Non basta più essere sostenibili: Ocean Assist e la sfida di rigenerare gli oceani
Ocean Assist è un programma internazionale dal cuore italiano che prova a trasformare la blue economy da settore ad alto impatto a motore di rigenerazione degli oceani.
In breve
Ocean Assist è un programma internazionale che vuole trasformare la blue economy – l’economia che ruota attorno agli oceani – in una forza rigenerativa, superando la semplice sostenibilità:
- Gli oceani assorbono il 25% delle emissioni globali di CO₂ e il 90% del calore in eccesso, ma metà delle loro acque è già gravemente danneggiata.
- La blue economy vale 2.500 miliardi di dollari e impiega oltre 30 milioni di persone, ma esercita una pressione insostenibile sugli ecosistemi marini.
- Ocean Assist nasce dal confronto tra imprese, scienziati e comunità per andare oltre la compensazione e avviare processi rigenerativi.
- Il programma si basa sulle 3R (reduce, remove, repair): ridurre impatti, eliminare processi dannosi e reinvestire per riparare gli ecosistemi.
- Le aziende non comprano più crediti di carbonio lontani, ma finanziano progetti locali e certificati di rigenerazione marina.
- L’innovazione chiave sono le Regenerative Contribution Units (RCU), che misurano CO₂ assorbita, biodiversità, qualità dell’acqua e salute dei suoli marini.
- Ocean Assist mostra un cambio di paradigma: non più vivere del mare, ma vivere con il mare, restituendogli salute e futuro.
L’ecosistema marino, per come lo conosciamo, è in crisi, e con lui lo sono le società umane che dal mare traggono ossigeno, cibo, energia e lavoro. Oggi sappiamo che gli oceani assorbono gran parte del nostro impatto sul clima, ma continuano a essere sfruttati ben oltre la loro capacità di carico.
La blue economy, l’economia che gira attorno alle attività marine, ha oggi un peso insostenibile. Eppure potrebbe trasformarsi in una potente forza rigenerativa: questo, perlomeno, è ciò che credono i creatori di Ocean Assist, un programma internazionale – ma dal DNA italiano – nato per portare le attività economiche legate al mare oltre la semplice sostenibilità, verso un paradigma rigenerativo. Quella che segue è la storia di un progetto che nasce dal dialogo tra imprese, scienziati e comunità e che prova a tradurre in pratica una domanda cruciale del nostro tempo: come trasformare chi sfrutta il mare in custode del suo futuro?
Il ruolo degli oceani e il peso della blue economy
Gli oceani assorbono circa un quarto delle emissioni globali di CO₂ e il 90% del calore in eccesso generato dal cambiamento climatico, ma oggi quasi la metà delle loro acque è gravemente danneggiata dalle attività umane. Gran parte della pressione arriva dalla cosiddetta blue economy, ovvero il settore economico che comprende le attività che ruotano attorno agli oceani: nautica, turismo costiero, pesca e trasporto marittimo. Da sola, secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, impiega più di 30 milioni di persone e vale 2500 miliardi di dollari all’anno, una cifra difficilmente digeribile dal nostro cervello ma che equivale all’incirca al PIL di un Paese come la Francia.

Non solo: questo comparto, secondo le stime, utilizza fino al 60% delle risorse marine e produce impatti ambientali giganteschi, che vanno dall’inquinamento da carburanti e plastiche alla perdita di biodiversità. Ocean Assist nasce dall’esigenza di traghettare il settore dell’economia blu verso un nuovo paradigma in cui non ci si limita a “compensare” i danni e le emissioni, ma si lavora per una rigenerazione attiva degli ecosistemi marini.
Un bisogno condiviso
La nascita di Ocean Assist è il risultato di un lungo e impegnativo percorso collettivo che ha raggiunto risultati visibili e condivisi nei tre appuntamenti del Business Leaders Event di Amburgo, Amsterdam e La Spezia – fra il 2022 e il 2025 – sostanziati in un impegno storico, la Regenerative Road Map 2050. Da quel dialogo è emersa la volontà di creare un meccanismo strutturato, l’Ocean Assist Program, capace di convogliare investimenti privati verso progetti di rigenerazione marina certificati e scientificamente validati.
Stiamo parlando di un programma di “blue finance” nato all’interno della Water Revolution Foundation, organizzazione con sede ad Amsterdam che lavora per rendere la nautica più sostenibile. La governance è affidata a un comitato di esperti indipendenti, che garantisce trasparenza e rigore scientifico nella selezione dei progetti.
La responsabile del progetto, nonché fondatrice della Water Revolution Foundation, è italo-olandese. Si chiama Vienna Eleuteri ed è una antropologa e scienziata della sostenibilità, da sempre impegnata nell’introduzione di pratiche e tecnologie adattive, nonché di modelli di governance rigenerativi e sostenibili, per contrastare il cambiamento climatico. «Il vero obiettivo strategico – ci spiega – non è solo abbattere emissioni o ridurre impatti, ma superare il dualismo essere umano-natura. Dobbiamo a ritrovare noi stessi come parte del sistema vivente».
Il valore annuale della blue economy, pari al PIL della Francia.
I lavoratori impiegati nei settori legati al mare.
Il potenziale assorbimento annuale degli ecosistemi costieri e marini.
Come funziona, in pratica
Prendiamo il caso di un’azienda che produce yacht. È un settore che ha un impatto ambientale significativo: l’uso intensivo di energia e materiali, i processi produttivi complessi, le emissioni legate sia alla costruzione che all’utilizzo delle imbarcazioni. Ocean Assist interviene aiutando l’azienda a ripensare il proprio modello attraverso tre passaggi chiave – 3R, reduce, remove, repair, ovvero ridurre, rimuovere e riparare.
Il primo passaggio consiste nel ridurre. Attraverso una fase di analisi scientifica del ciclo di vita degli yacht, vengono individuati i punti in cui si concentra lo spreco di risorse o l’impatto maggiore: dall’energia necessaria alla produzione, alle sostanze chimiche impiegate, fino ai consumi in mare. Su queste basi l’azienda può introdurre materiali più efficienti, ottimizzare i processi, abbattere le emissioni. Il secondo passaggio riguarda la rimozione. Alcuni processi o componenti particolarmente impattanti possono essere eliminati o sostituiti con soluzioni meno dannose per l’ambiente. È un lavoro di selezione che permette di alleggerire il peso complessivo della produzione sul mare e sull’atmosfera.
Infine arriva la parte più innovativa: riparare. I primi due passaggi non consentono solo un vantaggio ecologico collettivo, ma anche un risparmio economico per l’azienda. Le risorse così risparmiate vengono quindi reinvestite in interventi di rigenerazione locale. «Se un cantiere a Viareggio investe per rigenerare le praterie di posidonia del Tirreno, fondamentali per assorbire CO₂ e garantire biodiversità marina – spiega Eleuteri –, sta restituendo qualcosa al mare che ha impattato, non comprando un credito dall’altra parte del mondo di cui non può verificare l’efficacia».
Non basta più essere sostenibili. Dobbiamo agire per rigenerare, per lasciare gli ecosistemi meglio di come li abbiamo trovati
Questo approccio ha due conseguenze decisive: da un lato consente all’azienda di continuare a produrre yacht riducendo il proprio impatto; dall’altro la rende protagonista della rigenerazione del mare su cui insiste la sua stessa attività. Non più un sistema di compensazioni astratte e lontane, ma un modello di contributo rigenerativo, misurabile e certificato, che lascia gli ecosistemi meglio di come erano prima.
E questo processo può avvenire per qualunque attività della blue economy, dalla cantieristica al turismo costiero, dalla pesca al whale watching, trasformando ogni attività da fattore di impatto a motore di rigenerazione. «Il settore privato – continua la responsabile – è l’attore che più di ogni altro utilizza risorse e crea domanda. Per questo deve diventare protagonista della trasformazione: non solo ridurre i danni, ma generare impatti positivi». Ocean Assist offre alle aziende uno strumento concreto per contribuire a questa trasformazione, con vantaggi anche in termini di reporting ESG e accesso al credito. Ma soprattutto rappresenta un modello replicabile: un modo per fare impresa generando al tempo stesso un impatto positivo sugli ecosistemi.
Un cambio di paradigma
La differenza principale rispetto ai modelli tradizionali è che Ocean Assist non si basa sull’offsetting, cioè sulla compensazione delle emissioni attraverso l’acquisto di crediti di carbonio, spesso generati da progetti lontani e difficili da verificare. Negli ultimi anni diversi studi hanno dimostrato i limiti di quel sistema: un’inchiesta del Guardian e uno studio pubblicato su Nature hanno rivelato che fino al 90% dei crediti venduti sul mercato volontario non ha prodotto riduzioni reali delle emissioni, alimentando più greenwashing che soluzioni concrete.

Ocean Assist si fonda invece su un concetto nuovo e diverso, quello di Regenerative Contribution Units (RCU), che rappresentano forse la principale innovazione del progetto. A differenza dei tradizionali crediti di carbonio, che misurano solo quanta CO₂ viene assorbita o evitata, le RCUs valutano il contributo positivo complessivo di un progetto sugli ecosistemi. «Il sistema dei crediti di carbonio ha fallito – afferma Eleuteri –, spesso non produce benefici reali e sposta gli impatti altrove. Con le Regenerative Contribution Units non compensiamo semplicemente, ma dimostriamo un contributo positivo concreto, misurabile e certificato.»
Ogni unità rigenerativa tiene conto di quattro aspetti fondamentali: la capacità di catturare CO₂, la qualità dell’acqua, la biodiversità e la salute dei suoli e dei sedimenti marini. In questo modo non si guarda solo al clima, ma alla rigenerazione dell’ambiente nel suo insieme. Come ci spiega la responsabile, «le RCUs permettono di misurare e certificare non solo la CO₂, ma anche la qualità dell’acqua, la biodiversità e la salute dei suoli marini. È un approccio multidimensionale che rende visibile il contributo rigenerativo di un’impresa».
Il calcolo si basa su analisi scientifiche molto precise, adattate al tipo di attività – ad esempio la nautica da diporto – e al contesto locale. «Un aspetto cruciale – continua Vienna Eleuteri – è che le RCUs sono sector-specific e site-specific: i parametri e i pesi cambiano a seconda del tipo di attività economica e del contesto geografico. Un intervento in Mediterraneo, ad esempio, non può essere valutato con gli stessi criteri di uno nel Pacifico».
Vuoi approfondire?
Leggi l’articolo scientifico che attesta l’efficacia del modell RCU.
Le RCU vengono poi registrate in appositi registri internazionali e certificate da enti terzi, così da garantire trasparenza e affidabilità. In pratica, invece di comprare un credito lontano e spesso poco verificabile, acquistando RCU le aziende investono in progetti di rigenerazione vicini, concreti e misurabili, lasciando il mare in condizioni migliori di prima. «Non basta più essere sostenibili», conclude Eleuteri. «La sostenibilità serve a mantenere lo status quo, ma lo status quo non è più sufficiente. Dobbiamo agire per rigenerare, per lasciare gli ecosistemi meglio di come li abbiamo trovati».
Impatti e prospettive
Negli ultimi anni la comunità scientifica e politica internazionale – dalle conferenze ONU sugli oceani alle COP sul clima – ha iniziato a parlare di oceani come entità viventi, non più soltanto come “risorse naturali”. Da questo punto di vista ripristinare habitat come le praterie marine, le mangrovie e i coralli può avere un effetto enorme: secondo UNEP, i sistemi di “blue carbon”, ovvero gli ecosistemi costieri e marini capaci di catturare molto carbonio, potrebbero assorbire fino a 2 miliardi di tonnellate di CO₂ all’anno, oltre a proteggere le coste, aumentare la biodiversità e sostenere milioni di persone che vivono di pesca e turismo.
Ocean Assist, che è stato recentemente presentato durante la Conferenza Onu sugli oceani del giugno 2025, non promette miracoli: non basterà da solo a salvare gli oceani. Ma mostra una direzione possibile: non possiamo più limitarci a ridurre i danni, né affidarci a compensazioni lontane e spesso inefficaci. È necessario ripensare il rapporto tra economia e natura in termini di reciprocità: se il mare ci offre lavoro, cibo, energia, bellezza, dobbiamo restituirgli salute, biodiversità, futuro. È questo, forse, il cambio di paradigma più radicale: imparare a vivere non solo del mare, ma con il mare.
Informazioni chiave
Oltre la sostenibilità
Ocean Assist supera l’idea di compensazione e introduce un approccio rigenerativo che lascia gli ecosistemi meglio di prima.
Le Regenerative Contribution Units
Le RCU misurano non solo la CO₂, ma anche biodiversità, qualità dell’acqua e salute dei sedimenti marini.
Un modello replicabile
Dalla nautica al turismo, ogni attività della blue economy può trasformarsi da fonte di impatto a motore di rigenerazione.
Un nuovo rapporto con il mare
Il vero obiettivo non è ridurre i danni, ma ristabilire un rapporto di reciprocità con gli oceani, riconoscendoli come entità viventi.








Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi