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29 Giu 2020

Ca’ Mariuccia è pronta: la cascina ecosostenibile sta per riaprire

Scritto da: Davide Artusi

Dal weekend del 4-5 Luglio, Ca’ Mariuccia si avvia nuovamente. Torna a sfamare la sua clientela con menù sempre ricchi e soprattutto dai prodotti di propria produzione, dove le pratiche ecosostenibili fanno da motore trainante di una attività che vuole ripartire. Dopo mesi di ‘domicilio coatto forzato’, la cascina riapre le porte al pubblico, tra incertezze e desiderio di portare alla normalità un tempo che ha bisogno di ritrovare quella quotidianità, spazzata via dalla pandemia, tanto desiderata in questo lungo periodo.

Cosa accadrà a Ottobre? I contagi ritorneranno e si sarà punto e a capo? Come potrà avvenire la riapertura? Quanto ingente è stata la perdita in questo periodo? Domande. Domande a cui Andrea Pirollo, direttore marketing e comunicazione, nonché gestore di Ca’ Mariuccia, azienda agricola etica, orientata ai principi della permacultura e alla diffusione di metodi e pratiche ecosostenibili, non riesce a dare una reale risposta. Di questa realtà, situata nelle colline del Monferrato, in Piemonte, ad Albugnano, abbiamo già parlato in articoli passati. Basti sapere che tra un vario e buon numero di animali, un orto in permacultura e la presenza di un ristorante e una pizzeria, questa cascina è divenuta dal 2016 punto di riferimento per molti torinesi e non solo, turisti amanti della natura, del verde e del ‘mangiare sano’, capace di diventare valida alternativa a quel caotico caos che invade città, strade e vie che quotidianamente percorriamo.

«Noi riapriremo il 4 di luglio – ci spiega Andrea – e in questo periodo abbiamo ristrutturato un po’ la cascina, in particolare abbiamo potenziato la parte di cottura forno a legna, quindi pizze e prodotti da forno, e abbiamo diviso la parte di pizzeria dal laboratorio di trasformazione. Il problema maggiore oggi in relazione a questa malattia è che non riusciamo ad avere una programmazione, una progettazione che vada oltre ai due mesi; siamo impauriti, più che altro temo che quando riprenderanno le influenze diventerà difficile distinguere una patologia da un’altra, bisognerà rimanere cauti. Fortunatamente noi abbiamo un grande spazio all’aperto, dunque avremo, si spera, un buon riscontro; purtroppo dobbiamo passare da cento coperti a cinquanta, un po’ per un discorso di distanziamento sociale un po’ per un discorso di sicurezza di chi lavora all’interno di una azienda. Siamo dunque costretti ad abbassare il numero di coperti che andrà a generare una perdita economica di fatturato che dovremo capire come risolvere. Sulla pizzeria abbiamo deciso di fare due turni, da cinquanta/sessanta persone, per il ristorante si faranno due sole aperture, il sabato a pranzo e la domenica sempre a pranzo.

L’altro grande problema è stato che molti grossi eventi e funzioni religiose sono stati annullati, come matrimoni, comunioni, eccetera e a noi questo non fa di certo bene. Abbiamo perso un gran numero di weekend in questi mesi, weekend che non si potranno più recuperare. Avevamo pensato ad attività collaterali legate all’accoglienza di gruppi ma in questo periodo sia a livello comunicativo sia logistico, si è fatto troppo complesso e abbiamo desistito. Se bisogna guardare al bicchiere mezzo pieno, allora questa malattia ci ha aiutati a potenziare alcune cose che erano latenti nella nostra realtà e ci ha permesso di aumentare la produzione agricola in termini di prodotto vegetale per fare consegne a domicilio. Noi quest’anno avevamo la volontà di diventare progetto di cooperazione agricola sociale ma temo non ce la faremo, in quanto impossibilitati di capire cosa accadrà nei prossimi mesi».

Difficoltà, paure, incertezze. Sentimenti comuni che muovono un’attività ben avviata, su cui molto si era costruito e a cui in molti facevano riferimento. Una difficile situazione comune a molte realtà del genere, più o meno grandi, in città o in campagna, che soprattutto ha attanagliato mondi singoli e particolari, che puntano su prodotti locali e dalla buona qualità, dalla concezione ben diversa e lontana da quella delle grandi multinazionali e catene che sempre con maggiore frequenza stanno popolando le nostre strade.

«La vita della cascina va comunque avanti per conto suo e la natura non si ferma indipendentemente dalle nostre paure, quindi ancora più di prima seguiamo questo ciclo produttivo della natura, stiamo dietro a lei. E questa è la parte più rassicurante di questo periodo: ci sono gli animali, c’è la vendemmia, ci sono i pomodori. Cerchiamo di vedere cosa riusciamo a tirar fuori come prodotto, cerchiamo di sopravvivere, è chiaro che in campagna non si muore di fame, il problema è che questo è un progetto nel quale sono coinvolte quasi una ventina di famiglie e questa grossa perdita di fatturato sta pesando molto su tutti noi, quindi speriamo di tenere botta. È necessario però non perdere la fiducia, la speranza, la cascina ha una propria stabilità produttiva, dobbiamo solo capire come canalizzare questa paura momentanea e cercare di trasformarla in un punto di forza».

Tensioni e paure a cui si aggiungono speranze e fiducia nel futuro, un futuro sì incerto ma pur sempre vivo, un presente che nuota nelle insicurezze ma non affogato in un terrore tanto arcaico come quello che ultimamente ci ha pervaso. Andrea, come molti altri gestori di attività, agriturismi, ristoranti, pizzerie, sta vivendo delle forti difficoltà, ma grazie a forza di volontà, amore nei confronti di quello che si fa e volontà di non farsi abbattere, cerca di ritornare alla carica, riaprire, ritornare a una normalità non più così lontana.

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