La biodiversità è il rimedio più economico contro il cambiamento climatico
La biodiversità, sostenuta da un approccio sostenibile come quello proposto dall’agroecologia, è un baluardo fondamentale per la difesa dagli effetti dei cambiamenti climatici. Ne parliamo con il genetista vegetale Salvatore Ceccarelli.
In breve
Il genetista vegetale Salvatore Ceccarelli spiega perché tutelare la biodiversità è un’azione fondamentale nella strategia di adattamento al cambiamento climatico.
- Gli effetti del cambiamento climatico si fanno sentire in maniera sempre più decisiva, soprattutto in alcune zone del mondo, come Siria e India.
- Qui e altrove spesso fare agricoltura è difficile. Il cambiamento climatico infatti non ha solo effetti meteorologici, ma influisce anche su altri variabili come la presenza e il comportamento degli insetti.
- Una della pratiche colturali più efficaci è l’agroecologia, che applica i principi dell’ecologia all’agricoltura.
- Anche l’agricoltura biologica rende più resiliente le attività nei campi, come dimostrano casi come l’alluvione in Emilia Romagna del 2023.
Salvatore Ceccarelli è un genetista vegetale di fama internazionale. Per trent’anni ha lavorato a stretto contatto con i contadini e le comunità agricole di molte parti del pianeta, dal Corno d’Africa al Medio Oriente; in questi luoghi, insieme alla dottoressa Stefania Grando, ha sviluppato e diffuso il metodo del miglioramento genetico partecipativo. È rientrato in Italia nel 2017 portando con sé un patrimonio di conoscenze uniche. La sua intuizione delle “popolazioni evolutive” – miscugli di varietà coltivate insieme che si adattano progressivamente all’ambiente – sta offrendo ai contadini uno strumento concreto per affrontare l’imprevedibilità climatica.
Il cambiamento climatico è ormai un dato di fatto, ma il problema principale è che non possiamo prevederne l’evoluzione: non sappiamo quali condizioni ambientali ci troveremo ad affrontare nei prossimi anni. Proprio per questo motivo il sistema agroindustriale – che soffre della crisi climatica essendone al contempo una delle cause – basato su monocolture e uniformità genetica, si rivela inadatto a rispondere a questa crescente incertezza.
Una risposta possibile arriva invece dall’agroecologia, che applica i principi dell’ecologia alle pratiche agricole: uno dei cardini di questa visione è che a una maggiore diversità corrisponde una maggiore produttività e una maggiore resilienza. Abbiamo chiesto al professor Ceccarelli di raccontarci cosa ha imparato vivendo e lavorando in contesti agricoli estremi. Lui ci ha spiegato perché la biodiversità è la nostra migliore assicurazione contro la crisi climatica e ha avvertito: «Siamo già in emergenza, ma abbiamo ancora margini per ridurre i danni e costruire resilienza».

Quando ha iniziato a percepire gli effetti del cambiamento climatico sulla sua vita personale e professionale? C’è stato un episodio che le è rimasto impresso, segnando una rottura tra un “prima” e un “dopo”?
Sì, me ne ricordo un paio, entrambi avvenuti in Siria. Il primo è legato a una chiacchierata di almeno vent’anni fa con un vecchio contadino, a circa trenta chilometri a est di Aleppo. Mentre in Occidente il cambiamento climatico era visto come un fenomeno futuro, per lui era già realtà: ricordava che, in passato, ogni anno la strada principale del villaggio si allagava e di notte l’acqua gelava. “Sono dieci anni che non succede più”, mi disse.
Il secondo episodio è del 2008. Quell’anno nei campi di orzo comparvero gravi danni causati da un insetto che attacca le radici dei cereali, in particolare dell’orzo. Spesso si parla di “nuovi” insetti, ma in realtà molte specie sono già presenti: è il clima a tenerle sotto controllo. Quando l’equilibrio si rompe, queste popolazioni esplodono. Negli anni ad Aleppo gli inverni sono diventati sempre più miti e quell’insetto ha iniziato a riprodursi rapidamente, a diventare più vorace e a devastare interi raccolti. Un equilibrio spezzato che ha permesso a una specie autoctona di moltiplicarsi fino a diventare una minaccia su larga scala.
È stato allora che abbiamo colto l’imprevedibilità del cambiamento climatico. Non si tratta solo di aumento delle temperature o diminuzione delle piogge: cambiano anche malattie, insetti ed erbe infestanti. E poiché non sappiamo con precisione come evolveranno temperatura e piovosità, non possiamo nemmeno prevedere quali saranno le nuove minacce tra cinque o dieci anni. Ecco perché l’unica vera protezione è la biodiversità.
Quindi legare il cambiamento climatico solo all’aumento delle temperature e alla diminuzione della piovosità è riduttivo?
Esatto. È una semplificazione che favorisce un modello industriale inadeguato. L’agroecologia invece applica i principi dell’ecologia alle pratiche agricole. E uno di questi principi è chiaro: maggiore diversità significa maggiore produttività e resilienza. Al contrario della narrazione secondo cui solo l’agricoltura industriale può sfamare il mondo, la diversità affronta sia il problema della fame che quello del cambiamento climatico.

Dal punto di vista emotivo e pratico, che rapporto ha oggi con gli effetti del cambiamento climatico?
La mia esperienza in Siria e successivamente in India mi ha insegnato a vedere la pioggia in modo diverso: lì non è “cattivo tempo”, ma vita. Ricordo in particolare Mohamed, un contadino della provincia di Raqqa, una delle più aride della Siria, dove le precipitazioni annuali superano a malapena i 200-250 millimetri. Una volta lo chiamai per chiedere se avesse piovuto. Con la voce rotta dal pianto mi rispose: “Guarda, c’erano le nuvole a dieci centimetri da terra… eppure non è caduta una goccia”. Quella immagine mi ha fatto capire quanto la vita di queste persone dipenda da qualcosa che non possono controllare.
Il mio vissuto mi ha insegnato quanto l’agricoltura in contesti aridi sia un atto di coraggio, quasi eroico. Questi contadini, dopo un anno siccitoso, rischiano non solo di perdere il raccolto, ma anche di restare senza semi per la stagione successiva e senza animali, da vendere per coprire i debiti. In India ho conosciuto contadini la cui sopravvivenza è indissolubilmente legata al monsone: se non arriva, alcuni arrivavano persino a togliersi la vita.
Anche se la mia quotidianità non dipende direttamente dalla pioggia, ormai è comunque segnata dall’imprevedibilità del clima. Oggi, per esempio, consulto di continuo le previsioni meteo, cosa che un tempo non facevo. Ad Aleppo mi svegliavo senza nemmeno guardare il cielo, certo che sarebbe stato limpido; ora invece, quando sono in spiaggia, mi capita di voltarmi verso le colline per controllare se arrivano nuvole minacciose.
Sostenere il biologico e la biodiversità significa anche ridurre i costi sanitari, perché un cibo più sano porta a una società più sana
Lei, insieme alla dottoressa Grando, ha avuto l’intuizione delle “popolazioni evolutive”, miscugli di varietà geneticamente diverse coltivati insieme che si adattano progressivamente all’ambiente in cui crescono. In che modo possono essere una risposta alla crisi climatica?
Quando abbiamo iniziato, nel 2008, non pensavamo ai cambiamenti climatici. L’obiettivo era dare ai contadini più diversità rispetto a quella ottenuta con il miglioramento genetico partecipativo, con cui gli stessi già avevano imparato a gestire la biodiversità. Le popolazioni evolutive non sono altro che miscugli di centinaia o migliaia di linee diverse seminati nei campi come normali colture: ogni pianta ha caratteristiche genetiche proprie e anno dopo anno la popolazione si adatta alle condizioni locali, diventando più produttiva e resiliente.
Solo in seguito, leggendo la letteratura scientifica, abbiamo compreso che queste popolazioni hanno una straordinaria capacità di mantenere rese stabili nel tempo, anche in annate molto diverse tra loro. Due contadini che coltivano popolazioni evolutive di frumento da oltre 15 anni mi ripetono spesso che il loro valore principale è proprio questa costanza, oltre al controllo naturale di infestanti e malattie, alla libertà dai prodotti chimici e alla possibilità di creare filiere locali.
Un esempio: nelle Marche una cooperativa di comunità che le coltiva da circa nove anni è passata da rese di 30 quintali a ettaro a 37-38 quintali costanti negli ultimi due anni, nonostante due stagioni climaticamente opposte. È la biodiversità a garantire questa stabilità: ogni pianta reagisce in modo diverso alle variazioni del clima e la popolazione viene selezionata verso l’adattamento proprio da quei cambiamenti climatici che da avversari si trasformano in nostri alleati. In un’epoca di totale imprevedibilità, questa è una caratteristica decisiva.

Quindi cosa stiamo affrontando? Un cambiamento, una crisi, un’emergenza? A che punto siamo di questa evoluzione?
Direi che stiamo affrontando tutte queste cose insieme. Il cambiamento climatico è già in atto e si manifesta in modi diversi e spesso contraddittori: siccità estrema e alluvioni devastanti nello stesso anno. Non possiamo evitare questi eventi e spesso nemmeno prevederli, ma possiamo ridurne l’impatto.
Un esempio viene dall’agricoltura biologica: studi dimostrano che un terreno coltivato in biologico, arricchito con letame, assorbe fino a tre volte più acqua di uno convenzionale. Durante l’alluvione in Emilia-Romagna, un amico contadini biologico ad Argelato (BO) aveva campi fradici, ma senza ristagni, mentre intorno a lui i terreni erano sommersi. L’acqua stagnante, di colore giallognolo, porta con sé il segno di terreni impoveriti da decenni di agricoltura industriale.
La transizione a pratiche rigenerative e diversificate è l’unico modo per ridurre le perdite e aumentare la resilienza. Certo, ci sono eventi talmente estremi che nulla può fermare, ma possiamo ridurre il numero di anni in cui si perde tutto. Qui nelle Marche, le popolazioni evolutive di cereali hanno mantenuto rese elevate anche con il 60% di allettamento causato dalle intemperie, grazie alle differenze di altezza tra le piante.
Il problema è che la politica spesso ostacola, invece di incentivare, queste pratiche. Eppure, sostenere il biologico e la biodiversità non è solo una questione ambientale: significa anche ridurre i costi sanitari, perché un cibo più sano porta a una società più sana. Il cambiamento climatico, la salute dei terreni e la salute umana sono strettamente intrecciati: affrontarli separatamente è un errore che non possiamo più permetterci.
Questa intervista fa parte di un ciclo di dialoghi con persone e professionisti provenienti da diversi settori, con l’obiettivo di riflettere sul cambiamento climatico e sulle sue connessioni con la società, la filiera agroalimentare e altri ambiti.
L’iniziativa è promossa da Deafal nell’ambito del progetto Participation 4 Change – Persone al centro del cambiamento, con il sostegno dell’Istituto Italiano Buddista Soka Gakkai, e rientra anche nel progetto CLAY – Creative Learning on Agroecology for Youth, finanziato dal programma Erasmus+.








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