26 Feb 2024

Cariche e manganellate alla manifestazione. È repressione? – #885

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Alcuni studenti, fra cui molti minorenni, sono stati presi a manganellate dalla polizia mentre manifestavano per la Palestina e si è aperto una sorta di caso politico. Sta aumentando la repressione nel nostro paese o è solo una percezione? Ieri si è votato in Sardegna, dove gli spogli sono appena iniziati, e in Bielorussia, dove gli spogli non contano poi granché. Sabato, infine, è stato il secondo anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, e ne approfittiamo per fare il punto su come sta andando questo conflitto. 

Immagini manifestazione

Quelle che avete appena visto o ascoltato sono le immagini (o i suoni) di un gruppo di sedicenni che stava manifestando per il cessate il fuoco a Gaza ed è stato preso a manganellate dalla polizia. È un fatto di cui si sta parlando molto in questi giorni e che ha una serie di ripercussioni anche politiche. 

Ma iniziamo dal raccontarlo. Leggo sul Post che “Venerdì a Pisa e Firenze la polizia ha caricato in maniera estremamente violenta due cortei pro Palestina a cui stavano partecipando in gran parte studenti minorenni”. Nelle cariche sono state ferite complessivamente 18 persone.

A Pisa ci sono stati gli scontri più gravi. Il corteo era partito venerdì mattina e a un certo punto ha imboccato via san Frediano, una strada molto stretta del centro storico. Lì i manifestanti hanno trovato la strada sbarrata da un veicolo della polizia e da agenti in tenuta antisommossa. I manifestanti hanno provato ad avanzare, pacificamente e con le mani alzate, e a quel punto il comandante della polizia ha ordinato una «carica di alleggerimento», che in teoria sarebbe un’azione fisica volta a ridurre la pressione del corteo e a sgomberare un po’ la folla.

In realtà, con il corteo bloccato nella strettoia di via San Frediano, i poliziotti hanno manganellato con violenza gli studenti, e non si sono limitati a scacciarli ma li hanno anche inseguiti mentre scappavano. Alla fine ci sono stati 13 feriti, di cui otto minorenni e un poliziotto.

A Firenze il corteo era partito da piazza Santissima Annunziata con l’intenzione di raggiungere il consolato americano, ma è stato caricato a piazza Ognissanti, poco prima del consolato. Sono state ferite cinque persone, tra cui una studentessa che è stata fotografata con la faccia insanguinata e il naso fratturato.

Ora, ci sono tanti aspetti problematici, diciamo così, di questa vicenda, a partire dal fatto che si trattava di un corteo relativamente piccolo, pacifico e soprattutto di sedicenni, perlopiù. E difatti le polemiche non sono mancate. Lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto un richiamo pubblico piuttosto duro al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, accusandolo di non aver fatto abbastanza per gestire la cosa in maniera pacifica, e il Pd ha annunciato un’interrogazione parlamentare sull’accaduto.

Di fronte alle polemiche, il dipartimento della Pubblica sicurezza, cioè il dipartimento del ministero dell’Interno che si occupa della polizia, ha scritto in un comunicato che a Pisa e Firenze ci sono state «difficoltà operative di gestione», ricordando che le manifestazioni non erano state autorizzate, e che questo ha reso più difficile la gestione dell’ordine pubblico. Ovvero: gli studenti non avevano comunicato alla questura l’intenzione di fare il corteo.

Ma ovviamente questo non può essere una scusa per partire coi manganelli, dato che il ruolo della polizia, a prescindere, dovrebbe essere quello, come ricorda Giuliano Foschini su Repubblica, “di fare lavoro di prevenzione per limitare il più possibile le violenze ed evitare che un gruppo di manifestanti si possa trovare di fronte a un cordone di Polizia”.

Più in generale, vari giornali hanno notato come negli ultimi mesi la polizia abbia fatto frequente ricorso alla violenza per rispondere a cortei e manifestazioni. È successo per esempio durante altre proteste pro Palestina a Napoli e Torino, e davanti alla sede Rai di Bologna, sempre durante manifestazioni per la Palestina.

Dal canto suo il Ministro Piantedosi, intervistato da Fiorenza Sarzanini sul Corriere, ha risposto alle principali critiche, facendo da un lato mea culpa, per i faytti di pisa e Firenze, ma negando che ci sia un maggiore ricorso alla violenza. Vi leggo le sue parole: «Io guardo i dati e dico che non è così. Da più di un anno le manifestazioni pubbliche gestite dalle forze dell’ordine sono state oltre 13 mila, e di queste solo una minima parte ha fatto registrare incidenti, peraltro con una prevalenza di feriti tra le forze dell’ordine rispetto ai manifestanti. Dal riacutizzarsi del conflitto israeliano-palestinese l’impegno è notevolmente accresciuto. Dal 7 ottobre scorso sono state più di mille le manifestazioni e soltanto nel 3% dei casi si sono registrati incidenti».

Ovvero: la spiegazione di Piantedosi è: non è vero che usiamo di più la violenza, semplicemente da ottobre ad ora (e in particolare dall’invasione della striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano) sono aumentate moltissimo le manifestazioni, e quindi anche se la percentuale di violenze è sempre molto bassa, in assoluto sono aumentati anche i casi di scontri e violenze.

È una versione credibile? Non so, è possibile che una parte della spiegazione sia quella fornita dal Ministro, al tempo stesso, proprio per via dell’aumento delle manifestazioni, servirebbero maggiori accorgimenti da parte della polizia. E poi, non sono del tutto convinto della spiegazione del Ministro. Più o meno nelle stesse ore c’è stato anche un altro episodio molto minore, ma in qualche forma assimilabile. La Digos oggi a Milano ha identificato una dozzina di persone che si sono raccolte per deporre dei fiori – dei fiori – in memoria di Alexei Navalny, il dissidente russo morto in carcere in Siberia. È successo in corso Como, sotto la targa in ricordo di Anna Politkovskaya, la giornalista russa anti-Putin uccisa dopo anni di persecuzioni. 

Insomma, un po’ la sensazione di un controllo crescente e di una repressione crescente del dissenso, c’è. Checché ne dica Piantedosi. 

Ieri si è votato in Sardegna e in Bielorussia. Non storcete il naso, vi do insieme queste due informazioni semplicemente perché lo spoglio dei voti in Sardegna è iniziato questa mattina alle 7, per cui nel momento in cui registro questa rassegna non ho praticamente nessun tipo di dato o informazione sui risultati. E quindi passiamo subito alla seconda questione.

Anche qui in realtà possiamo andare molto velocemente. Perché erano elezioni davvero poco interessanti, in quanto scontate. Si è trattato di elezioni parlamentari, quindi non presidenziali, ma sono le prime elezioni dopo le contestate presidenziali del 2020, che hanno visto la riconferma di Alexander Lukashenko al potere per un sesto mandato, seguite da ampie proteste e una conseguente ondata repressiva.

Come racconta il Fatto Quotidiano, In questi anni Lukashenko ha stretto la sua morsa simil dittatoriale sul paese. Nelle ore prima del voto è stato trovato morto in carcere, un po’ come avvenuto con navalny, il dissidente bielorusso Ihar Lednik. Recentemente Lukashenko ha anche approvato una legge che gli garantisce immunità a vita da procedimenti penali e ostacola la candidatura di leader dell’opposizione in esilio, come Sviatlana Tsikhanouskaya. 

Mentre sul fronte istituzionale, è prevista la creazione dell’Assemblea Popolare Bielorussa, un organo presieduto da Lukashenko che avrà vasti poteri, inclusa la possibilità di annullare risultati elettorali e introdurre la legge marziale, consolidando ulteriormente il controllo autoritario del leader bielorusso. Nel frattempo, il paese sta intensificando gli sforzi di militarizzazione e propaganda, aumentando del 40% il budget della difesa e promuovendo valori tradizionalisti e l’assalto alla comunità LGBT, in linea con le politiche russe.

E a proposito di Russia, sabato 24 febbraio è stato il secondo anniversario dell’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo. Luca Bellinello su Lifegate fa il bilancio di quello che è costata la guerra in Ucraina, da veri punti di vista, umano, ambientale, economico. 

Le perdite umane sono enormi, parliamo di mezzo milione di persone fra morti e feriti (che poi in realtà ho trovato numeri molto diversi fra loro, Limes ad esempio parla di mezzo milione di morti solo fra i militari, figuratevi). 10mila civili uccisi. E poi ci sono gli sfollati, le persone che hanno dovuto abbandonare la propria abitazione. Pensate, sono 10 milioni. Come se l’intera Lombardia, la regione più popolosa d’Italia, avesse dovuto spostarsi. E ancora di più sono le persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria: 18 milioni di persone.

I numeri sono sempre e solo freddi numeri, che non restituiscono un briciolo del dramma che vive là sotto, ma se solo ci soffermiamo a pensare a quello che vogliono dire, a immaginare, anche solo con un esercizio di fantasia, le storie delle singole persone che quei numeri rappresentano, ecco che si spalanca l’abisso.

Poi ci sono altri numeri: i quasi 500 miliardi (miliardi) di dollari di danni materiali, con città e infrastrutture distrutte. E l’aspetto ambientale, che è ancora più preoccupante, con l’emissione di 150 tonnellate di CO2 legate solo all’apparato bellico, un bilancio paragonabile alle emissioni di uno stato come il Belgio nel medesimo periodo. Senza parlare – l’articolo non ne parla, ma sappiamo che è un punto fondamentale – delle sostanze tossiche disperse nell’ambiente dalle esplosioni, o alle devastazioni di intere aree come quella attorno alla diga esplosa di Kakhovka. 

Insomma, la guerra è questa robaccia qua. Ma come sta andando il conflitto dal punto di vista militare, a due anni dal suo inizio? Se sui numeri ci sono pareri diversi, figuratevi qui. Però vi condivido alcuni elementi abbastanza condivisi, che prendo da una tavola rotonda che o trovato molto interessante in cui 4 esperti di geopolitica (Nicola Cristadoro, Germano Dottori, Virgilio Ilari, Mirko Mussetti) si confrontano su Limes.

La Russia sembra voler stabilizzare le sue posizioni più che di estendere ulteriormente l’avanzata del suo esercito. La difesa ucraina invece è un po’ allo stremo, e a pesare sono soprattutto due fattori: la carenza di munizioni (quindi non di armi, ma di munizioni) e la carenza di persone disposte ad andare sul fronte. Due fattori che non caratterizzano – o perlomeno caratterizzano meno – l’esercito russo.

Devo dire che mi hanno colpito molto questi due elementi. La carenza di munizioni dipende dalle titubanze dei paesi Nato. Gli Usa sono alle prese con le loro spaccature interne anche in vista delle elezioni. Biden, secondo alcune delle analisi presenti su Limes, sperava che l’Europa potesse combattere la sua guerra contro la Russia, ma l’Europa è spaccata, ha timore di un allargamento del conflitto, e in fin dei conti questa guerra non l’ha mai voluta, l’ha accettata come prezzo da pagare per poter continuare a stare con gli Usa “sempre e comunque”. Come afferma Virgilio Ilari “Fosse dipeso da noi, non avremmo allargato la Nato, meno che mai a Ucraina e Georgia, il cui ingresso fu bloccato nell’aprile 2008 da Merkel, Sarkozy e Prodi, avremmo completato il Nord Stream 2 e probabilmente l’Ucraina sarebbe intera e prospera.” Ora, non so se questa affermazione sia vera, nel senso che nessuno lo può sapere, però mi sembra abbastanza emblematica di quello che è l’idea di molti governi occidentali.

Anche i russi hanno qualche difficoltà bellica, ma meno marcata, sembra. Mosca ha mancato alcuni obiettivi di produzione, ma perlopiù la Rostec, l’azienda statale che si occupa della produzione militare, riesce ad aggirare le sanzioni per procurarsi le componenti necessarie per la fabbricazione di armamenti. E, paradosso, lo fa non solo grazie alle importazioni dalla Cina o da paesi considerati alleati, ma anche attraverso paesi occidentali. Ci sono ancora industrie americane che forniscono materie prime e semilavorati a industrie del comparto della Difesa russo.

Mentre sul tema dei soldati, leggo sempre su Limes “la Russia sta puntando sulla resilienza che ha contraddistinto la popolazione. È il suo punto di forza. I cittadini ucraini, che dovrebbero essere più motivati, sono invece più restii ad andare a combattere”. 

Sono aspetti che mi hanno fatto riflettere. Comprensibilmente, i paesi occidentali, dove le persone hanno un maggiore benessere, maggiori libertà individuali e così via, sono meno disposti a compromettersi. A fare la guerra. Mentre nei paesi autoritari le persone banalmente hanno meno scelta, e sono mediamente meno informate e più indottrinate dalla propaganda. 

Per cui mi sono anche chiesto, il nostro destino è diventare paesi via via più autoritari oppure soccombere? Storicamente le civiltà più pacifiche e collaborative sono state sopraffatte da quelle più agguerrite, che investivano buona parte delle loro risorse nelle armi. Gli Usa, se ci pensate, sono abbastanza un unicum come potenza a lungo egemone, che ha usato più il soft power che il predominio militare. Ma comunque il soft power americano si basava e si basa su un riconosciuto predominio militare.

Abbiamo basato la nostra identità europea sul fatto di non voler fare la guerra, il che è molto bello e nobile, e siamo cresciuti come generazioni che non vorrebbero mai fare la guerra, il che è altrettanto bello. Ma forse non ci siamo chiesti, cosa succede se non siamo più disposti a fare la guerra, ma altri sapiens, da altre parti del mondo lo sono ancora? Anche perché pur non volendo fare la guerra, perlomeno non a casa nostra, siamo anche coloro ce continuano a usufruire della fetta più grande delle risorse del pianeta.

Sono domande molto scomode, per me in primis, ma penso che dobbiamo farcele. Ed essere creativi nelle risposte. Premetto: non penso minimamente che la soluzione sia tornare ad armarci e a fare guerre, ma piuttosto chiederci: come si può evitare la guerra, senza per questo essere sopraffatti? Possiamo immaginare delle strategie di pacifismo attivo?

Un altro tema molto dibattuto in questi giorni è quello delle sanzioni alla Russia. Che continuano ad essere varate, ma che in fin dei conti non è che abbiano funzionato granché, fin qui. Un articolo del Post si chiede “Come ha fatto l’economia rissa a resistere?”, e racconta che contrariamente alle previsioni, l’economia russa ha dimostrato una resilienza inaspettata. Dopo un calo del 2,1% nel 2022, il PIL russo è risalito del 2,2% nel 2023, ritornando ai livelli pre-conflitto. Nonostante la perdita del mercato europeo come principale acquirente di gas e le sfide poste dalla conversione industriale verso produzioni belliche, la Russia ha parzialmente recuperato il valore del rublo e si è adattata all’assenza di prodotti e marchi occidentali.

Come racconta il pezzo, l’idea dietro alle sanzioni è di limitare le risorse economiche e tecnologiche necessarie alla Russia per proseguire il conflitto, ma la Russia ha in buona parte rimpiazzato le importazioni europee con altre provenienti da Cina, India e Turchia. E in parte, nonostante le restrizioni, flussi commerciali attraverso paesi intermediari come l’Armenia, il Kazakistan e il Kirghizistan hanno permesso alla Russia di continuare ad accedere a beni occidentali, inclusi quelli tecnologici o militari.

In parallelo, ha sviluppato un sistema per eludere il tetto massimo di prezzo sul petrolio imposto dai paesi del G7, con la complicità di paesi che importano il petrolio russo a un prezzo più alto e lo rivendono, mascherandone le origini. E quindi, insomma, le sanzioni forse hanno fatto più male all’Europa che alla Russia.

Sempre sul fronte ucraino, è notizia di questi giorni che la premier italiana Giorgia Meloni è volata a Kiev per siglare un accordo Italia-Ucraina con Zelensky. Secondo quanto riportato, questo accordo mira a fornire un ulteriore sostegno all’Ucraina nel contesto della presidenza italiana del G7. L’Italia si impegna a sostenere l’Ucraina in termini di aiuto economico, diplomatico e militare. 

Un accordo simile a quelli che l’Ucraina ha già stipulato con altri paesi europei come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania, anche se quello italiano non è considerato “giuridicamente vincolante” nel modo in cui lo sono quelli appena nominati.

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