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30 Gen 2018

Ragazzi "difficili" sul cammino di Santiago per ritrovare se stessi

Scritto da: Redazione

Il progetto già funziona da oltre 35 anni in Belgio: si è conclusa nei giorni scorsi in Spagna la prima esperienza italiana che vede come protagonista un 17enne, accompagnato da due pensionati, che lo hanno affiancato in due distinti tratti del cammino. L’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto: “Un modello che può diventare una misura riconosciuta per servizi innovativi per minori a rischio di devianza e Neet”.

Duemila chilometri e cento giorni di cammino, senza cellulare o connessione Internet, per trasformare una vita; per permettere ai ragazzi che non studiano e non lavorano (definiti anche Neet) e ai minori con pendenze penali o a rischio devianza di reinventarsi e cambiare il loro rapporto con il mondo.

 

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Ecco che – per usare le parole dell’antropologo francese David Le Breton – un’attività inutile come tutte le attività essenziali, un atto superfluo e gratuito, che non porta a niente se non a se stessi, dopo innumerevoli deviazioni, diventa un potente strumento rieducativo e preventivo. Questa la strada imboccata dall’associazione Lunghi Cammini, nata di recente a Mestre – con la partecipazione anche di alcune assistenti sociali – intorno alla scommessa di riproporre anche nel nostro Paese un modello che già funziona da 35 anni in Belgio ed è stato poi ripreso in Francia, Spagna e Germania.

 

Nei giorni scorsi si è conclusa la prima esperienza di “lungo cammino” che ha coinvolto un minore italiano, proprio grazie all’associazione di Mestre: un 17enne di Trieste, accolto in una comunità in provincia di Treviso, è arrivato a Merida al termine di un percorso iniziato il 12 ottobre da Roncisvalle, al confine franco-spagnolo, per poi toccare Santiago de Compostela, Finisterre e imboccare la via sanabrese. Ad accompagnarlo due “adulti significativi”, che si sono avvicendati: nella prima parte un pensionato appassionato di trekking residente a Genova, nell’ultimo tratto un pensionato mestrino.

 

Nel progetto, che riprende esperienze franco-belghe ispirate dallo scautismo rover della tradizione francese, nulla infatti è lasciato al caso, a partire dalla scelta dell’adulto o degli adulti chiamato ad accompagnare il minore. Una scelta che arriva al termine di una selezione rigorosa, affidata a due diverse commissioni che si riuniscono separatamente per poi confrontarsi sulle loro valutazioni: la figura dell’accompagnatore – che in genere non è un educatore professionale, anche per superare la diffidenza dei ragazzi – è fondamentale per la riuscita del progetto.

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“Quella dell’accompagnatore, che viene remunerato – spiega Isabella Zuliani, Presidente dell’associazione – non è certo una passeggiata: il suo è un compito che talvolta può risultare logorante, perché impegna costantemente in un rapporto uno a uno, in una relazione che spesso lascia un segno forte. Ecco che è affiancato a distanza da un team educativo composto da un responsabile del cammino, uno psicologo e altre figure come gli assistenti sociali. Il responsabile del progetto chiama quotidianamente l’accompagnatore, si confronta con lui sulle difficoltà incontrate”.

 

Prima della partenza tutte le parti coinvolte – il ragazzo, ma anche l’accompagnatore e i membri dell’equipe – hanno firmato un “patto”, un impegno al rispetto delle regole alla base del cammino. Ragazzo e accompagnatore hanno un piccolo budget da gestire e devono tenere un diario. Talvolta, come nel caso del cammino appena concluso, il team educativo può valutare di introdurre un secondo accompagnatore che raccoglie il testimone dal primo. Una volta terminato il cammino, il minore e il suo accompagnatore vengono coinvolti in alcuni giorni di “decompressione”, dedicati alla rielaborazione dell’esperienza prima del ritorno alla “vita di tutti i giorni”.

 

“Già il fatto il ragazzo sia riuscito a portare a termine un percorso così impegnativo, che chiedeva una forte costanza– spiega Zuliani – è un traguardo su cui forse pochi avrebbero scommesso. Attraverso il cammino i minori possono godere di un tempo per guardarsi dentro, per uscire dall’idea che avevano di loro e scoprirsi, lontani dal loro ambiente abituale, migliori e più buoni, liberi dallo stigma che spesso pesa su di loro”.

 

I costi del progetto sono stati interamente sostenuti da un imprenditore veneto che ha deciso di fare una donazione per permettere la realizzazione di questa prima esperienza pilota. Una seconda esperienza, più ridotta – un cammino di tre settimane – si è conclusa nel mese di dicembre e ha coinvolto un 16enne accompagnato da un giovane padovano. “Il prossimo passo – spiega la Presidente di Lunghi Cammini – sarà la realizzazione di un report sui due cammini, per poter arrivare a un riconoscimento ufficiale di questa pratica”.

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L’associazione mestrina ha avviato fin dalla sua nascita un’interlocuzione con l’USSM (Ufficio di Servizio sociale per i minorenni), fra i cui compiti rientra l’attuazione di piani di intervento individualizzati per i minori coinvolti in provvedimenti penali, civili o amministrativi ma anche con gli uffici servizi sociali di alcuni comuni veneti.

 

Un modello cui guarda con grande attenzione anche l’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto, che ha deciso di sposare l’obiettivo dell’associazione: “La scelta di investire sul tempo lungo, ma anche la forte personalizzazione di ogni progetto propria di questo modello – spiega la Presidente dell’Ordine Mirella Zambello – vanno proprio nella direzione cui tende la nostra visione di servizio sociale.

 

Certo, si tratta di progetti impegnativi dal punto di vista dei costi e dello sforzo organizzativo che richiedono, ma se il risultato è quello di aiutare i ragazzi a trasformare la loro vita a partire da un contatto con la parte più profonda di sé, si tratta di un investimento che rende cento volte tanto soprattutto perché è rivolto a situazioni rispetto alle quali gli interventi tradizionali non hanno dato i risultati sperati. Questa esperienza è un’occasione di riflessione della professione nella ricerca di strumenti innovativi ”.

 

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