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31 Mar 2020

Il mondo di Willy

Scritto da: Emanuela Sabidussi
Illustrazioni di: Silverio Edel

Mascherine sul viso, aria inquinata, imballaggi di plastica ovunque, telefoni ipnotizzanti… Willy sembra essere finito in un mondo che si ripiega su se stesso, pieno di contraddizioni, dove solo bambini e uomini con il cappello si accorgono di ciò che accade intorno a loro. Dov'è finito? Come fare a tornare a casa?

Si svegliò sentendo la sensazione di terra umida tra i polpastrelli. L’odore dell’erba gli si insinuava tra le narici. Era disteso con la schiena poggiata su un manto erboso, tagliato da poco, che circondava un piccolo parco con panchine e giostre per bambini. Willy non conosceva quel posto. Riportò alla memoria gli attimi prima di addormentarsi: era nel letto della sua camera, di fianco a lui la mamma che leggeva il libro nuovo di racconti di fantascienza. Gli aveva dato un bacio sulla fronte terminato il capitolo, augurandogli un buon riposo per quella notte che avrebbe anticipato il giorno del suo nono compleanno. Ma al suo risveglio la sua camera era sparita e la sua mamma non era più accanto a lui.

Si fece un pizzicotto sul braccio, come aveva visto fare nei film: doveva essere sicuro di essere sveglio. Sentì un lieve, ma senza dubbio alcuno, reale dolore. Non stava sognando. Tutto ciò che vedeva era dunque reale. Non sapeva perché si trovasse lì, ma sapeva che c’era! Di rado in casa o a scuola qualcuno lo aveva visto piangere (almeno da che aveva superato l’età della scuola dell’infanzia). Ma non poté trattenere le lacrime: accovacciato, abbracciandosi le gambe, tentò di consolarsi da solo. Dove si trovava? Willy scuotendo la testa si alzò, deciso a capire come tornare nella sua dolce e amata casa.

Ma più Willy notava dettagli intorno a sé più era confuso. Non riconosceva nessuno degli elementi che i suoi occhi mettevano via via a fuoco: gli edifici, le strade, le persone. Tutto era simile, molto simile, ma allo stesso tempo così diverso da ciò che conosceva. Era questa leggera differenza che creava un po’ di agitazione in Willy: sembrava essere finito in un luogo creato appositamente per confonderlo. Iniziò a vagare in cerca di indizi che gli facessero comprendere dove si trovasse. Doveva essere suonata la sveglia già da un po’ a fianco del suo letto e Willy non aveva intenzione di perdere la grande giornata di scuola che l’avrebbe atteso oggi: era il giorno dell’interrogazione di scienze, e lui aveva studiato diverse ore per farsi trovare pronto. Inoltre essendo il suo compleanno una festa con tutti gli amici lo aspettava finita la scuola. Insomma un giorno che non poteva astenersi dal vivere. Doveva muoversi e trovare una soluzione per tornare nel luogo dove la sera prima aveva lasciato in pausa la sua vita.

Attraversò il prato e poi la strada che facevano da divisori tra un quartiere e l’altro. Gli passarono di fianco molte persone che procedevano tutte camminando nella sua stessa direzione. Ognuna di queste andava con velocità diverse ma tutte sostenute: a Willy parve che ognuna di esse fosse lì per correre ma che, per qualche strano motivo che ancora non comprendeva, si stesse impegnando a camminare seppur molto velocemente, senza mai accelerare troppo. Era forse una strada o una città in cui era vietato correre?

Si fermò ad un incrocio dove due lunghe e ampie strade grigie si incontravano. Sgranò gli occhi notando che alcuni dei passanti avevano indosso abiti con incollati sopra masse di peli: alcuni erano beige, altri neri, altri ancora marroni. Non aveva mai visto nulla di simile Willy. Perché mai qualcuno avrebbe dovuto indossare le pelli di un altro animale? Sapeva dai libri di storia che gli uomini in epoche primitive lo facevano per potersi scaldare, ma certo non avevano alternative loro. Arrivò alla conclusione, dunque, che si trattasse di una rievocazione storica. Pensò di seguire una di quelle persone per sapere dove si stesse dirigendo: se era un evento per turisti sarebbe stato facile per lui trovare qualcuno a cui chiedere aiuto.

Un rumore dalla strada accanto richiamò, però d’improvviso, la sua attenzione: erano clacson di automobili che arrivavano da lontano e con il passare dei minuti crescevano d’intensità, trovandone altri vicini che si univano alla non-melodia. Willy si avvicinò per capire di cosa si trattasse. Forse qualcuno si era fatto male e i clacson erano una richiesta di aiuto? Eppure guardando queste infinite colonne di automobili ferme non scorse nessun pericolo esterno. Qualcuno all’interno di un’auto tirò giù il finestrino e con aria arrabbiata iniziò ad inveire contro l’auto davanti, perché questa non si muoveva, e così di lì a poco, fecero lo stesso anche gli uomini delle auto davanti, e avanti ancora. Willy pensò che dovesse trattarsi di una situazione di emergenza: forse i mezzi pubblici quel giorno non funzionavano e avevano mandato in tilt la città? Perché mai tutte quelle auto si trovavano lì, con dentro una sola persona a veicolo? E perché erano tutti così arrabbiati?

Willy alzò il viso in un gesto inconsapevole, come alla ricerca di una risposta dal cielo che però non ricevette e lì, in quel momento, vide per la prima volta da che si era svegliato… il cielo sopra la sua testa. Era di un color grigio intenso: una cappa di nuvole ricopriva tutto, non permettendo di poter vedere cosa vi era oltre. Non erano nubi qualsiasi. Erano fitte, di un grigiore che Willy non aveva mai visto. Non appena ci fece caso, il giovane sperso ricordò che da quando si era svegliato provava una strana sensazione al naso. Era come se quelle nubi fitte nel cielo, avessero il potere di farsi piccole e di insinuarsi all’interno delle sue narici, limitando l’accesso all’ossigeno.

Di cosa si trattava? Le persone che gli passavano a fianco, sempre mantenendo un certo controllo per non correre, non sembravano essersene accorte. Eppure la gigantesca nube era proprio lì: sopra di loro. Ciminiere e camini svettavano sopra i tetti delle case e soffiando, alimentavano sempre più la grande nuvola grigia. Voltando l’angolo, Willy arrivò ad una strada molto più grande, dove le auto ferme in fila erano sempre di più. Passò davanti ad ampie vetrine che esponevano vestiti e cosmetici. A fianco vide delle grandi porte aperte, se ne sentì attratto. Quando provò ad avvicinarsi, però, fu investito da un vento caldissimo. Luci colorate, odori intensi e musica ad alto volume provenivano dall’interno di quel luogo. Cos’era? Sembrava fosse stato progettato per catalizzare dentro di sé le persone, come una grande calamita multi sensoriale. Willy si spaventò e si allontanò a gran velocità.

Intravide ad un certo punto un signore seduto a terra con in mano un cappello. Gli si avvicinò per provare a chiedergli informazioni sul luogo in cui si trovavano. Si chinò verso di lui, per riuscire a guardarlo in volto.
«Emh ciao! Non ci conosciamo. Ho paura di essermi perso. Tu sai dirmi dove ci troviamo?» chiese Willy fissando il signore, che ora si trovava alla sua stessa altezza.
«Dove sono i tuoi genitori?» replicò il signore con il cappello.
«Mi sono addormentato che erano accanto a me, in casa. Al mio risveglio ero solo e in mezzo a quel parco in fondo alla via. Non ho neanche con me il mio zaino dove ho tutto l’occorrente in caso di emergenze».
Willy ricordò la cura con cui aveva preparato il suo zaino, inserendo tutto ciò che poteva essergli d’aiuto nel caso in cui situazioni non previste si fossero presentate. Era un tipo previdente e preciso. Ma quello zaino-emergenze era stato sino a quel momento inutile e, proprio ora che gli sarebbe servito, non era con lui.
«Questa è Main Street ragazzo. Sembri confuso. Devi esserti preso un colpo in testa bello forte. Vuoi che ti accompagni in ospedale?» chiese preoccupato il signore con il cappello. Willy pensò che il suo racconto doveva sembrare parecchio strano. Quindi tagliò corto:
«Di quale città?» chiese il ragazzo, aggiungendo poi senza pausa «E… perché qui tutti stanno correndo?»
«Siamo a Lahore ragazzo, la città dalle grandi possibilità per chi va veloce. La città non aspetta nessuno. Ti hanno forse rapito?»
Willy scosse il capo. In realtà non sapeva la risposta a quella domanda, ma di certo né la polizia, né tanto meno un dottore avrebbe potuto aiutarlo in questo momento.
«Cosa fai seduto sul marciapiede? Aspetti qualcuno?» chiese Willy
«Chiunque sia, è anni che non arriva. Io passo le mie giornate a guardare persone che corrono per andare a lavorare, produrre oggetti, che poi altri acquisteranno. Non ho un lavoro, non ho oggetti e sono stufo di correre. Vuoi farmi compagnia oggi?».

Willy scosse il capo abbozzando un sorriso incerto, poi lo salutò con un cenno della mano, e continuò la sua ricerca verso casa.

Lahore… forse aveva sentito parlare di quella città, di certo doveva essere parecchio lontana da dove viveva. Come aveva fatto a finire lì, ovunque si trovasse quel posto? Attraversò qualche isolato, guardandosi intorno, alla ricerca di una fermata dell’autobus, di una metro o di un ufficio informazioni. Insomma, di qualsiasi luogo che gli permettesse di visualizzare una mappa e capire come tornare verso casa, verso Venturo. A tratti doveva scendere dal marciapiede per qualche metro, perché era pieno di bidoni straripanti di immondizia che non gli permettevano il passaggio. Aveva visto in poche ore diversi rifiuti sparsi per la città: mozziconi di sigarette, bottiglie di plastica, carte, involucri vari. Aveva notato che spesso erano le persone a buttare oggetti a terra, che forse non gli servivano più. Non aveva mai visto nulla di simile. Perché qualcuno sporcherebbe di proposito il luogo dove vive? Di sicuro era una città molto strana quella.

Si trovava all’incrocio tra la 15a e la 16a strada quando incontrò, in un campetto da basket, Noah: aveva più o meno i suoi stessi anni. Willy lo comprese dalla statura e dallo sguardo che caratterizzava le sua fascia di età: di chi avrebbe da una parte voluto già essere grande, essere riconosciuto dagli adulti come un essere in grado di prendere decisioni, ma dall’altra avrebbe preferito continuare a giocare indisturbato. Quando lo vide, Noah stava giocando a saltellare a piedi uniti all’interno di grossi quadrati disegnati sul pavimento, con numeri colorati sopra.
«Ehi ciao! Scusa, sai dove si trova la metro più vicina?»
«Oh, come sei fortunato che puoi per prendere la metro da solo. I miei genitori me lo hanno vietato sino a che non avrò almeno 14 anni. Dove devi andare?»
Willy non poteva raccontare cosa gli era successo, nessuno l’avrebbe creduto. Neanche un bambino come lui. E rispose, ma questa volta solo nella sua mente: «In effetti anche i miei genitori non vorrebbero, ma ora non sono qui e io non ho alternative».
Poi, osservando meglio il bambino che si trovava di fronte a lui, pensò a quanto fossero simili: gli parve per un attimo di trovarsi davanti ad uno specchio che rifletteva la propria immagine fuori dal tempo e dallo spazio. E, sentendo una fiducia verso questo suo nuovo sé che si trovava davanti, decise di provare a chiedere a lui un consiglio sulla via da seguire:
«Ma… Se tu ti fossi perso, non sapessi dove ti trovi, e fossi da solo, cosa faresti per tornare a casa dai tuoi genitori?»
Noah arricciò le tempie e ci rifletté a lungo. Immaginò fosse una domanda gioco e volle dare il meglio di sé e fare bella figura con il nuovo amico incontrato per caso quella mattina.
E dopo qualche istante di riflessione, rispose:
«Se avessi con me uno smartphone di sicuro utilizzerei i social per chiedere aiuto a qualche amico o per interrogare una mappa dotata di localizzatore».
Capendo, però, dalle mani vuote del ragazzo che aveva di fronte a sé, che quello non poteva essere il caso, proseguì:
«Forse poi…. anzi no! Non chiederei a qualche grande incontrato per strada: ovunque mi trovassi so che di loro non ci si può fidare. Credono sempre di sapere tutto e danno per scontato tante cose.»
Willy ci rifletté: non aveva mai pensato agli adulti come inaffidabili. Quelli che conosceva lui si erano sempre dimostrati comprensivi, persino verso il più piccolo dei suoi fratelli, che spesso con i suoi pianti avrebbe potuto far perdere la pazienza a chiunque. E dopo poco replicò a Noah:
«Non lo so. Certo è che d’altro canto però i bambini non hanno strumenti a sufficienza per farlo: non possiedono denaro, esperienza, né informazioni utili in questi casi.» Noah annuì.
«Infatti!».

E mentre il nuovo amico rifletteva sulla domanda così apparentemente complessa appena posta, Willy iniziò a cercare di comprendere il mondo che aveva intorno attraverso gli occhi di Noah. Gli tornò in mente il suono acuto e fastidioso dei clacson e domandò:
«Perchè tutte quelle macchine in giro con all’interno persone così tanto arrabbiate? Cosa gli è successo? E cos’è questa nube grigia che copre il cielo?»
«Deve essere bello il posto da cui vieni tu. Qui i grandi hanno deciso di vivere così. I miei genitori stanno fuori casa dalla mattina alla sera, dicono che lavorano per i soldi che serviranno per il mio futuro. Loro lavorano in uno di quegli edifici là, quelli da cui esce quel fumo. Aria sporca, acque inquinate, plastica ovunque… non me ne farò nulla dei loro soldi da grande. Lo so già!»
«Mi spiace Noah! Cosa possiamo fare per aiutarli a capire?»
«Non lo so….»
«Forse si sono persi anche loro, nelle loro convinzioni e abitudini.»
«Guarda quell’incrocio dall’altra parte della strada, oltre i cespugli. Lo vedi?»

Ci mise qualche secondo Willy a capire a quale angolo Noah facesse riferimento, ma lo trovò e annuì, e l’amico proseguì: «I grandi quando non vanno al lavoro, comprano cose. Guardali! Hanno tutti buste piccole o grandi in mano. Spesso inciampano camminando, perché fissano tutto il tempo lo schermo del telefono che portano sempre con loro. Non se ne staccano mai. Dicono di essere connessi con il mondo intero ma non si accorgono di ciò che succede a due passi da loro. Ieri ho visto un signore che non vedendo il palo dell’incrocio è andato a sbatterci contro. Si è rialzato sempre guardando lo schermo e ha continuato a camminare come se nulla fosse.» Willy scoppiò a ridere pensando all’immagine comica appena descritta, mentre Noah proseguì:
«Comunque credo che se mi perdessi, forse, proverei ad affidarmi ad un animale: loro hanno istinto e sensi molto più sviluppati dei nostri. Il mio cane ad esempio sa trovare sempre la via di casa. Ho sentito anche di uccelli che tutti gli anni percorrono chilometri per tornare a fare nidi sempre nello stesso punto. Nessuno ha più senso dell’orientamento di loro!» e aggiunse dopo qualche secondo di pausa: «e non sanno mentire!».

Willy ci rifletté. Non gli era venuto in mente di chiedere aiuto ad animali, neanche avrebbe potuto, dato che non ne aveva incontrato alcuno da quando era arrivato. Dunque chiese all’amico dove trovarli. «Ovunque, ma in città sono sempre nascosti. Devi allontanarti dalla confusione e dal rumore per trovarli».

Willy, pensando a come gli animali vivevano in simbiosi con gli umani nella sua città, rimase in silenzio a contemplare le immagini che il suo cervello stava registrato in quel momento: persone molto simili a quelle che conosceva, ma solo in apparenza, camminavano come sotto ad un incantesimo, fissando lo schermo del telefono che sorreggevano con entrambe le mani. Erano quasi tutte panciute, come se avessero ingerito molto più cibo di quanto ne potesse contenere il loro corpo. Davanti alle loro bocche e nasi una mascherina di carta copriva metà del loro viso. La spostavano solo quando accendevano quelle piccole ciminiere portatili che facevano entrare nella loro bocca. Ad ogni boccata seguiva un’espulsione di fumo che si univa al grigiore dell’aria. Le ciminiere più grandi alle loro spalle, nel frattempo, continuavano ad emettere una fumina sempre più scura, le strade erano ricolme di imballaggi di plastica, il suono dei clacson delle auto incolonnate si sovrapponeva alla musica che fuoriusciva dagli edifici con le porte spalancate e le persone che camminavano quasi correndo, trasportando borse contenenti oggetti appena acquistati e fissando lo schermo di un telefonino, sembravano vivere in un mondo tutto loro. I loro nasi non respiravano la stessa aria nera, i piedi camminandonon calciavano plastica, le loro orecchie non erano infastidite dai rumori. Sembravano abitanti alienati di un mondo irreale, che si stava ripiegando su stesso.

Willy ebbe paura. E da quando si era svegliato quella mattina, per la prima volta, non temette di non far ritorno a casa sua. Questa volta ebbe paura perché si trovava proprio lì. In quella città, in quel mondo costruito per adulti corridori, con buste in mano: in un mondo grigio, che solo i bambini e gli uomini con il cappello in mano potevano vedere e sentire. E così pianse, per la seconda volta. E improvvisamente iniziò a correre, cercando di fuggire da tutto ciò che aveva intorno, anche da Noah, che aveva reso reale ciò che sino ad ora Willy aveva pensato fosse impossibile. Inciampò ai piedi della strada in una buca dell’asfalto e cadde, continuando a piangere, sempre più forte. Nessuno intorno a lui sembrava essersene accorto. Nessuno lo vide. Rimase seduto a terra per qualche minuto, con le braccia che avvolgevano le proprie gambe e la testa china tra le ginocchia. Avrebbe voluto sparire da lì, per ricomparire nel suo letto, con la sua mamma affianco. Ma non successe.

Dopo un tempo che a Willy parve infinito, si accorse che un qualcosa di appuntito premeva sulla sua natica destra. E distratto e confuso, allungò il braccio per togliere l’oggetto del fastidio e capire cosa fosse. E una volta impugnato ed estratto dalla conca in cui era, comprese avvicinandolo al viso che si trattava di una chiave color oro. Sopra, una volta strofinata sui pantaloni, apparve la scritta: “Tutto può cambiare, se lo vuoi”. E in quel preciso istante Willy chiuse gli occhi e, con il viso ancora coperto di lacrime, disse ad alta voce: «Sì, cambio! Voglio cambiare, voglio che questo mondo cambi.» Subito dopo perse i sensi, e il suo corpo si abbandonò nella buca stradale che lo avvolgeva.

Quando si svegliò si trovava su di un lettino in una stanza simile ad un ospedale. Tanti piccoli tubi uscivano dal suo braccio. Nel suo petto erano stati appiccicati dei tondini neri. Uno schermo di fianco a lui disegnava linee che continuavano a scendere e risalire. Le voci del personale con il camice bianco gli arrivavano ovattate e confuse. Richiuse gli occhi e si riaddormentò. Dopo qualche ora li riaprì, indossava abiti asciutti e puliti. Anche l’aria era tornata pulita. Al suo fianco un signore vestito di bianco gli stava stringendo delicatamente, ma con forza, il braccio destro sorridendo.
Non lo conosceva, ma il volto gli diceva che tutto andava bene, che era al sicuro. Dopo pochi minuti il viso che esprimeva fiducia gli fece alcune domande su come si sentisse, sui dolori che provava nel corpo. Nessun riferimento alla sua identità però. Willy provò a chiedere, una volta ripreso del tutto, dove si trovasse, accennò al fatto che si fosse perso, ma i signori dai camici bianchi sorridevano silenziosamente e proseguivano con le loro domande. Dopo aver mangiato, bevuto ed aver ripreso le forze Willy fu accompagnato in una stanza dove vi erano grandi poltrone dagli alti schienali. Erano sistemate tutte intorno ad un tavolo ovale. Una giovane donna lo invitò a sedersi e ad attendere lì.

Passò qualche infinito minuto da solo in quella stanza. Sino a che il sig. Richard fece il suo ingresso dalla stessa porta da cui era entrato Willy. Era il suo professore di scienze e Willy fu tanto sorpreso quanto sollevato di vederlo lì. Finalmente un volto conosciuto. Erano ore che non provava questa sensazione. Il sig. Richard lo salutò affettuosamente stringendolo a sé. Lo rassicurò poi che fuori dalla porta vi erano i suoi genitori che non vedevano l’ora di abbracciarlo. Prima, però, lo invitò a sedersi, per rispondere a tutte le domande di Willy che attendevano una risposta.

«Allora ragazzo, ne hai viste delle belle oggi, vero?»
«Cosa mi è successo? Ero in una città strana, non riuscivo a tornare a casa. Era tutto così grigio, così triste! Lei non ha idea di come…» disse sorreggendosi la testa tra le mani.
«Oh sì! Ne ho eccome un’idea mio caro! Ho fatto visita parecchi anni fa anche io in quell’orribile posto»
«Che cos’è? Dove si trova? Perchè non ne avevo mai sentito parlare?»
«Il posto che questa mattina hai visto è parecchio distante da qui. Lo conosci, ma solo sui libri di storia del nostro popolo».
«In che senso? Mi vuole dire che è stato un sogno nel passato?»
«Più che un sogno parlerei di viaggio in una realtà che è stata reale, ma che ora non esiste più» Willy corrucciò le tempie non comprendendo fino in fondo ciò che gli era appena stato spiegato.

«Hai vissuto per un breve lasso di tempo in una città del ventunesimo secolo del pianeta Terra. A quell’epoca la realtà era quella che hai visto con i tuoi occhi. Il pianeta, come hai potuto constatare, era pronto ad implodere. Tutte le risorse naturali sfruttabili erano state usate, l’inquinamento dell’aria prodotto dall’essere umano era arrivato ad un punto di non ritorno. Morivano migliaia di umani ogni giorno in tutto il pianeta a causa della situazione che avevano essi stessi creato in pochi secoli.

Con il passare del tempo le menti degli umani si erano come addormentate, guidate solo dalla ricerca di una cosa che chiamavano denaro e per questo erano disposti a fare guerre, uccidendo i loro simili, e a distruggere il luogo che li ospitava. Alcuni di essi decisero dunque di fuggire da lì, cercando un nuovo pianeta che li potesse ospitare. Dopo anni di ricerca approdarono qui, a Venturo. Lo soprannominarono così, nella speranza che potesse rappresentare per loro e per le generazioni future un luogo di pace, salute e serenità, lontani da inquinamento e distruzione».

Mentre il sig. Richard parlava, dallo schermo grande situato davanti a lui, passavano foto che narravano la stessa storia di quanto ascoltato attraverso le immagini. I volti pieni di speranza di un mondo migliore riempivano lo schermo. Erano umani qualsiasi, ma una scintilla brillava nelle loro pupille. Willy pensò a quanto quegli sguardi fossero differenti da quelli visti la stessa mattina nelle strade grigie in cui si era trovato.
«Cos’era ciò che ho visto. Perché proprio io?»
«Quella era una città ricostruita al computer grazie alla documentazione che i nostri avi hanno portato via dalla Terra quando se ne sono andati. Hanno giurato che avrebbero fatto di tutto, una volta approdati a Venturo, affinché questo pianeta non potesse fare la stessa fine di quello in cui erano nati e cresciuti.

Da diverse generazioni, quindi, al compimento del nono anno di età, a bambini e bambine viene fatto vivere quanto tu hai vissuto oggi. L’esperienza di vedere in prima persona quel luogo, la convinzione che sia reale, che facendo scelte sbagliate si possa tornare in un attimo a quello, fa sì che qui prosperi la pace. Leggendo la storia di ciò che è stato solo su di un libro, non si comprende fino in fondo ciò che potrebbe diventare questo luogo e come potremmo trasformarci noi. Gli uomini nascono egoisti e altruisti insieme: siamo luce e ombra, siamo nero e bianco. Insieme. Spetta a noi scegliere quale parte nutrire e far emergere. E tu Willy, dopo aver visto gli umani che potremmo essere, quale colore sceglieresti?». Così dicendo mostrò sui palmi delle mani due grandi biglie: una color bianco e una nera.

A Willy iniziò a battere veloce il cuore. Una scintilla, seppur ancora impercettibile, si stava accendendo nei suoi occhi. Allungò il braccio e impugnò entrambe le biglie studiandole da vicino. Non sapeva ancora come, ma avrebbe impedito che la storia si ripetesse. Doveva proteggere gli abitanti del suo pianeta e Venturo stesso dall’egoismo e dalla violenza che dormivano silenti dentro ad ogni umano. Essere consapevoli del rischio, si disse tra sè e sè, era già un piccolo passo verso un mondo che voleva continuare a vivere di pace, bellezza e colori.

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