5 Giu 2024

Come Internet (di Elon Musk) sta distruggendo una tribù dell’Amazzonia – #944

Scritto da: Andrea Degl'Innocenti
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Un lungo reportage del New York Times mostra gli effetti che la connessione internet veloce starlink, che arriva ovunque, sta avendo sulle popolazioni native dell’Amazzonia. E non sono effetti positivi, per niente. Cosa che ci dovrebbe far riflettere. Parliamo anche della giornata mondiale dell’ambiente, della vittoria di Modi in India, che in realtà è stata meno netta di quanto sembrasse, della situazione politica in Liguria, e ancora di PFAS e della nuova presidente islandese.

Non so se lo sapete ma da diverso tempo ormai Starlink, la società di Elon Musk che fornisce connettività internet ovunque nel mondo tramite satellite, ha iniziato a connettere al web anche persone che abitano nelle aree più remote della terra. Fra cui tribù del Sahara, dell’Amazzonia, le praterie mongole e le piccole isole del Pacifico e così via.

L’operazione di Musk è di dimensioni impressionanti. SpaceX ha lanciato 6.000 satelliti Starlink a bassa orbita – circa il 60% di tutti i satelliti attivi. Musk ha recentemente annunciato che Starlink aveva superato i tre milioni di clienti in 99 paesi. Ma al di là del numero di clienti, il punto è che Starlink ha messo su un’infrastruttura che è diventata rapidamente vitale in molte parti del mondo. Viene utilizzata da truppe in Ucraina, forze paramilitari in Sudan, ribelli Houthi in Yemen, un ospedale a Gaza e soccorritori di emergenza in tutto il mondo.

E viene usata, molto, appunto, anche da tribù sperdute che avevano fin qui un contatto molto ridotto con le nostre tecnologie. Il NYT si è quindi chiesto: che tipo di impatto avrà avuto Internet, e gli smartphone, e tutto il resto su questo tipo di tribù? E da gran giornale quale è, è andato a documentarlo. 

Vi leggo l’incipit del lungo reportage, a firma di Jack Nicas. “Mentre i discorsi si prolungavano, gli sguardi si spostavano sugli schermi. Gli adolescenti scorrevano Instagram. Un uomo mandava messaggi alla sua fidanzata. Altri si affollavano attorno a un telefono che trasmetteva una partita di calcio. Tutto ciò mentre parlava la prima leader femminile del gruppo. Quasi ovunque, una scena del genere sarebbe stata banale. Ma ciò stava accadendo in un remoto villaggio indigeno in una delle aree più isolate del pianeta.

I Marubo hanno vissuto a lungo in capanne comuni sparse per centinaia di miglia lungo il fiume Ituí, nel profondo della foresta pluviale amazzonica. Parlano la loro lingua, prendono ayahuasca per connettersi con gli spiriti della foresta e intrappolano scimmie ragno per fare la zuppa o tenerle come animali domestici.

Hanno preservato questo stile di vita per centinaia di anni grazie all’isolamento: alcuni villaggi possono richiedere una settimana per essere raggiunti. Ma da settembre, i Marubo hanno avuto internet ad alta velocità grazie a Elon Musk.

“Quando è arrivato, tutti erano felici”, ha detto Tsainama Marubo, 73 anni, seduta sul pavimento di terra della maloca del suo villaggio, una capanna alta 15 metri dove i Marubo dormono, cucinano e mangiano insieme. Internet ha portato chiari benefici, come videochiamate con cari lontani e richieste di aiuto in caso di emergenze. “Ma ora, le cose sono peggiorate”.

La donna racconta che ultimamente, i giovani sono diventati meno interessati a lavorare e apprendere i saperi tradizionali: dice “I giovani sono diventati pigri a causa di internet. Stanno imparando i modi dei bianchi.” Poi ha fatto una pausa e ha aggiunto: “Ma per favore non toglieteci internet.”

Più avanti l’articolo spiega che “I Marubo stanno lottando con il dilemma fondamentale di internet: è diventato essenziale, ma ha un costo. Dopo solo nove mesi con Starlink, i Marubo stanno già affrontando le stesse sfide che le famiglie americane affrontano da anni: adolescenti incollati ai telefoni; chat di gruppo piene di pettegolezzi; social network avvincenti; estranei online; videogiochi violenti; truffe; disinformazione; e minori che guardano pornografia.

L’articolo descrive tante altre cose. Anche aspetti positivi: ad esempio, un leader Marubo, Enoque Marubo (tutti i Marubo usano lo stesso cognome) ha detto al NYT che internet potrebbe dare alla sua gente una nuova autonomia. Con esso, potrebbero comunicare meglio, informarsi e raccontare le proprie storie. Così come aprirsi a nuove opportunità di lavoro e istruzione.

Così come ci sono altre minacce: ad esempio già oggi Starlink ha anche dato ai taglialegna e ai minatori illegali in Amazzonia un nuovo strumento per comunicare ed eludere le autorità.

Il processo comunque sembra inarrestabile. Al momento ci sono oltre 66.000 contratti attivi nell’Amazzonia brasiliana, che coinvolgono il 93% dei comuni della regione. 

Devo dire che è una notizia che deve farci riflettere molto. Perché non riguarda solo le popolazioni native, ma riguarda il genere umano. Riguarda l’impatto che internet, ma soprattutto le nuove modalità di fruizione di Internet, quindi tramite smartphone, con l’utilizzo di social progettati per catturare la nostra attenzione e farci passare il tempo, più tempo possibile, sulle piattaforme. 

Le popolazioni native ci mostrano questa tendenza in maniera molto chiara, non annacquata, perché non hanno gli anticorpi contro questa roba qua. Sono passati da 0 a 100 in pochi giorni, mentre magari noi ci abbiamo messo anni. E abbiamo sviluppato delle modalità di fruizione un po’ più consapevole. Un po’. E nonostante questo abbiamo già centinaia di studi che mostrano gli effetti di una esposizione prolungata a questo tipo di tecnologia ad esempio su cervelli ancora in formazione.

Lo so che fa ridere questa cosa detta da una rassegna che va su piattaforme web come YT, Spotify, ecc, che seguono esattamente quelle logiche. Però credo davvero che ciclicamente dobbiamo farcela, la grande domanda sulla direzione in cui stiamo andando, come umanità. Perché continuiamo a investire miliardi e miliardi su potenziare tecnologie digitali sempre più pervasive, sistemi di AI che producono valanghe di contenuti, device sempre più integrati con il nostro corpo, raccontandoci, come umanità, che questo porterà a chissà quali incredibili conquiste, interconnessioni, potenzialità esplose. E invece, quello che osserviamo nella realtà sono esseri umani sempre meno presenti a sé stessi, sempre più distratti.

Sicuramente si possono usare gli strumenti digitali bene o male, in maniera compulsiva o consapevole. Al tempo stesso mi chiedo: e se fosse troppo per noi? E se fosse un’arma tropo potente e additiva, una sorta di droga, per poter confidare nel fatto che ne faremo buon uso? Forse dovremmo smettere di fabbricare gli smartphone, vietare per legge i social? È un po’ una provocazione, un po’ una cosa seria. Ovviamente non mi immagino che ciò succeda domani, ma intanto iniziamo a pensarci.

Oggi è la giornata mondiale dell’ambiente. Io sono sempre un po’ dubbioso in occasione delle giornate mondiali, non è che mi entusiasmino troppo, mi sembrano tipo quei promemoria o i buoni propositi scritti in fondo all’agenda che non guardi mai, tipo ricordati di essere più ordinato, segnare sempre tutti gli appuntamenti in agenda e così via. perlomeno questi sono i miei, non so i vostri. Quella sull’ambiente poi mi fa un po’ riflettere perché è quasi paradossale. Ambiente è uno di quei termini generici, tipo Natura, che include praticamente tutto, in teoria. E fa riflettere che abbiamo dato un significato così riduttivo a dei termini che dovrebbero abbracciare qualsiasi cosa, anche ttte le cose fatte dall’uomo perché anche noi siamo ambiente, anche noi siamo natura.

Però, vabbé, finisco qui questa polemica inutile, e direi che comunque ne approfittiamo per dirci due cose. Prendendo spunto da un messaggio del WWF Italia che ci ricorda che “non si può vivere in prosperità, né essere felici, in un Pianeta malato”. E che “la nostra salute, dipende anche da quella del Pianeta. Ma per fare ciò serve un cambiamento da parte di ognuno di noi. Perché siamo noi la specie a rischio di estinzione”.

Il comunicato del WWF è molto interessante perché tiene insieme con un approccio che definirei olistico, tanti aspetti diversi ma finemente connessi. Parte raccontando di come nel mondo, secondo uno studio pubblicato su Bmj Oncology, negli ultimi tre decenni il numero di nuovi casi di tumori negli under 50 è aumentato quasi dell’80%. E come questo aumento sembri collegato allo stile di vita, l’alimentazione troppo ricca di carne e l’esposizione a sostanze inquinanti nell’ambiente e nel cibo. 

Poi passa ad analizzare il progressivo superamento di molti limiti planetari, dal cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità, al cambiamento d’uso del suolo, ai flussi biogeochimici, alle sostanze chimiche inquinanti, inclusa la plastica, e infine all’utilizzo di acqua dolce. 

E ancora, analizza che contemporaneamente il grado di felicità (in questo caso degli italiani) sta diminuendo. Fra l’altro con la salute che pesa sulla felicità bassa per il 65% delle persone. È il fattore più importante insieme alle relazioni sociali e sentimentali e al tempo libero. 

L’articolo poi propone una serie di azioni, diciamo politiche. Leggo: “Siamo arrivati ad un punto in cui c’è bisogno di strutturare l’intero modello economico e sociale intorno alla sostenibilità e lasciare che sia il pianeta a guidare le nostre azioni. La priorità immediata è quella di abbattere le emissioni di gas serra, con sistemi energetici completamente fondati sulle energie rinnovabili, e stabilizzare la temperatura globale. La transizione energetica implica una vera rivoluzione culturale non solo nel modo di produrre e consumare (meno) energia, ma ci offre l’opportunità di avere molti co-benefici anche dal punto di vista della salute e dell’adattamento agli impatti della crisi climatica già in atto. Può quindi portarci a vivere in un mondo più giusto, più equo e più pacifico”.

Poi parla di ridurre la perdita di biodiversità e di passare ad un’economia circolare. Ma devo dire, la cosa più interessante di questo pezzo è la capacità di tenere assieme, spiegandola, crisi ecologica, salute umana, felicità, stili di vita. Se ripensiamo anche alla notizia di prima, mi viene da pensare che dovremmo ribaltare il paradigma. Forse non dovremmo esportare internet alle tribù isolate, ma prendere noi un po’ dei loro stili di vita e abitudini e farli nostri. Sì, ok, ho detto una banalità enorme, lo so, una cosa irrealistica, però non la prendete alla lettera. Non voglio uscire su via Tiburtina alla ricerca di una scimmia ragno. Parlo del fatto che quel senso del limite e quella connessione profonda con i luoghi che abitiamo tipici di quelle culture, dovremmo iniziare a recuperarli.

Una festa annunciata, ma con meno fasti del previsto. Il partito indiano Bharatiya Janata del primo ministro in carica Narendra Modi è in testa alle elezioni con oltre il 38% delle preferenze per la Camera bassa del Parlamento, ma l’opposizione guadagna consensi e si attesta attorno al 24%, restando a distanza di sicurezza dalla formazione dell’attuale capo del governo di Delhi. Si tratta ancora di risultati parziali, ma sembra ormai certo che Modi assumerà la carica di primo ministro per la terza volta. Il partito del premier dovrebbe avere 298 seggi su 543 del parlamento, ben lontano dai 400 seggi promessi alla vigilia dal primo ministro. Il numero dei parlamentari dell’opposizione è aumentato in modo significativo a segnare un cambio di passo nella politica indiana. Per questa tornata elettorale si sono recati alle urne 642 milioni di indiani di cui 312 milioni di donne. Le operazioni di voto per la Camera bassa del parlamento indiano si sono svolte in sette fasi dal 19 aprile al 1 giugno.

Audio disponibile nel video / podcast

Oggi è il primo mercoledì del mese e come ogni primo mercoledì del mese esce la nostra rassegna ligure. Una rassegna che ovviamente in questo periodo continua a seguire le vicende che coinvolgono Giovanni Toti, governatore della regione agli arresti domiciliari per via dello scandalo corruzione scoppiato circa un mese fa. Ho chiesto ad Emanuela Sabidussi, che conduce la rassegna, di farci qualche anticipazione. Trovate come sempre la puntata completa sotto fonti e articoli.

Audio disponibile nel video / podcast

Greenpeace ha presentato pochi giorni fa alla Camera dei Deputati una inchiesta sui PFAS, in cui rivela come in Italia la contaminazione da PFAS sia un fenomeno diffusissimo, che riguarda molti corsi d’acqua di tutte le Regioni italiane in cui sono state finora cercate, nessuna esclusa. Parliamone.

I PFAS, se non sapete cosa siano, sono delle sostanze chimiche create da noi sapiens, chiamate anche inquinanti eterni perché a) fanno male alla salute umana e agli ecosistemi e b) sono praticamente improcessabili, cioè né il nostro organismo né gli ecosistemi sono in grado di digerirli, passatemi il termine, di smontarli in sostanze più semplici e quindi si accumulano. 

Sono in realtà una quantità enorme di sostanze diverse, ciurca 10mila, che appartengono tutte alla stessa classe, e che appunto sono collegati a tante malattie, fra cui diversi tipi di tumori, e a diversi danni agli ecosistemi. Li usiamo in tante cose diverse, dalle padelle antiaderenti, agli impermiabili, a un sacco di altra roba e il problema è che tante aziende che li producono o che li utilizzano nei cicli produttivi poi lavando i macchinari o non so come rilasciano quantità di queste sostanze in acqua. 

Ecco, l’indagine di GP mostra gli esiti delle analisi fatte dalle ARPA regionali e delle province autonome in Italia tra il 2019 e il 2022 sulla presenza di PFAS in fiumi, laghi e acque sotterranee. E che mostrano quasi 18 mila analisi positive a queste sostanze, un risultato che mostra chiaramente un inquinamento ambientale esteso e molto grave nel nostro Paese. 

Sedici Regioni in Italia hanno i corsi d’acqua contaminati da PFAS, sostanze chimiche pericolose per l’ambiente e per la salute umana! Chiedi al Governo Italiano una legge che ne vieti subito l’uso e la produzione!

La percentuale di valori positivi ai PFAS varia da Regione a Regione, anche a seconda dell’accuratezza delle misurazioni effettuate dai diversi enti pubblici. Basilicata (31%), Veneto (30%) e Liguria (30%) sono le Regioni con la più alta percentuale di analisi positive rispetto ai controlli effettuati tra il 2019 e il 2022. Anche altre sei Regioni (Lombardia, Toscana, Lazio, Umbria, Abruzzo, Campania) presentano un tasso di positività superiore al 10% nel periodo preso in considerazione.

Il Veneto invece è la Regione dove troviamo le più alte concentrazioni di alcuni PFAS come PFOA e PFOS. Un risultato che non sorprende visto che questa Regione è da anni teatro di una delle più gravi contaminazioni in tutta Europa, a causa di un inquinamento ambientale che coinvolge anche le acque potabili di diversi comuni nelle province di Vicenza, Verona e Padova. I dati evidenziano criticità anche nell’alessandrino, nel novarese, in Lombardia (province di Como, Lecco, Pavia e Monza Brianza), nel Lazio (Roma, zona Ponte Galeria e viterbese), in Emilia Romagna e in Abruzzo.

Insomma, la situazione rappresentata dall’inchiesta è grave, ma la realtà potrebbe essere anche peggiore perché si tratta di dati parziali. In quattro Regioni del sud Italia (Puglia, Sardegna, Molise e Calabria), dal 2017 al 2022 non risulta invece alcun controllo sulla presenza di PFAS nei corpi idrici, ma questo fatto non è che possa rassicurare. Greenpeace rilancia anche la sua campagna per una legge più restrittiva in Italia sui Pfas, che ne vieti produzione e utilizzo su tutto il territorio. Ne riparliamo.

Al volo, prima di chiudere. Fra le varie notizie di elezioni, mi sono perso un pezzo. Anche l’Islanda ha una nuova Presidente, la seconda presidente donna della sua storia. Si tratta dell’imprenditrice Halla Tomasdottir, 55 anni, che ha guadagnato il 34,3% delle preferenze alle elezioni presidenziali. Attualmente, Tomasdottir è in congedo dal ruolo di amministratore delegato di The B Team, ONG globale che promuove pratiche incentrate sul clima e sull’umanità. Quindi ecco, mi sembrava interessante, anche se il ruolo del presidente islandese è per lo più cerimoniale, dovendo garantire il rispetto della Costituzione e dell’unità nazionale. Non potrà incidere sulle politiche, ma mi sembra comunque un buon segno. 

Seconda è arrivata quella che invece era considerata favorita, Jakobsdóttir, che è nota anche al di fuori dell’Islanda per le sue posizioni progressiste e femministe. Altro aspetto interessante è che l’affluenza è stata del 78,83 per cento, la più alta in un’elezione presidenziale dal 1996.

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