L’assemblea cittadina è una risposta all’inazione climatica dei governi? Ecco cosa sta succedendo in Italia
L’assemblea cittadina è un interessante strumento deliberativo che si sta diffondendo anche in Italia per dare una svolta alle politiche per il clima. Tommaso Amico ci racconta dove si stanno svolgendo e come stanno andando.
In un momento storico in cui le politiche climatiche e ambientali sono più che mai sotto attacco, o semplicemente non rappresentano più la priorità per molti governi – ammesso che lo siano mai state –, in Italia i primi esperimenti di assemblee cittadine per il clima danno qualcosa per cui sperare. L’assemblea cittadina è il principale strumento legislativo messo a punto dai teorici della democrazia deliberativa, studiata da anni come modo per rivitalizzare la politica e andare incontro ad alcuni problemi ormai strutturali del vecchio mondo ma non solo; invecchiamento demografico, bassa affluenza alle urne, polarizzazione sociale.
Come funziona un’assemblea cittadina
Il funzionamento di un’assemblea cittadina è molto semplice e ricalca in qualche modo quello di una giuria popolare. Si estraggono a sorte dei cittadini e cittadine il più possibile rappresentativi rispetto a età, genere e scolarizzazione del campione scelto. Coloro che decidono di partecipare sono formati per un periodo di qualche mese da esperte, esperti e portatori d’interesse in base al tema scelto su cui deliberare, a cui segue un periodo assembleare vero e proprio di discussione e formulazione di alcune proposte, poi passate al legislatore.
Quest’ultima è proprio la parte deliberativa, così chiamata perché si suppone che venga poi approvata e poi tradotta in legge dall’organo politico che ha chiamato l’assemblea. Il tema, la dimensione, la durata e le modalità deliberative dell’assemblea sono decise precedentemente e possono variare sostanzialmente, anche in base alla prospettiva politica della stessa, se locale o nazionale.

I processi oggi in corso in Italia
In Italia in particolare ci sono già stati o sono in corso sei processi deliberativi riguardanti le politiche climatiche e ambientali in altrettante città: Milano, Bologna, Trento, Bolzano, Firenze e Parma. Trento e Firenze hanno concluso una prima fase sperimentale e dovranno decidere se chiamare a tutti gli effetti un’assemblea nel prossimo futuro. Milano ha dal 2024 un’assemblea permanente incaricata di attuare il Piano aria e clima, in una delle città più inquinate d’Italia.
Bolzano ha da poco avviato un processo partecipativo per aggiornare il PAESC, il piano d’azione per l’energia sostenibile e il clima, una delle cui tappe sarà proprio la costituzione di un’assemblea cittadina di 30 persone estratte a sorte e 12 stakeholders. Il primato va però a Bologna, che a fine 2022 è stata la prima città in Italia a indire un’assemblea cittadina per il clima. Un impegno portato avanti dal gruppo locale di Extinction Rebellion – di cui è una delle richieste fondamentali –, che dopo anni di battaglie e pressioni è riuscita a far modificare lo statuto comunale e far convocare l’assemblea cittadina, che ha avuto una durata di circa sei mesi.
Testimonianze sull’assemblea cittadina di Bologna
Pasquale, attivista di lungo corso di Extinction Rebellion Bologna oltre che una delle persone che più si è interfacciata con il Comune per conto del gruppo, ha sentimenti contrastanti: «Se da un lato la strutturazione dell’assemblea cittadina è stata tutto sommato corretta, rispettando le raccomandazioni della letteratura accademica, è stato da subito evidente che il Comune non voleva far risaltare la cosa con la cittadinanza. L’assemblea è uno strumento dei cittadini a servizio dei cittadini, se però i cittadini non ne conoscono l’esistenza cade uno dei pilastri fondamentali, e interfacciarcisi diventa quasi impossibile».
La speranza è che le assemblee cittadine aiutino a “ricucire” una spaccatura
La maggior parte delle proposte inoltre è stata accolta “con riserva”, «che è un modo diplomatico per dire che non si ha davvero la volontà di attuarle, o di allocare risorse economiche per attuarle», sostiene Pasquale. «Quasi tutto ciò che è stato accolto in formula piena invece sono proposte di intenzione e legate soprattutto alla promozione e divulgazione delle tematiche ambientali del Comune, che ben poco hanno a che fare con una vera e incisiva azione, che è poi ciò che è uscito principalmente dall’assemblea. Quindi è ancora molto lontano dall’essere abbastanza».
Erik invece, olandese trapiantato a Bologna da tanti anni e partecipante dell’assemblea, evidenzia un’altra criticità: «Per la grandezza e la tecnicità di molti dei temi affrontati, il tempo a disposizione è stato davvero poco. Ci sarebbero voluti tutti gli incontri dell’assemblea solo per parlare delle politiche energetiche del Comune o dei trasporti, figuriamoci farlo in uno solo. Le persone che hanno facilitato sono state molto brave a saper gestire anche una tempistica ristretta, però ciò poi ha influito sul processo dell’assemblea e gli ultimi incontri si è un po’ forzato e indirizzato il dibattito per arrivare a una conclusione».
Per questo motivo, durante l’ultimo incontro le decisioni non sono state prese all’unanimità, ma a maggioranza semplice, perché non si riusciva a trovare una quadra. «Questa cosa – racconta ancora Erik – ha creato anche alcuni malumori. Nonostante ciò considero l’esperimento dell’assemblea cittadina totalmente positivo, essendo il primo del suo genere ci sono ampi margini di miglioramento.”
Il report di ActionAid sull’assemblea cittadina di Bologna arriva più o meno alla stessa conclusione: l’assemblea cittadina è stata a tutti gli effetti un’esperienza innovativa e significativa di democrazia deliberativa in Italia, ma che resta ancora “in evoluzione”. Affinare strumenti, comunicazione, attuazione e visibilità può massimizzarne il potenziale. L’unica vera cosa di cui c’è bisogno è la volontà politica di attuare questi miglioramenti.
Prospettive di crescita
La speranza è che le assemblee cittadine aiutino a “ricucire” la spaccatura che si è creata tra la percezione delle persone di una questione considerata lontana dal vivere comune e quella che invece è e si delinea sempre di più come la realtà dei fatti. La crisi climatica ed ecologica è primariamente una questione sociale. Perché interessa tutti e tutte senza distinzioni e ciò è per l’ennesima volta drammaticamente vero in questi giorni, dove in Andalusia sono state evacuate più di 10.000 persone per paura di grosse alluvioni. Gli stessi territori colpiti dalle alluvioni del 2024, che causarono la morte di 237 persone.
Sembra ormai un copione che si ripete ciclicamente, almeno una volta all’anno. Non sarà di sicuro la democrazia deliberativa la chiave di volta che risolverà la crisi climatica e le spaccature più profonde della nostra società, ma sicuramente è uno strumento utile per spingere le istituzioni ad agire e assumersi le loro responsabilità, nonché per avvicinare la cittadinanza alle tematiche ambientali.
di Tommaso Amico









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