30 Apr 2018

Quattro buone pratiche di Economia Circolare

Scritto da: Daniela Bartolini

Come può la condivisione di buone pratiche aiutare i policy maker a sviluppare politiche in supporto alla transizione verso un’Economia Circolare? A questa domanda fornisce una risposta il secondo volume realizzato dal progetto europeo RETRACE ed edito da Allemandi: “Good Practices Guide: Systemic Approaches for a Circular Economy”.

Il volume, a cura di Agnese Pallaro e di Amina Pereno del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino, raccoglie una selezione di 30 buone pratiche di Economia Circolare selezionate in 7 diversi Paesi Europei che affrontano le più comuni lacune a livello di politiche per la promozione di uno sviluppo sostenibile. La presentazione dei diversi casi studio è corredata dalla descrizione della metodologia utilizzata per la loro selezione e dall’analisi della valenza che la condivisione di buone pratiche tra le diverse regioni europee può avere nel percorso verso un futuro sostenibile che l’Europa ha intrapreso.

RETRACE Good Practices Guide: Systemic Approaches for a Circular Economy, disponibile online per il download gratuito, è il secondo di tre volumi (dopo la guida metodologica RETRACE Systemic Design Method Guide for Policymaking: A Circular Europe on the Way) che raccolgono i principali risultati del progetto RETRACE; il terzo volume che andrà a completare la collana è previsto in uscita nell’estate 2018.

Il progetto, coordinato da Silvia Barbero del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino e finanziato dal bando europeo Interreg Europe, ha preso avvio ad Aprile 2016 e si concluderà a Marzo 2020 coinvolgendo 8 partner pubblici e privati e oltre 70 stakeholder di Italia, Spagna, Francia, Romania e Slovenia.

Tra i progetti selezionati anche quattro esperienze piemontesi che dimostrano come l’approccio dell’Economia Circolare si possa applicare anche a settori molto diversi tra loro e possa cambiare dall’interno i sistemi produttivi tradizionali.

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Come Lanzi-Safety&vending system, una piccola media impresa, dal 1978 una delle aziende europee di riferimento nello sviluppo dei dispositivi di protezione degli arti superiori e dell’abbigliamento da lavoro, che ha deciso di offrire un servizio completo per prodotti di sicurezza, basato sulla tracciabilità del prodotto e sulla rigenerazione dei prodotti usati. Lanzi Srl ha creato un innovativo sistema di prodotto-servizio basato sulla riprogettazione e la rigenerazione dei guanti da lavoro, offrendo nuovi sistemi di distribuzione per garantire la loro efficace gestione, riutilizzo e smaltimento. Smaltimento che comporta generalmente costi di gestione elevati e una notevole quantità di rifiuti che finisce in discarica, causando un impatto ambientale significativo. Come riporta la pubblicazione, uno speciale software (ARGO Pro) è stato progettato per tracciare quante volte un paio di guanti possono essere rigenerati e riutilizzati da ciascun lavoratore attraverso l’uso di badge personali e contemporaneamente è stato sviluppato un servizio di raccolta, pulizia e ricondizionamento dei guanti usati in collaborazione con le lavanderie locali. I guanti rigenerati sono stati testati per soddisfare i requisiti EN UNI e reintrodotti nel sistema di distribuzione.

Il progetto GreenWoolf  è invece un progetto, finanziato nell’ambito del programma Life + dell’UE, che ha coinvolto due centri di ricerca e un’azienda manifatturiera nella sperimentazione dell’idrolisi verde dei rifiuti di lana per realizzare fertilizzanti naturali. La lana grezza proveniente dall’industria di pastorizia e macelleria è per la maggior parte un sottoprodotto che non è utilizzabile per l’applicazione tessile. La tosatura annuale, necessaria per il benessere degli animali, produce 1,5-3 kg di lana grezza (cioè oltre 200mila tonnellate nell’UE di cui 18-20mila tonnellate in Italia). Grandi volumi di rifiuti che rappresentano un problema ambientale.  L’obiettivo è quello di ridurre gli scarti di lana gettati nelle discariche dove non si degradano facilmente e possono causare minacce ambientali o rischi di infezione e di sfruttare le risorse rinnovabili riciclando i rifiuti organici in fertilizzanti a valore aggiunto.

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Agrindustria Tecco è un’azienda del cuneese creata più di 30 anni fa partendo dal riconoscimento di un problema fino ad allora inesplorato: diverse imprese agricole e agroindustriali locali producevano tonnellate di sottoprodotti considerati rifiuti e trattati come tali, un costo sia per le aziende che per l’ambiente. Da pannocchie di mais a gusci di noci, da resti di potatura e lavorazione del legno ad altre tipologie di sottoprodotti, Agrindustria ha capito il valore produttivo e commerciale dei rifiuti agroindustriali, anticipando le tendenze. La società ha iniziato a riutilizzare i rifiuti locali per produrre nuovi prodotti vegetali sostenibili, passando dal settore agroindustriale ad altre aree industriali di applicazione. Oggi Agrindustria produce diversi prodotti, come farina alimentare, abrasivi vegetali morbidi, basi per cosmetici, supporti per l’industria farmaceutica e alimentare, materiali e additivi vegetali per molti altri usi. Offre inoltre servizi innovativi per altre aziende, come la macinazione, la micronizzazione, la torrefazione, la precottura, l’essiccazione e la macinazione criogenica.

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Un altro interessante progetto sviluppato dal Politecnico di Torino si concentra sul recupero e il riutilizzo degli Spent Coffee Grounds (SCG), gli scarti del caffè. Dopo anni di studi e test sono evidenti le possibilità di utilizzo degli scarti per la produzione di funghi, la produzione di inchiostro per la stampa serigrafica con l’inchiostro dell’azienda Quasar e testato con la società Sericraft e la produzione di carta con la società Favini.

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