29 Ott 2021

Alluvione a Catania: cronaca di un disastro annunciato

Cambiamenti climatici, incuria del territorio, cementificazione del suolo sono tutte concause che hanno provocato un disastro nel capoluogo etneo. Era prevedibile? Pare proprio di sì. Ecco quali sono state le cause dell’alluvione senza precedenti che ha colpito Catania in queste ore e cosa si sarebbe dovuto fare per evitare questo avvenimento o quantomeno mitigarne gli effetti.

Catania - È vero che si tratta di un fenomeno mai registrato prima a Catania. È vero pure che Catania risorgerà come ha sempre fatto. Ma è altrettanto vero che tutto questo era stato già previsto e non da ieri. Gli studiosi e gli scienziati lo dicono da anni, ma sono ancora in molti quelli che stentano a crederci. Come scrive Luigi Zoja nel suo libro Utopie massimaliste non ci saranno più guerre tra popoli, ma una rivolta dell’intero ecosistema contro il genere umano. Pandemie, cambiamenti climatici, collassi ambientali con conseguenze sanitarie, economiche e migratorie incontrollabili.

L’area del centro storico di Catania è stata invasa da una quantità impressionante d’acqua – oltre 200 mm di pioggia in 24 ore – e nell’hinterland sono stati superati i 600 mm di pioggia in 72 ore, toccando punte di intensità pari a 400 mm in 20 ore. «Gli eventi estremi nell’area mediterranea si stanno facendo sempre più frequenti a causa del cambiamento climatico con la temperatura media dell’area in continua risalita e la circolazione meteorologica in evoluzione» ha dichiarato Filippo Cappotto, Vice Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi.

Danni alluvione Catania

Stiamo vivendo un momento storico epocale. È finita l’era in cui bastava giustificarsi dicendo “non eravamo preparati a un evento di tale portata”. Si continua a pensare che gli effetti del cambiamento climatico siano un problema per le generazioni future e non per noi, continuando a posticipare le misure necessarie a lenire, anche se in parte, il problema – l’Italia, ad esempio, proprio in questi giorni continua a rinviare l’introduzione della tassa sulla plastica mentre altri paesi europei accelerano.

Si continua a pensare che debbano essere gli altri e non noi ad adottare comportamenti virtuosi, quando invece la responsabilità dovrebbe essere di tutti. Nessuno escluso. Politici, stili di vita, politiche industriali ed economiche, uso sconsiderato delle risorse naturali. La politica ha sempre vissuto sulle emergenze, stanziando ingenti somme di denaro nel momento in cui si verificano disastri, come sta avvenendo a Catania. Con una prevenzione e un controllo del territorio queste calamità eccezionali avrebbero un impatto minore. Che ruolo occupano nelle agende dei nostri politici questi temi?

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Secondo il rapporto sul “Dissesto idrogeologico” dell’ISPRA, nel capitolo dedicato alle “Alluvioni”, sebbene la Sicilia complessivamente non rientri tra le Regioni a maggiore rischio, la città di Catania – per una porzione di territorio pari a circa 100 km² – è considerata addirittura “P3” ovvero “area a pericolosità idraulica elevata”. Catania è la provincia siciliana più cementificata nel 2020. Era possibile evitare questo disastro? Sì. Era possibile evitare ingenti danni economici a privati, scuole, ospedali, uffici pubblici e attività commerciali della città? Sì.

«Gli eventi disastrosi che hanno colpito la fascia ionica siciliana e in particolare la città di Catania, da un lato sono il frutto della spiccata antropizzazione e cementificazione dell’area pedemontana sud orientale etnea, che ha ridotto l’infiltrazione delle acque meteoriche nel sottosuolo, dall’altro sono la conseguenza della mancata realizzazione di adeguate opere di regimazione e smaltimento delle acque bianche», commenta Fabio Tortorici, Consigliere del Consiglio Nazionale dei Geologi all’indomani del nubifragio che ha flagellato Catania.

«Il capoluogo etneo ancora si allaga, essendo sprovvisto di un “canale di gronda”, pronto solo sulla carta. La mano dell’uomo ha spesso avuto un ruolo predominante su alcune scelte errate dello sviluppo urbanistico. Molto si sta facendo per la difesa del suolo, con ingenti interventi economici che denotano una maggiore attenzione nei confronti del territorio, ma è necessario pensare a strategie di gestione territoriale non più legate solo ed esclusivamente a opere strutturali, che in alcuni casi possono rivelarsi peggiorative del problema, ma a misure non strutturali associate al monitoraggio esperto e continuo del territorio».

Bisogna far ricorso a nuove politiche ambientali volte alla rinaturalizzazione del territorio, dimenticandosi della cementificazione ricorrente. Il consumo di suolo è un problema strettamente legato al cambiamento climatico e al tema del surriscaldamento globale.

L’Ispra ha dimostrato come nelle aree urbane la temperatura al suolo «assume spesso valori maggiori nei centri più compatti rispetto alle aree non impermeabilizzate, individuando il fenomeno denominato “isola di calore urbana”. È dipendente dalla collocazione e dal raggruppamento delle aree costruite, dalla presenza di vegetazione e dalla circolazione dei venti. Nelle città metropolitane, a livello nazionale, si registrano differenze di temperatura tra aree impermeabilizzate rispetto a quella non “artificializzate” maggiori di 2°C, con massimi di oltre 6°C a Torino e circa 4°C a Firenze».

Le soluzioni sono a portata di mano, basta la buona volontà. Nel 2019 il Governo Conte ha istituito il “Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico“, uno strumento finanziario che prevede ben 14 miliardi di euro a favore delle Regioni per interventi urgenti di messa in sicurezza dei territori. Alla Sicilia sono andati 800 milioni di euro!

Le Regioni hanno a disposizione molti soldi, a cui si aggiungono quelli provenienti dall’Unione Europa FESR 2014-2020, che ammontano a circa 230 milioni di euro. E poi ancora dai cosiddetti “Patti per lo sviluppo”, per realizzare opere volte alla sicurezza del territorio e di tutti i cittadini affinché disastri come quello vissuto a Catania in questi giorni non debbano più verificarsi.

Leggi il documento dedicato ai cambiamenti climatici della Visione 2040.

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