25 Mar 2022

Incendi e crisi climatica: ecco perché ogni anno un pezzo di Sicilia brucia

Il viaggio dei ragazzi e delle ragazze del progetto The Climate Route – che vi racconteremo tappa dopo tappa – parte dalla Sicilia, una delle zone d'Italia colpite più duramente dagli effetti dei cambiamenti climatici. Camilla Tuccillo e Stefano Cisternino raccontano il tour siciliano dei "climate routers" per saperne di più sul problema degli incendi.

Gli incendi devastano il meridione provocando danni sempre più ingenti e spesso ci troviamo di fronte a eventi definiti “estremi”, cioè che superano la nostra capacità di controllo e in grado di raggiungere una velocità di propagazione superiore ai 3 km/h. Una tendenza preoccupante associata all’incremento dei roghi di natura dolosa o colposa – + 8,1% rispetto a due anni fa – e aggravata dal contesto in cui si verifica, che è quello della crisi climatica.

In gran parte del Sud la criminalità incendiaria è in costante agguato e The Climate Route APS, che intende testimoniare proprio il rapido cambiamento in atto ovunque, si è recata in Sicilia, nella Riserva dello Zingaro, per vedere con i propri occhi gli effetti di un fenomeno sempre più grave e diffuso. Per indagare la questione, i volontari hanno deciso di parlare con Paolo Arena, del Coordinamento SalviAmo i boschi Siciliani: «Dietro gli incendi in Italia ci sono sempre interessi criminali, piccoli e grandi, che a volte si intrecciano, altre volte coprono reati differenti».

IL BUSINESS DEGLI INCENDI IN SICILIA

Tralasciando un attimo quella che viene chiamata “la mafia dei pascoli“, va detto che in passato in Sicilia gli incendi erano spesso appiccati in aree appetibili per la speculazione edilizia. Dal 2000 c’è una legge che lo vieta, ma non era raro che un terreno boschivo demaniale e protetto dalla legislazione, una volta distrutto venisse sottoposto a revisione della destinazione d’uso da parte di amministrazioni locali “permeabili” alle pressioni affaristiche private. Quindi venduto – cioè “privatizzato” – a prezzi da “terreno agricolo” e rapidamente trasformato in “edificabile”.

Una notizia, pubblicata da Globalist, mette in campo un secondo filone di business incendiario, anche questo non troppo originale, che porta dritto alle società che si accaparrano gli appalti (con finanziamenti pubblici) per lo spegnimento degli incendi. Società private che agiscono come un consorzio monopolistico e incassano cifre folli per ogni ora di intervento: 15.000 euro l’ora per un Canadair, 5.000 euro l’ora per un elicottero.

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Anche le energie rinnovabili, contribuiscono all’emergenza incendi in Sicilia: dalle indagini della commissione regionale Antimafia, emerge infatti la pista del business fotovoltaico. Alcuni proprietari terrieri hanno riferito di essere stati avvicinati da intermediari interessati alla cessione dei campi per la realizzazione di nuovi impianti fotovoltaici, che lentamente stanno già soppiantando quelli agricoli.

Imprenditori e organizzazioni mafiose locali hanno valutato che i terreni, una volta arsi dal fuoco, diventano inutilizzabili per l’agricoltura e dunque più facili da cedere. È bene specificare che non si mette in discussione il valore e l’importanza delle rinnovabili quale strumento fondamentale per la decarbonizzazione ma, come ogni mezzo strategico, nelle mani sbagliate finisce per essere dannoso invece che una risorsa per l’intera comunità.

MANCANZE “DALL’ALTO”

Una delle principali criticità che impediscono di fermare questo perenne ecocidio è la mancanza di un efficiente Governo Integrato degli Incendi basato sull’integrazione e il coordinamento a livello regionale e nazionale dei settori dedicati a previsione, prevenzione, informazione, addestramento, lotta, indagine e ricostituzione post-incendio. Questa elevata separazione delle competenze ha portato a una marcata frammentazione del governo dei roghi.

Ulteriore aggravante è l’arretratezza di molti piccoli Comuni sull’aggiornamento dei Piani comunali di Protezione Civile, ossia l’elaborazione di specifici piani di emergenza per insediamenti e impianti turistici, anche temporanei, ubicati in prossimità di aree boschive o comunque suscettibili all’innesco. La frammentazione della filiera istituzionale ha così disorientato le Comunità Montane e gli altri attori che partecipano alle attività di prevenzione e di lotta attiva agli incendi boschivi, in maniera da comprimere la sinergia tra le componenti del sistema.

BUONE PRATICHE “DAL BASSO”

In tutto questo turbinio di interessi e cattiva gestione, la popolazione non rimane a guardare: nelle notti di tramontana, quando è più probabile che gli incendi dilaghino velocemente, gruppi di volontari si riuniscono agli accessi dei boschi per tenerli sotto controllo e verificare le targhe dei veicoli in entrata.

Anche azioni preventive spesso arrivano dal basso: asini e bestiame vengono lasciati liberi di ripulire i terreni per eliminare quella parte di vegetazione che favorirebbe le fiamme. Purtroppo però, nonostante tale sensibilità – fa notare Francesco Gruppuso, Presidente dell’Associazione Bosco Angimbè e Sindaco di Calatafimi – senza politiche strutturate ed efficaci gli abitanti dell’isola rimangono in balia degli incendi, costretti a vivere in una terra dove la desertificazione è un rischio sempre più reale e percepito.

crisi climatica sicilia 2
INCENDI E CAMBIAMENTO CLIMATICO

Per indagare la correlazione esistente tra incendi e probabilità che la desertificazione diventi dilagante, oltre al fattore umano, è necessario tenere in considerazione un’ulteriore criticità: il cambiamento climatico, che in realtà è anch’esso un fattore antropico. Picchi di calore sempre più frequenti e temperature in aumento hanno un duplice effetto: più fa caldo, più la vegetazione è secca, più funziona bene come combustibile prendendo fuoco più facilmente);. Inoltre aumenta il periodo in cui le condizioni di siccità si verificano e di conseguenza incendi tipicamente estivi possono innescarsi anche in altre stagioni.

La spedizione siciliana di The Climate Route ha deciso di recarsi nel posto giusto per cercare testimonianza di questi cambiamenti: la Riserva dello Zingaro, un’area protetta che va da San Vito Lo Capo a Castellammare del Golfo e che, senza contare i disastri precedenti, nell’agosto del 2020 è stata distrutta dalle fiamme.

FIAMME E RIPRESA

Cosa succede dopo il passaggio del fuoco? Resta solamente terra bruciata? Gli incendi possono avere conseguenze molto diverse, ma nella maggior parte dei casi la vegetazione si dimostra resiliente alle fiamme. Dopo una temporanea riduzione della funzionalità infatti, gli ecosistemi possono andare incontro a processi di ricostituzione naturale.

La ripresa della vegetazione in seguito a un incendio si basa fondamentalmente su due meccanismi di sopravvivenza: la capacità di alcune specie di ricostituire la parte aerea e la germinazione di alcuni tipi di semi che sono favoriti proprio dalle alte temperature. Il tempo necessario perché si vedano i risultati di questi processi fisiologici è variabile. La palma nana per esempio, simbolo indiscusso della riserva, si rigenera subito dopo gli incendi grazie a successivi e rapidi ricacci e la sua ripresa vegetativa è sicuramente aiutata dai tagli tecnici operati dagli addetti.

Dietro gli incendi in Italia ci sono sempre interessi criminali, piccoli e grandi, che a volte si intrecciano, altre volte coprono reati differenti

Per il pino invece, spiega Mariangela Galante, del Coordinamento SalviAmo i Boschi Siciliani alle telecamere di The Climate Route, la strada è più lunga. I semi del pino marittimo traggono vantaggio dal fuoco – il calore scioglie le resine che li racchiudono nelle pigne permettendone la dispersione e quindi la colonizzazione dell’area – ma «ci vogliono altri trent’anni perché la pineta diventi nuovamente alta e imponente».

I TEMPI DELLA NATURA

La neonata copertura vegetale non somiglia ancora alla pineta che c’era in precedenza, ma ne preannuncia la ricostruzione. Ed ecco un punto cruciale: «Devi dare alla natura il tempo di rigenerarsi. Se il fuoco si ripresenta ogni tre, ma anche ogni sei o sette anni, la natura non ce la fa», continua perentoria Mariangela Galante. «Se dopo dieci anni [da quello precedente, n.d.A.] c’è un altro incendio, il pino così piccolo non è ancora produttivo e quella ricrescita non ci sarà mai: il risultato è la desertificazione».

Desertificazione vuol dire perdita e sterilità, proprio là dove la biodiversità degli ecosistemi e dei suoi abitanti è una delle ricchezze più preziose. Desertificazione è esattamente ciò che dobbiamo scongiurare con tutti i mezzi a nostra disposizione, dalla politica all’educazione, dalla ricerca alla comunicazione.

Che gli occhi delle persone che The Climate Route ha incontrato e le parole che ha ascoltato possano essere un principio, l’innesco – è il caso di quest’ironia! – del cambiamento e della cura nei confronti di un luogo di cui non siamo che ospiti.

A proposito del problema degli incendi e della loro prevenzione, vi invitiamo a leggere l’approfondimento che Italia Che Cambia ha dedicato al sistema Teletron.

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