14 Gennaio 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Claudia Camarda: “Se l’arrivo di detenuti al 41-bis fa paura, il problema non è il carcere ma l’istituzione”

Il dibattito sul trasferimento di detenuti al 41-bis in Sardegna mette in luce soprattutto le lacune istituzionali. Ne parliamo con l’assistente sociale Claudia Camarda.

Autore: Lisa Ferreli
carcere 41-bis
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In breve

La decisione di usare le carceri sarde come epicentro della riorganizzazione a livello nazionale scoperchia un vaso di Pandora.

  • Durante la Conferenza Unificata del 18 dicembre, il Governo italiano ha illustrato il piano di razionalizzazione degli spazi detentivi destinati alle persone detenute sottoposte al regime speciale 41-bis.
  • Il piano prevede la concentrazione dei detenuti in sette istituti dedicati sull’intero territorio italiano, tre dei quali sono quelli di Sassari, Nuoro e Cagliari Uta, che diventerebbero interamente dedicate al regime speciale.
  • Secondo l’ultimo report dell’associazione Antigone, al 29 aprile 2025 le persone detenute nel territorio italiano in regime 41-bis comma 2 o.p. erano 742, pari all’1,19% della popolazione penitenziaria complessiva.
  • Questa ipotesi solleva forti dubbi legati alle possibili infiltrazioni mafiose che deriverebbero dallo spostamento di molte persone condannate al 41-bis sui territori sardi.
  • Nel frattempo Irene Testa, garante regionale delle persone private della libertà personale, ha chiesto una convocazione “straordinaria” della Camera dei Deputati “che la Costituzione indica all’articolo 62”, per discutere dell’arrivo dei detenuti di massima sicurezza, 41bis, nelle carceri della Sardegna.
  • L’assistente sociale Claudia Camarda amplia la riflessione a concetti come la disumanizzazione delle persone detenute e l’autonomia decisionale della Sardegna.

Quello tracciato dall’associazione Socialismo Diritti e Riforme attraverso il resoconto annuale sull’andamento della situazione detentiva in Sardegna, è un quadro che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. «Il 2025 è un anno da dimenticare per le carceri dell’isola» ha dichiarato la presidente, Maria Grazia Caligaris. Sovraffollamento, carenza di personale, difficoltà a effettuare colloqui e una sanità penitenziaria «che fatica a dare risposte adeguate». Ma non solo. Al centro del resoconto c’è anche una questione ormai da tempo ancorata sia alle cronache che ai dibattiti – istituzionali e non – attorno al tema carcere in Sardegna, quella relativa ovvero all’arrivo dal continente di persone detenute sottoposte al regime speciale 41-bis.

Punto nodale è l’informativa del Ministero della Giustizia sulla riorganizzazione degli spazi detentivi destinati al regime speciale 41 bis – clicca qui per saperne di più –, la quale vedrebbe la Sardegna esposta al rischio di diventare la prima regione italiana per concentrazione di detenuti al 41-bis, con le strutture penitenziarie sarde – soprattutto, sembrerebbe, quella di Nuoro – al centro della riorganizzazione del sistema penitenziario italiano. Una scelta che, nel corso della Conferenza Unificata Stato-Regioni, l’assessora regionale Rosanna Laconi ha definito di portata nazionale, con ricadute profonde sui territori, e assunta – ha sottolineato – in assenza di un reale coinvolgimento istituzionale della Regione.

Fra le possibili ricadute più dibattute, quella legata alle presunte infiltrazioni mafiose conseguenti lo spostamento delle persone detenute, assume sicuramente una posizione privilegiata. Ribadita a più voci e a più riprese, anche la stessa presidente Todde si è detta «spaventata» per le possibili infiltrazioni della mafia in Sardegna: «L’arrivo dei detenuti 41-bis lo pagheranno tutti i sardi. Graveranno sulla sanità regionale, sul tessuto economico con le infiltrazioni nelle nostre comunità e sulla sicurezza. I detenuti non arriveranno soli, verranno anche familiari, parenti e amici».

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Carcere, immagine di repertorio

Ma nella giungla di un tema in cui le preoccupazioni (concrete) prevalgono sulle certezze (un atto ufficiale che certifichi numeri e tempi della riorganizzazione, al momento non c’è) la questione infiltrazioni mafiose rischia di passare come una conseguenza che aprioristicamente etichetta il futuro dell’Isola e il presente delle persone interessate: i detenuti. Per Claudia Camarda però, nuorese, assistente sociale e parte del Partito sardo d’azione, il binomio quasi dato per perfetto tra detenuti al 41-bis e minaccia per la sicurezza, è sintomatico di “un’incapacità amministrativa”. E in questo quadro, la disumanizzazione delle persone detenute è un effetto collaterale che rischia di passare non tanto come inosservato, quanto come automatico.

In una recente lettera pubblicata su L’Ortobene lei scrive che “nel rappresentare la presenza di detenuti al 41-bis come una minaccia […] la classe dirigente che oggi governa la Regione Sardegna finisce per trasmettere, implicitamente ma chiaramente, un messaggio di incapacità”. Partiamo da qui: perché parla di incapacità?

Mi sembra che il dibattito stia scivolando su un piano emotivo e simbolico, dominato dalla paura. Il 41-bis per come è stato concepito è uno strumento eccezionale, nel senso che lo Stato ha ritenuto di avere la forza e la capacità di governarlo ovunque si è applicato. Se oggi si sostiene che la sua applicazione mette a rischio un territorio o ne compromette l’equilibrio sociale, allora la domanda da porsi non è dove collocare i detenuti ma che senso ha utilizzare uno strumento come questo se le istituzioni stesse dichiarano implicitamente di non saperlo governare.

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Claudia Camarda

Credo sia sbagliato costruire una narrazione di paura e impotenza anche perché le infiltrazioni mafiose presuppongono che ci sia una connivenza con il territorio ospitante. Si sta implicitamente dicendo che il nostro territorio è predisposto ad accoglierle?

La domanda quindi emerge spontanea: se spostare le persone al 41-bis in un territorio comporta il timore di eventuali infiltrazioni mafiose nel luogo, il regime del 41-bis – che ricordiamo, realtà come Amnesty International hanno in più occasioni definito come inumano e degradante – nella sua finalità di rescissione dei collegamenti della persona detenuta con la criminalità organizzata, serve?

Già. Siamo ipocriti se non ammettiamo che la criminalità organizzata non si infiltra nei territori attraverso i detenuti che sono sottoposti a regime di isolamento. Si infiltra attraverso l’economia, le relazioni opache, le collusioni. Pensare che il pericolo derivi dalla presenza di detenuti al 41-bis significa semplificare e spostare l’attenzione da quelli che sono i veri nodi della criminalità organizzata. Se un’istituzione ritiene di non riuscire a governare un carcere in questo caso dedicato al 41-bis, allora il problema non è il carcere ma è l’istituzione. Vogliamo dire che in Sardegna non ci sia ad esempio un problema di speculazione energetica dove gli interessi delle mafie possono mettere occhio? Stiamo spostando l’attenzione dal nodo reale.

Il problema non è il 41-bis ma la gestione complessiva del sistema penitenziario

Come sottolinea l’associazione Antigone qui, l’applicazione del 41-bis non si fonda solamente sul titolo di reato, ma sulla valutazione dell’effettivo pericolo di permanenza dei collegamenti con l’organizzazione criminale di appartenenza. Il dibattito pubblico però tende spesso a spostare l’attenzione dalle finalità della misura, alle persone sottoposte a questo regime. Una logica che rischia di cristallizzare ad personam una pena che, va ricordato, è prevista come temporanea.

Esatto, tant’è che l’ordinamento prevede continue valutazioni affinché sussistano ancora i presupposti del regime detentivo. Il punto è che la dignità delle persone detenute non è un premio morale che lo Stato e la società devono dare, è un principio giuridico. Stiamo parlando del 41-bis come fosse un’entità astratta dimenticando il fatto che dietro questa misura ci sono persone che avrebbero sì commesso reati gravi, ma comunque persone. Perché nessuno si sta soffermando ad esempio sulla questione della prossimità territoriale?

Si tratta di un principio fondamentale per la funzione rieducativa della pena stessa che non riguarda solo i detenuti ma anche le loro famiglie, che in qualche maniera subirebbero una pena indiretta; la distanza rende delle volte impossibili i colloqui. Anche la non vicinanza ai legali può diventare un problema. Di nuovo: il problema non è il 41-bis ma la gestione complessiva del sistema penitenziario. Per non parlare della questione sanitaria, aspetto che si sta ignorando. Sarà molto complicato gestire la salute dei detenuti in un sistema sanitario sardo che è già fragile e opaco; sarà l’ennesimo problema su una lacuna già enorme. Dalla politica mi aspetto non allarmismo fine a se stesso ma una riflessione anche su questo.

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Carcere – immagine di repertorio Canva

Quanto questa vicenda richiama una visione dello Stato italiano che considera la Sardegna come uno spazio periferico e disponibile?

Il tema esiste ma la questione centrale qua è anche la nostra mentalità da colonizzati. La Sardegna viene penalizzata anche quando viene descritta come fragile, incapace di reggere responsabilità complesse. Un’autonomia credibile non può convivere con questa retorica dell’impotenza. Sembra che qualunque cosa arrivi, noi non siamo in grado di governarla. Il sentimento autonomista dov’è? A partire dalle istituzioni, si continua troppo spesso a sottolineare che siamo incapaci di governare noi stessi.

Come trovare allora una chiusa senza cadere nella disumanizzazione delle persone detenute o nell’uso della Sardegna come valvola di sfogo per problemi italiani?

Non ho una soluzione a un problema così complesso, ma penso la chiave sia l’autonomia. Ed è un qualcosa che parte prima di tutto dalla coscienza e consapevolezza del popolo sardo. Ci vuole una sveglia collettiva rispetto a questo, per diventare davvero padroni della nostra Isola. È l’unica soluzione.