Emigrazione, ritorno e riappropriazione culturale nel racconto della cantautrice Stefania Deluigi Branca
Dorgali, l’Erasmus, la Svizzera, la musica e il ritorno. La storia di Stefania Deluigi Branca racconta l’emigrazione di chi parte per cercarsi altrove per poi ritrovarsi nella propria lingua e comunità.
«All’epoca non capivo la ricchezza di questo luogo, della Sardegna. Volevo sempre scappare». Il racconto di Stefania Deluigi Branca parte da qui; la sua storia riecheggia in quella di migliaia di altri sardi che ogni anno scelgono di lasciare l’isola. Non per tutti in maniera definitiva. In effetti, non lo è stata per Stefania che “fuori” ha trovato e poi ricucito qualcosa che aveva perso. E che alla fine, l’ha spinta a scegliere di ritornare.
«Sono andata via da Dorgali nel ’98 per studiare, a Sassari. E da lì volevo sempre andare, andare… Sono partita per l’Erasmus in Germania, poi sono stata fidanzata per due anni con un tedesco. Andavo e venivo. Mi sono trasferita per cantare in Svizzera, a Lugano. E anche in Sardegna ho vissuto in tanti posti diversi, avrò fatto venti traslochi. Il mio ex marito, che lavorava in banca, veniva trasferito spesso e io lo seguivo. Da cantare trovavo ovunque: mi armavo di faccia di bronzo, andavo negli alberghi. Mi son sperimentata in tanti luoghi, situazioni diverse. Questo era fondamentalmente il motivo che mi ha spinta fuori dalla Sardegna: conoscere nuovi modi di vivere, diversi da quelli che conoscevo io».
In Sardegna e soprattutto nella dimensione del paese, si sentiva fuori posto: «Vent’anni fa scappavo a gambe levate, non mi piacevano un sacco di cose. Io sono sempre stata una persona un po’ fuori dalle righe, a parte periodi in cui cercavo di essere come gli altri volevano, “normale”. Ma in paese non sentivo che potevo essere completamente me stessa». Fino a qui è una storia come quella di tante altre ragazze di periferia: un paesino che sta stretto, la voglia di esplorare il mondo e costruirsi la propria libertà. Ma dal racconto di Stefania Deluigi Branca emerge anche altro, che accompagna la sua giovinezza: una vergogna, radicata, nei confronti delle proprie origini.

Altro da me
«Sono figlia di quella generazione a cui hanno inculcato a scuola che non si parla in sardo. Se lo parli o ascolti musica sarda sei rozzo, la civiltà è parlare italiano e ascoltare musica italiana o straniera. Io ero talmente assuefatta da questa narrazione dell’epoca. Pensa che fino ai vent’anni parlavo un italiano correttissimo! Ero fissata con l’italiano. Non solo, ma mascheravo pesantemente il mio accento, tanto che non si riconosceva più».
In Logu e logos: Questione sarda e discorso decoloniale, lo studioso Sebastiano Ghisu riprende gli studi del famoso filosofo postcoloniale Frantz Fanon nel suo classico Pelle nera, maschere bianche, che analizza il senso di inferiorità dei colonizzati e il loro desiderio di smettere di essere “neri” e somigliare invece ai colonizzatori, i bianchi. Ritrovando un fenomeno simile in Sardegna, Ghisu scrive che il soggetto colonizzato prova un “desiderio dell’altro”, nel senso che desidera essere altro, diverso da sé. “Siamo indotti a desiderare di essere” qualcosa che non siamo, perché ci siamo convinti che la nostra identità – l’essere sarde e sardi – sia inferiore e dunque, vogliamo liberarcene.
Il soggetto colonizzato si guarda con gli occhi dell’altro che non è ma che desidera essere
Così ci abituiamo a guardare al mondo e a noi stessi usando uno sguardo che non è il nostro: uno “sguardo esogeno” che ci impone valori culturali esterni, svalutando la nostra identità. Ghisu scrive: “Il soggetto colonizzato si guarda con gli occhi dell’altro che non è ma che desidera essere. E allora, alla fin fine, quand’egli si guarda, non si vede”. Per questo la vita fuori sembra “l’unica moderna possibile, il futuro cui aspirare, il centro gravitazionale da raggiungere”. Ma a volte la strada può portare indietro, con una svolta tanto inaspettata quanto prevedibile: ed è quello che è successo, come a tanti altri, a Stefania Deluigi Branca.
Emigrazione e riappropriazione
Nei suoi anni di ricerca fuori dalla Sardegna, ha trovato «lingue, suoni diversi, bellissimi. Modi di vivere anche completamente differenti». E in questo percorso di scoperta è successo qualcosa di inaspettato. «Ecco, proprio uscire mi ha permesso di vedere il bello che c’è qui. Mi sono detta: io sto andando a cercare fuori, ma poi qui c’è tutto quello che mi serve. Sono tornata a Dorgali dopo tanti anni di girovagare e adesso devo dirti che apprezzo le cose che prima non sopportavo». Se le chiedi cosa è cambiato, risponde: «Ho iniziato a riscoprire la ricchezza della nostra cultura e della nostra lingua».

Anche questo è un elemento che ritorna negli scritti postcoloniali: è la cosiddetta riappropriazione culturale, un processo di recupero consapevole della memoria culturale. La chiave per ricucire la propria identità è conoscerla: “Si tratta in definitiva di costruire uno sguardo endogeno”, scrive Sebastiano Ghisu; cioè uno sguardo dall’interno, radicato in una “consapevolezza di sé”, della propria storia e del proprio presente. «Da qualche anno mi sono riappropriata del mio accento e ne vado molto fiera», racconta Stefania Deluigi Branca.
«Sto portando in giro uno spettacolo su questo tema, in cui calco la mano sull’accento sardo. Ho iniziato ad ascoltare cantanti e musica sarda. E mi son detta: ricomincio a parlare dorgalese, non importa se farò strafalcioni. Ho fatto un disco in sardo: ho preso libri di poesie in sardo, li ho letti, finalmente capiti e apprezzati. Ai bambini cerco di far capire che le radici bisogna conoscerle. Se non conosciamo le nostre radici veniamo su come alberelli un po’ fragili». Un posto speciale ha avuto anche la riscoperta della musica sarda – ritrovata, a sorpresa, nelle musiche di altri popoli.
«Una cosa che ho notato e che c’è una matrice comune in tutte le musiche popolari, spesso ritmica. Ciò che cambia sono gli strumenti utilizzati, caratteristici di diversi regioni. Ma la musica, quando arriva dal popolo, usa dei simboli che sono universali. Ho capito che l’uso delle lingue autoctone permette attraverso la musica di radicarsi molto di più nel territorio e avere radici anche dal punto di vista personale, non solo musicale», racconta. «La lingua madre ti permette di esprimerti musicalmente in modo più diretto rispetto a una lingua che non è tua».

Certo, la musica è questione di gusti: ma questi si educano e si costruiscono nel tempo. Anche qui, la chiave è stata colmare la distanza del non sapere, del non voler conoscere. «Pensa: anche per quanto riguarda la musica, vent’anni fa io non potevo sopportare quella sarda. Mi dava proprio fastidio», racconta. «Con babbo litigavamo ogni martedì perché io volevo guardare Festivalbar, lui Sardegna Canta! Gli dicevo: che senso ha? Questa musica ripetitiva, noiosa. Adesso ridiamo, perché mi chiede: dove stai andando? E io: c’è una serata di canti a chitarra, e lui: ma abberu?», ride.
A sorpresa, la libertà cercata altrove l’ha raggiunta proprio in Sardegna. «Sto facendo scelte che mi fanno sentire libera. Mi sono anche comprata un camper. Da una decina d’anni vado in giro a cantare per strada. È l’esperienza più bella perché conosco tante persone, a volte finisco a cena di qualcuno, spesso anziani che mi dicono: “Sei da sola per pranzo? Ajo, vieni a casa!”. Quando canto per strada ho l’occasione di confrontarmi con molte persone, con chi è partito, con chi non vuole tornare. Sono cantante, faccio molte cose, tutte quelle che mi piace fare e che mi fanno stare bene. E sono innamorata di questa terra, del popolo sardo».
Con questo articolo proseguiamo una serie dedicata al tema delle migrazioni che raccoglie storie di chi, in qualche modo, ha toccato la Sardegna. Trovi qui la prima pubblicazione.










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