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8 Gen 2021

Claudia Comar, l’artigiana magliaia impegnata a diffondere la cultura della lana

Scritto da: Lorena Di Maria

In Piemonte è stata riconosciuta Eccellenza Artigiana e da anni lavora lane particolari perché tracciabili e a filiera corta e controllata, realizzando capi unici nel loro genere. La sua è una passione che nasce da un profondo desiderio: essere non solo una “consumatrice critica”, ma anche una produttrice “attenta e responsabile”. Con il suo lavoro vuole contribuire a una moda e a un’economia più sostenibile, etica e solidale, che metta al primo posto le filiere locali e la dignità del lavoro dei piccoli produttori.

Magliaia da quasi trent’anni, Claudia Comar a Val della Torre, piccolo comune tra Torino e la Val di Susa, trasforma la lana in splendide creazioni che raccontano la storia delle materie prime che usa. «All’interno del mio laboratorio realizzo capi unici con macchine semplici che richiamano la lavorazione ai ferri. I filati che uso sono lana, alpaca e mohair tracciabili e a filiera corta e controllata, naturalmente colorati o che tingo a mano con colori naturali».

Uno dei punti di forza del lavoro di Claudia è la sua capacità di collaborare con gli allevatori e i produttori del territorio, raccontando, attraverso i suoi capi, la storia di ognuno di loro: piccoli fornitori che conosce personalmente e da cui compra il filato, artigiani con cui collabora come nel caso di un produttore di caratteristici bottoni in bambù e ancora allevatori del territorio dai quali ottiene le lane da lavorare.

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Claudia, nella scelta dei materiali per le sue lavorazioni, ha deciso di utilizzare esclusivamente lane naturali da produttori nostrani e francesi, facenti parte di piccoli allevamenti. Questo perché non si vuole accontentare di acquisti online che non le permettono di conoscere la storia, la provenienza e la qualità dei materiali che utilizza.  

«Dietro a ogni mio lavoro c’è il forte desiderio di valorizzare le lavorazioni dei produttori locali, il rispetto degli animali e dell’ambiente. Prima di indossare un abito bisognerebbe sempre chiedersi chi sono gli allevatori, che tipo di tessuti sono stati utilizzati e di chi sono le mani che hanno realizzato un capo. In fatto di tracciabilità, Claudia considera i filati di lana l’equivalente degli alimenti che acquistiamo al supermercato: «sulle confezioni non basta che ci sia scritto biologico, perchè se non sai da dove un prodotto proviene e come è stato coltivato, l’etichetta non è sufficiente». Per questo motivo il grande impegno del suo lavoro, che le ha permesso di ottenere il riconoscimento di Eccellenza Artigianale del Piemonte, dimostra che anche il mondo dell’artigianato può dare il suo contributo per la diffusione di un tessile prodotto localmente.

«Circa dieci anni fa, partecipando a Fai la Cosa Giusta Trento, sono entrata in contatto con le artigiane genovesi Federica e Stefania, che, con il progetto “Lanivendole“, lavoravano e tingevano la lana in maniera naturale. Da quel momento mi sono avvicinata a questo mondo, scegliendo di farne parte e dare visibilità non tanto al mio lavoro quanto all’impegno legato a tutta la filiera».

Come ci viene raccontato, nel mondo della lana ci sono diversi limiti da superare: «Uno dei problemi con il quale ci scontriamo è che molte grandi aziende hanno iniziato a occuparsi di sostenibilità. Di per sé questa è una buona cosa, non fosse che a volte si tratta di un lavoro di marketing e le imprese adottano il termine sostenibilità per “ripulirsi”, ma nei fatti la ricaduta positiva sul territorio è nulla. Il lavoro di valorizzazione delle filiere ha invece l’obiettivo di promuovere il territorio, tutelare chi alleva, garantire il giusto reddito in maniera dignitosa. Solo in questo modo sarà possibile ripartire creando una nuova società che unisca aziende e piccoli produttori e che veda la collaborazione al posto della competizione».

Un’altra questione su cui ci siamo confrontate è che i consumatori, per seguire la moda, sono attirati da una molteplicità di colori e morbidezze differenti, quindi gli artigiani finiscono per “accontentare” la richiesta, dettata da ciò che la moda suggerisce. Ma la differenza tra i filati artigianali e quelli industriali è molto grande. Infatti, «una maglia creata artigianalmente dura molto più tempo e la colorazione eseguita con soli prodotti naturali non avrà tutti i colori e le sfumature che si possono realizzare con prodotti non naturali». Così Claudia, nel suo laboratorio, crea esclusivamente colorazioni sicure dal punto di vista della durata e che, come lei afferma, «potrebbero essere di moda o potrebbero anche non esserlo!», l’importante è garantire la qualità del prodotto e la salute della persona che indossa un manufatto.

E se cambiassimo prospettiva e guardassimo alla lana non solo dal punto di vista dell’abbigliamento ma considerando tutti gli usi che se ne possono fare, scopriremmo quanto tradizione e innovazione viaggino sugli stessi binari. Ad esempio, in Italia la maggior parte delle pecore ha un tipo di lana non adatta all’abbigliamento ma, considerate le sue innumerevoli proprietà come la buona capacità di assorbimento dell’umidità, la termoregolazione e la traspirabilità, può offrire un grande apporto nell’ambito della bioedilizia come coibentante e nell’arredamento, dove si è persa l’abitudine di fare lavorazioni in lana come tappeti o arazzi, coperte e trapunte che sono fonoassorbenti e riducono l’umidità.

«Da diversi anni stanno nascendo tante piccole filiere e questo è un buon segno ma è fondamentale che non cresca solo l’offerta ma anche la domanda, poiché senza questo equilibrio si finisce per saturare subito il mercato e coloro che si sono impegnati in anni di duro lavoro rischiano di non riuscire a mantenere quella clientela che, per via dell’aumento dell’offerta, viene attratta anche da altre proposte».

Claudia ci spiega che è importante si parli di lana anche e soprattutto nel campo dell’istruzione, come nel caso degli istituti superiori a indirizzo agrario o nelle università che organizzano corsi nell’ambito della valorizzazione del territorio. Per questo motivo è in contatto con l’Università degli Studi di Torino e, in particolare, con alcuni docenti che si occupano di promozione territoriale, ma anche con il CNR che si sta occupando di progetti legati alle lane italiane o con l’Università di Bari che è impegnata nel recupero di una razza di pecora locale.

Collaborare dunque, in ambito accademico, tra le aziende e i piccoli produttori locali, intrecciando, come i fili di un gomitolo di lana, le storie di chi ha fatto di questo antico e allo stesso tempo moderno mestiere, la missione della propria vita. E il sogno di Claudia, portavoce di un mondo che mescola ruralità e attualità, è proprio questo: tessere le fila di un futuro dove la lana contribuisca a una nuova economia, locale e alla portata di tutti e tutte.

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