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9 Feb 2021

Eduardo Terzidis: “Vi racconto la mia vita fondata su permacultura e yoga”

Scritto da: Elena Ghini

Eduardo Terzidis è un giovane che, lasciati una vita e un lavoro “normali”, ha iniziato a viaggiare, in senso fisico e metaforico. Ha abbracciato la consapevolezza e iniziato a praticare permacultura e yoga, rendendole anche la propria fonte di sostentamento. E per aiutare chi è ispirato dalla sua storia ha scritto un libro.

“Non avere paura di sentirti perso, è un buon segno. Significa che sei meglio di quello che ti stai permettendo di essere”. Questo è il consiglio di Eduardo Terzidis, autore del libro Perso sulla strada giusta, che rivolge a tutti coloro che si trovano al “buio” e che sentono il bisogno di cambiare qualcosa della propria vita. Durante la nostra ricca chiacchierata, Eduardo mi ha raccontato il suo lungo percorso che inizia quasi sette anni fa, mettendo in discussione la vita che stava vivendo, e di cui non si sentiva soddisfatto.

Perso sulla strada giusta vuole essere un “manuale di come ho imparato a stare al mondo”. Una guida, una testimonianza di un percorso personale ma che risuona come collettivo. Il taglio autobiografico del libro si intreccia con l’approfondimento di tematiche e riflessioni incentrate sulla spiritualità, l’ecologia e la filosofia. Il viaggio e le diverse esperienze vissute sono parte integrante della conoscenza di sé, da cui nasce un’attenta indagine alla scoperta di un’arte di vivere in armonia con la natura e con la propria missione di vita. A concludere, Eduardo lancia un seme, la sua visione del futuro e un sogno da realizzare: la creazione di un luogo dove poter connettersi alla terra e sviluppare nuovi modelli di vita che spaziano dalla gestione delle risorse alla gestione di noi stessi.

Partiamo dalla classica domanda: come nasce il libro, cosa ti ha spinto a scrivere la tua storia?

Il libro nasce per condividere la mia decisione di cercare un modo di vivere vero e consapevole. Con questa storia voglio raccontare il cammino che in qualità di essere umani ci troviamo a percorrere per ritrovare il nostro posto nel mondo. Lungo la strada ho appreso e maturato soluzioni per affrontare la profonda crisi ecologica, spirituale e sociale nella quale ci troviamo oggi come individui e come comunità umana. Ho voluto mettere al servizio di tutti quello che ho imparato. Il libro è un ponte, la mia esperienza diventa una metafora di un viaggio più ampio che come collettività ci stiamo preparando ad affrontare per ritrovare un senso di appartenenza con l’intero Universo.

Eduardo chi eri “prima”? Perché ti sentivi profondamente insoddisfatto?

La mia vita di prima è stata comune a tanti ragazzi. Ho scelto di frequentare l’università come un percorso obbligato, con la prospettiva di trovare un buon lavoro. Il mondo universitario, in particolare nel mio campo, prevede però l’adozione di un’etichetta formale che io non ho voluto adottare. Le aspettative della famiglia unite alle pressioni sociali hanno iniziato a non farmi più respirare. L’università è stato un grande percorso per dimostrare che che potevo farcela senza dover cambiare la mia personalità. E ci sono riuscito con ottimi risultati. Una volta finita, la domanda è tornata. Cosa faccio? Anche se lavoravo a progetti all’avanguardia, in una rinomata università europea, orientati alle energie rinnovabili, in linea con i miei valori, mi sembravano sterili. Alla fine era tutto orientato al guadagno, nessuno era lì per aiutare davvero il mondo e allora ho detto, non voglio fare questo. Sono caduto in uno stato molto simile alla depressione.

Il viaggio è stato mosso dalla grande volontà di essere felice. Avevo bisogno di riprendere in mano la mia vita. Mi sono dato la possibilità di dimenticare di essere un ingegnere, e di tutte le pressioni sociali e famigliari. Sono partito con tante domande. All’inizio ero veramente perso, le cose che sapevo di me erano emerse da una realtà finta in cui avevo vissuto fino ad allora. Mi sono messo in gioco e ho sperimentato tanti mestieri dal cuoco, al giardiniere, al costruttore di tavole da surf. Piano piano andavo escludendo ciò che non mi soddisfaceva. Questo è stato il mio processo per trovare la felicità. Finalmente mi sono avvicinato alla permacultura e allo yoga e ancora oggi sono le cose che porto avanti come mezzi di soddisfazione personale.

Ci sono stati momenti in cui hai rimpianto di aver abbandonato la carriera da ingegnere e la stabilità economica che avresti avuto garantita? Viaggiare e sperimentare è stimolante ma è davvero possibile costruire una vita solida? Come rispondi a questa provocazione?

I soldi erano il mio terrore. Anche io ero molto scettico su questo punto e ho rivolto questa stessa domanda a chi, prima di me, aveva deciso di cambiare vita. E la risposta che ricevevo, mi faceva arrabbiare: “Tu non pensare ai soldi, porta avanti quello che vuoi fare e i soldi arriveranno”. “I soldi arriveranno cosa vuol dire?”, mi chiedevo. Oggi sorrido perché mi trovo a replicare allo stesso modo anche se so che è una risposta che fa male. Nel momento in cui mi sentivo perso, mi faceva sentire ancora più perso. I soldi sono un grande limite. Siamo portati a identificarci con la nostra professione. Quando si abbandona, lasciamo anche la sicurezza e lo status sociale. E fa paura. Ho pensato tante volte a tornare sui miei passi, ho anche accettato un lavoro come ingegnere per qualche tempo ma poi ho definitivamente capito che non era per me.

Quando si sceglie di vivere una vita consapevole arrivano anche le responsabilità per le scelte che si fanno. Le difficoltà ci sono e sono tante. Mi sono ritrovato senza soldi, estremamente solo, a fare cose che non mi facevano stare bene, lontano da casa. Per molto tempo non sono riuscito a comunicare con la mia famiglia perché c’erano molte incomprensioni. È stato un percorso difficilissimo. La realtà filtrata attraverso i social media è distorta e chi fa qualcosa di diverso sembra speciale, lontano dal nostro mondo. E il confronto ci fa sentire miserabili. La realizzazione economica è arrivata quando ho trovato una profonda connessione con la mia missione di vita. Fino a quando non ho avuto quella chiarezza non è arrivato nulla perché ero impaurito e sentivo di non essere abbastanza. Non ho mai conosciuto qualcuno che ha cambiato vita e lo ha fatto fino in fondo, che si sia pentito. Nonostante tutto. Sono convinto che ognuno di noi ha una missione di vita, se ci permettiamo di vederla. Spesso per realizzarla la strada non è già tracciata ma è da inventare. Anche io mi chiedevo come si fa a vivere di permacultura e yoga e non lo sapevo. Ma ci sono riuscito.

La crisi ambientale ci sta portando verso problemi strutturali che non potranno essere ignorati ancora a lungo. Se da un lato avanza la consapevolezza e un risveglio collettivo, dall’altro emerge un atteggiamento fatalista e passivo. Cosa ne pensi e come, secondo te, la permacultura è un modo per affrontare le sfide di oggi?

Sì, purtroppo ci si aggrappa alla scusa che ormai è troppo tardi per cambiare rotta perché in fondo si vuole continuare a stare nei propri agi. Ci rifugiamo nel pessimismo perché è più facile lamentarsi che cambiare vita. Satish Kumar è un autore che mi ha ispirato. Mi ha insegnato che lasciare andare ciò che alimenta il pessimismo è una scelta che va di pari passo con la propria consapevolezza. Vivere nell’ottimismo fa bene a noi come individui. La transizione che stiamo vivendo e i problemi urgenti che abbiamo di fronte non vanno secondo me affrontati solo in maniera pragmatica ma vissuti anche in modo spirituale.

Come insegnante di permacultura ritengo che l’attenzione verso il riscaldamento globale e le differenze sociali, ad esempio, siano trattati superficialmente. All’origine di ciò che stiamo vivendo oggi, individuo tre cause principali: la nostra alienazione dalla natura e dall’universo, che ci porta a una separazione da tutto ciò che ci circonda e anche dalla dimensione spirituale. La sparizione delle popolazioni indigene, delle loro culture, delle loro usanze, e del loro sapere ancestrale. E la soppressione del femminile, inteso non solo come genere ma come modo di approcciare la vita. Nella nostra società prevale il principio maschile, nel modo di imporre crescita, produttività e anche come ci rivolgiamo a noi stessi. Se riuscissimo a trasformare la nostra coscienza riusciremmo anche a diminuire le differenze nel mondo perché ci renderemo conto che se gli altri stanno male, stiamo male anche noi di conseguenza.

Hai nominato più volte l’importanza di conoscere le Popolazioni Indigene. Cosa possono insegnare a noi che viviamo in una realtà completamente diversa?

Essere indigeno significa conoscere e parlare il linguaggio della terra. L’indagine del mondo avviene attraverso un profondo ascolto della natura. Non esistono più barriere tra me e te, tra me e le piante. Il concetto di separazione tra spirito e materia non esiste, il mondo esoterico ha una valenza importante, di sopravvivenza. Ecco questo ci possono insegnare. Un approccio che la nostra società ha completamente dimenticato.

Quale realtà che hai visitato ti ha più colpito?

In Nuova Zelanda ho visitato Koanda, un eco-villaggio e centro educativo che insegna l’agricoltura rigenerativa. Completamente autosufficiente, produce tutto ciò di cui ha bisogno dal cibo all’energia. Ho trascorso là il lockdown del marzo scorso. Ed è stata un’enorme opportunità per riconnettermi alla terra. Sarebbe anche potuta arrivare la fine del mondo, ma con quelle persone mi sentivo al sicuro perché sapevano cosa fare in ogni situazione. Ho imparato a vivere un giorno alla volta, abbandonare le aspettative e lasciarmi sorprendere dalla vita.

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