22 Gennaio 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Per Gaza e per la Palestina c’è un presidio che a Cagliari prende forma ogni giorno, da 83 giorni

Ogni giorno, il Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, insieme al Movimento “Can’t stay silent” e alla costola sarda della Global Sumud Flotilla, presidia Cagliari per Gaza e per la Palestina tutta.

Autore: Lisa Ferreli
gaza palestina
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Presidiano una causa dimenticata da tanti, ma non da tutti. Ogni giorno, dalle 19 alle 20, dal 31 ottobre, uomini e donne si ritrovano in piazza Yenne a Cagliari per un “presidio per la Palestina”. Sotto le stelle o sotto la pioggia, con bandiere, cartelli e una presenza ostinata che non cerca folle né riflettori, ma che ha come pilastro il rifiuto del silenzio. In un contesto in cui il racconto mediatico si dirada e la parola “Gaza” scivola sempre più in fondo alle cronache, la volontà di essere solidali e il rifiuto dell’indifferenza non abbandonano le piazze.

Claudia Ortu, parte del Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, parla di una presenza che persiste ma che cambia forma. Racconta lo stato attuale del movimento, la difficoltà di restare visibili in un tempo in cui l’attenzione generale cala, le forme di repressione del dissenso e le strategie per continuare a far sentire la propria voce, giorno dopo giorno.

Qual è lo stato di salute del movimento di solidarietà con la Palestina?

Una persona che guarda dall’esterno potrebbe sospettare che c’è un momento di reflusso del movimento. Sarebbe legittimo pensarlo dopo le grandi manifestazioni di piazza che abbiamo visto e che non si sono ripetute. Chiedersi perché tutto ciò stia accadendo è però altrettanto importante. In parte – ma questa è un’opinione personale – il cosiddetto finto piano di pace e il finto cessate il fuoco proclamato da Trump hanno avuto un effetto da questo punto di vista.

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Claudia Ortu

In che modo?

Beh, i media mainstream non vedevano l’ora di non parlare di Palestina. Hanno iniziato a farlo in maniera riluttante quando non si poteva più evitare di raccontare il genocidio, ma la prima occasione di stop è stata colta immediatamente. Gaza è sparita dalle prime pagine, dai mezzi di comunicazione, dagli approfondimenti, perché di fatto non si vedeva l’ora di smettere di parlarne. Quello che accade a Gaza è troppo imbarazzante per tutti.

Torniamo allo stato di salute del movimento.

In realtà quello che sembra un reflusso è un momento di riorganizzazione e riadattamento alle condizioni nuove. La situazione a Gaza non è cambiata, è cambiato il modo in cui viene raccontata e anche noi dobbiamo adattarci. In un contesto in cui tanti si sono adagiati sul cessate il fuoco e la presunta tregua, noi dobbiamo provare a parlare di Palestina in una maniera diversa, approfondendo lo sguardo. Se prima si riusciva a portare le persone in piazza guardando alla pura crudeltà di quello che stava succedendo, ora è il momento di approfondire le cause, i temi di lunga durata e utilizzare l’attenzione suscitata per portare avanti critiche più strutturali del colonialismo di insediamento israeliano, ad esempio.

La situazione a Gaza non è cambiata, è cambiato il modo in cui viene raccontata

Non andiamo più a cercare la grande manifestazione ma come Comitato sardo di solidarietà con la Palestina stiamo provando, ad esempio, col presidio quotidiano che c’è ogni giorno in piazza Yenne a Cagliari, a operare questo cambio di passo. Il presidio segnala con i fatti la determinazione del movimento e dice che non abbiamo intenzione di andarcene finché non viene davvero risolta questa situazione, anche perché i bombardamenti continuano. Ho di recente ricevuto una testimonianza da Gaza agghiacciante.

Quali sono le storie, la quotidianità e i fatti che da Gaza oggi non stanno emergendo?

Faccio un esempio concreto. Sono in contatto con Fatima, giovane donna palestinese che sarebbe psicologa ma da quando c’è stata l’accelerazione del genocidio israeliano a Gaza, vive in una tenda. Ho ricevuto una settimana fa un messaggio dove diceva che la terra aveva iniziato a muoversi sotto i suoi piedi: c’erano stati dei bombardamenti vicino a casa sua ma non sapeva esattamente dove. Racconta che l’aria era piena di polvere da sparo e fumo e suo figlio era alla moschea a recitare il corano. “Il mio cuore si è fermato – scrive – ho pensato il bombardamento fosse sulla moschea”. Aveva invece colpito una casa vicina. Il marito ha trovato il loro figlio, in piedi, che guardava ai cadaveri dei martiri.

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Foto di Sardegna Palestina dal presidio per la Palestina

Lei non l’ha potuto abbracciare, perché in isolamento col Covid. “La guerra non si fermerà e neanche la paura della morte e della perdita. Qui stiamo morendo”, scrive. Gli stessi messaggi che ricevevamo quando il cessate il fuoco non c’era. Ora però è più difficile mobilitare le persone, già molto assorbite nel portare avanti le proprie vite precarie, proprio perché la realtà non arriva più attraverso l’informazione. Il nostro scopo quindi diventa tirare fuori queste storie provando a trovare le orecchie disponibili. Non sono poche. Del movimento che c’è stato in Italia per la Palestina si è parlato in giro per il mondo. La fretta di una “tregua” forse è dovuta anche a questo: una massa così è un’onda che difficilmente puoi zittire o reprimere.

E a proposito, in territorio italiano ultimamente piovono denunce, multe, misure cautelari contro persone o movimenti solidali con la Palestina. L’operazione Domino, ordinata dalla Dda di Genova e finalizzata a smantellare una presunta rete italiana di finanziamento ad Hamas indicata via rogatoria da Tel Aviv, è quella che ha risuonato maggiormente. C’è chi – come scrivono qui da Torino per Gaza – parla chiaramente di repressione. Come leggete questa contro ondata ma anche: qual è (se c’è) il riverbero sardo di queste azioni?

In Sardegna non c’è una repressione focalizzata sul movimento per la Palestina – ma quella generale non manca. Detto ciò noi guardiamo con preoccupazione a quello che accade: il movimento è uno con tutte le sue ramificazioni. Si attacca quello che sembra più esposto ma i colpi li ricevono tutti. C’è il tentativo evidente di dividere il movimento, anche perché in questo modo si possa distinguere tra presunti buoni e presunti cattivi. Il risultato però è che, ad esempio, alcune persone che hanno scelto in qualche modo di donare per la Palestina, davanti a narrazioni come quelle che hanno riguardato l’inchiesta di Genova, arrivano a mettere in dubbio non la loro scelta di essere solidali ma la modalità con cui lo sono stati.

Uno degli esiti del bombardamento mediatico su Genova è la perdita della fiducia verso il movimento. Ma quando diverrà evidente che l’inchiesta non ha fondamento, il danno alla credibilità di tanti e tante di noi – ma soprattutto al popolo palestinese – sarà già in porto. Non dobbiamo però smettere di sottolineare che questo modo di procedere crea un precedente che lede i nostri diritti, nella manifestazione così come nel processo penale.

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Foto del Comitato sardo di solidarietà con la Palestina

La questione infatti è che tutto l’impianto accusatorio si basa su informazioni fornite da uno stato estero sotto accusa per genocidio, con un esercito attivamente impegnato in operazioni militari. Il processo si basa su questo, contro ogni regola di uno Stato di diritto. Grave per le persone coinvolte ma un precedente anche per noi.

Perché invece come sardi e sarde è importante continuare a presidiare ogni centimetro di questa vicenda?

Il presidio che portiamo avanti da oltre 80 giorni a Cagliari è metaforicamente una risposta, serve per dire: noi non ce ne andiamo, non riuscirete a scardinare questo movimento. Comunica la sua persistenza essendoci: un’ora al giorno, però ogni giorno. E si tratta di una presa di posizione importante. Una mobilitazione generale che è inoltre servita a far prendere maggior coscienza sul tema della fabbrica di bombe RWM di Domusnovas, ad esempio. Una questione che parla di complicità su cui serve consapevolezza, anche per comprendere che la Palestina non è altro da noi.

Il motivo per cui va continuata questa lotta – a parte il fatto che è giusto – è anche perché più la si conosce più ci si rende conto di come le ingiustizie che guardiamo in Palestina ci riguardano e ci fanno riflettere sulla nostra condizione di umanità. Gaza è la linea di fuoco di questa guerra, che è una guerra del capitale contro i popoli. Quello che accade a Fatima, accade all’umanità. Questa violenza, questo dirti con i fatti che non conti, sta accadendo a tutto il genere umano; esclusi i propulsori di questa violenza.