seggi.

Nonostante un clima generalmente definito «pacifico», ci sono state violenze a Lagos, dove uomini armati hanno assaltato un seggio e incendiato le schede elettorali. Incidenti piuttosto gravi sono scoppiati anche negli stati di Kogi, Niger, Katsina (centro) e del Delta (sud), dove uomini armati hanno distrutto le urne con «almeno 5 morti tra gli aggressori».

YAKUBU, NELLA CONFERENZA stampa di ieri ha dichiarato che, per evitare ulteriori tensioni, i risultati arriveranno «rapidamente», ma senza indicare un limite nei 14 giorni concessi dalla legge per consegnare i risultati definitivi.

Nella corsa a tre tra Atiku Abubakar, leader del Partito democratico popolare (Pdp), Bola Tinubu dell’All Progressive Congress (Apc) e Peter Obi del Partito laburista (Lp), la lotta sembra ancora incerta. Con circa un terzo dei 36 stati dichiarati ufficialmente, Tinubu ha un forte vantaggio su Abubakar, con Obi al terzo posto, anche se la maggior parte degli stati scrutinati sono quelli del sud-ovest dove l’Apc ha le sue roccaforti elettorali.

IL NORD-EST sembra aver puntato su Abubakar, al suo sesto tentativo per diventare presidente, con la sorprendente vittoria negli stati Yobe e Katsina (feudo del presidente uscente Buhari). Confermata l’importante vittoria di Peter Obi a Lagos, sebbene sia un importante passo avanti per l’outsider, non sembra necessariamente una grande sorpresa. La città ospita molti giovani istruiti, oltre a una vasta comunità Igbo, tutti gruppi ampiamente visti come sostenitori della sua candidatura presidenziale.

Ma con ancora 20 stati e la capitale, Abuja da scrutinare, sembra troppo presto per indicare chi potrebbe essere eletto come prossimo presidente della Nigeria, con un sistema elettorale che prevede una maggioranza assoluta e più del 25% dei voti espressi in due terzi degli stati del paese (24 su 36), in caso contrario si andrà al ballottaggio tra 21 giorni. Scenario che non si è mai verificato dal ritorno dei civili al potere nel 1999.

Ieri gli osservatori della Comunità economica dell’Africa occidentale (Ecowas) e di Yiaga Africa, il più grande organismo di monitoraggio elettorale del paese, hanno evidenziato «numerose irregolarità nel processo di voto che hanno causato la privazione del diritto di voto di alcuni elettori».

CLIMA DI TENSIONE e durissime proteste da parte dei due principali contendenti di Tinubu, soprannominato “il padrino di Lagos” per la sua decennale influenza politica. Abubakar ritiene che i governatori stiano cercando di «compromettere il processo a livello locale, mentre Obi ha chiesto di «annullare e ripetere le votazioni in alcuni stati a causa delle violente intimidazioni da parte di militanti del partito al governo a favore di Tinubu».

Questa la situazione al momento, ormai ho smesso di fare previsioni, ci aggiorneremo quando ci sarà un vincitore sicuro e ufficiale.

Per la serie, proposte di legge liberticide (anzi, in questo caso direi proprio omicide) che stanno sollevando proteste, ci spostianmo in Israele, dove Il comitato ministeriale sulla legislazione ha approvato un disegno di legge che introduce la pena di morte per i terroristi. Ne parla un articolo a cura della redazione di Lifegate. “La misura arriva dopo l’uccisione di due cittadini israeliani a Nablus da parte di un attentatore palestinese ed è uno dei pilastri del nuovo governo Netanyahu insediatosi a fine 2022 e considerato il più estremista di sempre”.

FAcciamo un passetto indietro: in Israele la pena di nmorte formalmente esiste già ma è praticamente inutilizzata, pare che sia stato ucciso solo un civile con la pena capitale in tutta la storia del paese. Questa nuova legge, se venisse approvata dal parlamento, rafforzerebbe molto questa pena e sopratutto, come denunciano Amnesty International e l’Onu – che hanno criticato duramente il disegno di legge – si applicherebbe secondo una distinzione etnico-nazionalista ed è di fatto rivolto unicamente ai palestinesi.

Il governo israeliano però non la pensa così. “Una legge giusta e morale”. Così il ministro per la Sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben Gvir, ha definito la nuova normativa approvata dal comitato ministeriale che introduce la pena di morte per le persone accusate di territorismo.

L’iniziativa legislativa arriva dal parlamentare Limor Son Har-Melech, del partito nazionalista di estrema destra Otzma Yehudit. Nel testo si stabilisce che terrorista è chi “intenzionalmente o meno causa la morte di un cittadino israeliano quando l’atto è compiuto per motivi razzisti o di odio e con l’obiettivo di danneggiare lo Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella propria patria”. Una definizione chiaramente politica, dal momento che considera terrorismo solo ciò che è contro Israele e i suoi cittadini ed è giudicato come tale dai tribunali locali. Mentre non si applica per esempio nel caso di un attacco di cittadini israeliani o di altre nazionalità a cittadini palestinesi, o israeliani stessi.

Il disegno di legge prevede poi la pena di morte anche per le persone accusate di terrorismo per episodi avvenuti nei territori occupati della Cisgiordania, con la pratica che sarebbe trasferita ai tribunali militari.

Il premier Benjamin Netanyahu ha lodato il progetto di legge e sottolineato che ha potere di deterrenza. Invece da molti altri sono piovute critiche. Abbiamo già detto dell’Onu e di Amnesty. È stata critica anche la procuratrice generale di Israele, Gali Baharav-Miara secondo cui il testo è contrario alle leggi fondamentali israeliane, una sorta di Costituzione. E anche la parte sull’applicabilità in Cisgiordania non ha valore, dal momento che in quell’area non si applica la legge israeliana.

Ad ogni modo, come accennavamo, dopo essere stata approvata dal comitato ministeriale sulla legislazione, la normativa verrà discussa nei prossimi giorni dalla Knesset, il parlamento monocamerale di Israele. Poi verrà sottoposta al voto. Ne riparliamo.

#Nigeria
il manifesto – In Nigeria un voto tra ritardi, intimidazioni e armi. Tinubu in testa, l’opposizione protesta https://ilmanifesto.it/in-nigeria-voto-tra-ritardi-intimidazioni-e-armi-tinubu-in-testa-opposizione-protesta
il Post – L’opposizione in Nigeria sta contestando lo spoglio delle elezioni https://www.ilpost.it/2023/02/28/nigeria-elezioni-contestazioni-spoglio/

#Amazzonia #Yanomami
The Guardian – ‘A war society doesn’t see’: the Brazilian force driving out mining gangs from Indigenous lands https://www.theguardian.com/world/2023/feb/28/brazilian-force-driving-out-mining-gangs-indigenous-yanomami-territory-bolsonaro

#Perù
GreenReport – Survival: in Perù un nuovo progetto di legge genocida potrebbe spazzare via le tribù incontattate https://greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/survival-in-peru-un-nuovo-progetto-di-legge-genocida-potrebbe-spazzare-via-le-tribu-incontattate/
Affari Internazionali – La nuova fase domestica e internazionale delle proteste in Perù https://www.affarinternazionali.it/la-nuova-fase-domestica-e-internazionale-delle-proteste-in-peru/

#Israele
Lifegate – Israele vuole introdurre la pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo https://www.lifegate.it/israele-pena-di-morte-palestina

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