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14 Feb 2018

Il monologo di Favino a Sanremo: i migranti come schiavi del capitale

Il monologo di Pierfrancesco Favino al Festival di Sanremo ha inquadrato la questione immigrazione da un nuovo punto di vista, quasi sempre ignorato dalle letture banali e propagandistiche che ne danno oggi politici e mass media. Un punto di vista che prende in considerazione il problema globale e identifica i flussi migratori come uno strumento fondamentale per il funzionamento della macchina capitalista.

Dietro alla sua apparente banalità, in questi giorni in cui il tema dell’immigrazione è diventato una vacca da mungere per guadagnare voti, il monologo di Pierfrancesco Favino a Sanremo nasconde riflessioni di grande interesse. Recitando il brano del drammaturgo francese Bernard-Marie Koltés, l’attore non parla solo di sfruttamento dei migranti, ma mette in discussione un intero modello culturale basato sul lavoro senza sosta, a cui tutto è subordinato. Una sorta di perversione che ha portato alla disumanità delle migrazioni globali, dove milioni di persone vengono mosse come pedine su una scacchiera a seconda delle necessità del capitale.

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La disperata invocazione di un posto dove semplicemente rilassarsi e sdraiarsi sull’erba non è solo una rivalsa contro l’intolleranza e la xenofobia, ma è anche – soprattutto, perché vale per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale e non solo per i migranti – il desiderio di fermare o quantomeno rallentare la macchina capitalista, che ha imposto una cultura dove il lavoro finalizzato alla produzione è l’unica ragione di vita.

 

Il generale nicaraguense a cui fa riferimento Favino può essere inteso come la personificazione degli sfruttatori, di coloro che violentano la terra per depredarne le risorse e opprimono i popoli costringendoli a sparpagliarsi in giro per il mondo – mi viene in mente a questo proposito l’immagine di un orso goloso di miele che saccheggia un alveare, provocando il panico fra le api, privandole del loro sostentamento e facendole sloggiare dalla loro casa.

 

Non si tratta più quindi solamente del “problema immigrazione”, che oggi è troppo spesso null’altro che un succoso argomento di propaganda elettorale. In ballo c’è la libertà di tutti noi. Di chi ha ancora la fortuna di poter rimanere nel proprio paese, circondato dai propri affetti – anche se spesso non ha tempo sufficiente per goderseli – e di chi un paese non ce l’ha più, perché le trivelle, le bombe al fosforo e le centrali idroelettriche lo hanno cancellato.

 

Una persona senza casa è una persona vulnerabile, malleabile, ricattabile. Non solo perché ha il bisogno fisico di un tetto sotto il quale ripararsi, ma anche perché rischia di perdere la propria identità, non ha più il supporto della famiglia e della comunità da cui proviene, diventa preda della solitudine e perde forza di volontà. E questo la macchina capitalista lo sa bene.

 

In questo senso le tensioni sociali legate all’immigrazione sono una manna per vuole annichilire i migranti e schiavizzarli. La trita e ritrita – ma sempre funzionante – strategia del dividi et impera funziona proprio così ed è un po’ preoccupante che dopo migliaia di anni l’uomo non l’abbia ancora capito. «Le reazioni istintive sono spesso superficiali e fuori dal contesto», scrive il giornalista americano Jeffrey Jaye, autore del libro Migrazione globale. «In giro per il mondo ho visto migranti perseguitati, arrestati e deportati, e governi – oltre ovviamente agli organi d’informazione – affrontare la questione come un tema di portata locale, parlando, in una moltitudine di lingue, di recinzioni, amnistie, controlli ai confini, progetti per i lavoratori stranieri, purezza linguistica, aumento della popolazione, servizi sociali, delinquenza e di fine della civiltà così come la conosciamo».

 

A ben guardare è un sistema diabolicamente geniale: occupare paesi ricchi di risorse ma poveri di “autoimprenditorialità” (come si direbbe oggi) provocando l’esodo di chi li abita, che a sua volta diviene un mercenario del lavoro da sfruttare laddove il sistema produttivo di massa è già solido e collaudato, ma ha bisogno di manodopera a basso costo per funzionare al meglio.

 

Come aveva nitidamente previsto Jack London più di un secolo fa, il “tallone di ferro” sta stingendo la sua morsa, creando nuovi mercati e nuovi serbatoi di manodopera con la stessa voracità di un vampiro assetato di sangue. Dietro a tutto questo si celano milioni di drammi umani, famiglie smembrate, vite alienanti, violenza e sofferenza. Ma questo non è che un effetto secondario e irrilevante, uno scarto non riciclabile prodotto dal funzionamento della grande macchina.

 

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