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6 Ott 2020

Maltempo in Liguria, cambiamenti climatici e gestione del territorio: “È necessario un nuovo modello”

Scritto da: Valentina D'Amora

In Liguria, il maltempo dei giorni scorsi ha provocato allagamenti, crolli di ponti, vittime, cittadini evacuati e interruzioni di alcune vie provinciali. A ogni allerta meteo si registrano le conseguenze di piogge torrenziali e di mareggiate sempre più intense. Cosa sta succedendo e come intervenire?

Centinaia di interventi dei Vigili del Fuoco tra sabato e domenica, a seguito delle violenti piogge, sulle zone maggiormente colpite: l’estremo ponente ligure, tra Sanremo e Ventimiglia, dove ieri è stata rinvenuta in mare la sesta vittima, e lo spezzino, in particolare tra Sesta Godano e Varese Ligure, dove il fiume Vara è esondato in più punti.

L’alto grado di rischio idrogeologico a cui il territorio ligure è esposto fa sì che, durante le allerte meteo, i danni siano sempre più ingenti, soprattutto nei centri urbani vicino a fiumi e corsi d’acqua, ma non solo. I motivi sono certamente riconducibili alla conformazione territoriale della Liguria, ma non c’è dubbio che oggi la regione stia affrontando gli effetti sempre più evidenti dell’emergenza climatica.

Eventi come questi da molti vengono collegati al “semplice” maltempo, ma non è così. E se le conseguenze possono variare di volta in volta, le cause partono sempre dallo stesso punto: l’aumento di temperatura del pianeta.

Adattare i territori alle emergenze o adattare le situazioni al territorio? Ne ho parlato con il geologo Mimmo Filippi, geologo savonese ed esperto conoscitore delle problematiche liguri.

Foto generica tratta da Pixabay

«Guardiamo le nostre coste: ad Alassio, ad esempio, le case sono state costruite fino alla battigia, esponendole alle conseguenze di mareggiate ed eventi di portata eccezionale. Pensiamo, poi, al nostro reticolo idraulico: non è arginato in modo corretto, perché non viene lasciato spazio adeguato tra le abitazioni e i corsi d’acqua. Molte case sono state costruite in alveo, per questo le grosse piene fanno i danni maggiori. Perché non regimarli, creando aree dove l’acqua possa accumularsi, per rifornire il comparto agricolo (che impiega il 70% delle acque dolci) e gli impianti di irrigazione superficiale? Un sistema di recupero delle acque piovane permetterebbe di rifornire le falde e, allo stesso tempo, fermare la pioggia, affinché “non venga giù tutta insieme”, provocando i danni che vediamo puntualmente».

Si può anche intervenire per migliorare la stabilità dei versanti, in modo da prevenire frane e smottamenti: «Se ci si fa caso – prosegue il geologo – molte strade interne sono state costruite su pendii troppo ripidi, motivo per cui “si spaccano” letteralmente, quasi sempre a metà della loro larghezza, oltre ad essere sorrette da muri ormai obsoleti, che non sono in grado di resistere alle spinte dell’acqua. Monitorare i fenomeni di instabilità sul territorio è fondamentale per una programmazione degli interventi di difesa del suolo».

Filippi fa anche riferimento ai piani di bacino pubblicati nei primissimi anni del 2000, che prevedevano tutta una serie di interventi che non sono stati eseguiti subito per ragioni di costi: oggi, a quasi vent’anni di distanza, quelle quotazioni sono ormai decuplicate.

Per le raffiche di vento, sempre più forti a ogni allerta, poi, «sarebbe importante rinforzare i tetti dei palazzi e verificare le condizioni di salute dei boschi, ma anche degli arbusti urbani», i primi ad abbattersi durante le trombe d’aria.

Per non parlare dei corsi d’acqua: «Quanti sono stati tombinati, passando sotto le strade, le case e le piazze?  La costante pratica di sottrarre spazio vitali ai corsi d’acqua, riducendo progressivamente gli alvei, deviandoli o coprendoli, crea le condizioni per potenziali inondazioni su tutto il territorio. Da una parte assistiamo a una visione collettiva estremamente superficiale del territorio e dei suoi fenomeni, mentre dall’altra l’ignoranza e l’indifferenza della classe politica locale dilagano in merito a questi temi».

Sulla questione si è espressa anche Legambiente Liguria, sottolineando la necessità di virare verso un modello di sviluppo che affronti i cambiamenti climatici in atto, anche al di fuori delle situazioni emergenziali: «Abbiamo, a tutti gli effetti, un problema di sicurezza ambientale che da tempo avrebbe dovuto essere affrontato. Il report sui mutamenti climatici in Italia, prodotto dal Centro euro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, presentato alcuni giorni fa, fa emergere scenari e condizioni che in Liguria sono già evidenti nella loro drammaticità. I decisori politici attendono l’emergenza con i conseguenti drammi idrogeologici e infrastrutturali, per avere fondi a disposizione e finanziare progetti che non dialogano tra loro, con il territorio, in modo organico e pianificato».

Che si tratti di una sfida alla natura o di mala gestione del territorio una cosa è certa: la natura ci sta dando segnali espliciti. È arrivato il momento di ascoltarli.

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