18 Ott 2022

Da Survival una guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione

Bracconaggio, nomadi, sovrappopolazione, pastori, riforestazione. Termini che usiamo spesso con leggerezza senza renderci conto che dietro alla loro diffusione ci sono logiche ben precise tese a plasmare l'immaginario. Per metterle a nudo, Survival ha lanciato una guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione e usare determinati concetti con più consapevolezza.

Come ripetiamo spesso, uno degli obiettivi principali di Italia Che Cambia è cambiare l’immaginario, ribaltare assiomi culturali che vengono spesso dati per scontati, che influenzano pesantemente la percezione che abbiamo della realtà, ma che spesso non si basano su fatti o su elementi oggettivi, ma solo sulla libera scelta di prediligere un punto di vista piuttosto che un altro.

Componente fondamentale di questo approccio è il linguaggio. Pensateci: quanto contano le parole che usiamo per descrivere determinati fatti, persone, progetti, pensieri? Tantissimo. Un esempio su tutti, che ultimamente facciamo spesso: quando andiamo al sud siamo soliti dire “scendo”, per poi “risalire” al nord. Perché? Perché non ribaltare le mappe, cambiare la terminologia, decolonizzare l’immaginario? A maggior ragione laddove spesso queste parole – “scendo” e poi “risalgo” – non sono neutre e nascondono connotazioni negative e positive, “premiando” così l’uno o l’altro oggetto di discussione.

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A questo proposito, è lodevole l’iniziativa di Survival International, che ha lanciato nei giorni scorsi una nuova Guida, unica nel suo genere, che punta i riflettori su molte delle parole “neutre” o “scientifiche” utilizzate quando si parla di conservazione e cambiamenti climatici. Ancora oggi infatti, esattamente come in epoca coloniale, «il modello dominante di conservazione è quello della “Conservazione fortezza”, che prevede la creazione di Aree Protette militarizzate, in terre indigene, accessibili solo ai ricchi. Questa “conservazione” sta distruggendo la terra e la vita dei popoli indigeni», spiega Fiore Longo, responsabile della campagna di Survival per decolonizzare la conservazione.

La Guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione lanciata da Survival si rivolge a giornalisti, divulgatori, registi e attivisti. Mette a confronto molti termini familiari e rivela le storie nascoste dietro ad altri. Ecco qualche esempio: qual è la differenza tra “bushmeat” e “cacciagione”? Perché alcune persone che possiedono bestiame vengono definite “allevatori”, e altre “pastori”? Perché spesso pensiamo alla “wilderness” come a una natura vergine e selvaggia priva della presenza umana, quando in realtà si tratta quasi sempre di terre abitate, plasmate e gestite dagli esseri umani nel corso di millenni? Perché in Europa le persone possono vivere nei parchi nazionali mentre in Africa non possono farlo? 

La violenza e il furto di terra subiti da milioni di indigeni nel nome della conservazione derivano in gran parte da questi assunti

«Perché? Perché i miti che sostengono questo modello di conservazione permeano i testi scolastici, i media, i documentari sulla fauna selvatica, gli annunci pubblicitari delle ONG e tanti altri canali», prosegue Fiore Longo. «Le immagini della “natura” con cui siamo cresciuti e le parole che usiamo per descriverla modellano il nostro modo di pensare, le nostre politiche e le nostre azioni».

Per esempio, si parla spesso di “sovrappopolazione” in maniera neutra, come se fosse un elemento come molti altri da includere nelle analisi antropologiche e demografiche. In realtà, come fa notare Survival, il concetto di “sovrappopolazione” è ideologicamente e fondamentalmente razzista, specialmente se additato come una delle cause principali dei problemi ambientali al mondo.

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Così come è fuorviante parlare di “uso sostenibile delle risorse” senza specificare il contesto. I popoli che utilizzano le risorse naturali su piccola scala – ad esempio che tagliano legna per farne carbone – si vedono infatti vietare o criminalizzare i loro mezzi di sostentamento perché, erroneamente, vengono descritti come “arretrati” e “dannosi” per l’ambiente. D’altro canto, le attività delle grandi compagnie multinazionali del taglio del legno che collaborano con ONG della conservazione e che a volte operano all’interno e attorno ad Aree Protette vengono descritte come “gestione forestale sostenibile”. La disparità fra i due piani è evidente, ma il termine “uso sostenibile delle risorse” la fa passare sotto silenzio.

«Tendiamo a dare per scontato che queste parole e immagini corrispondano alla realtà, come se fossero neutre, oggettive o “scientifiche”. Ma non lo sono», conclude Survival. «Ci auguriamo che la nostra nuova Guida permetta alle persone di fermarsi a pensare alle parole e ai concetti che usiamo quando scriviamo o parliamo di questioni ambientali. La violenza e il furto di terra subiti da milioni di indigeni e da altre popolazioni locali nel nome della conservazione derivano in gran parte da questi assunti».

È possibile leggere e scaricare la guida qui.

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