Satish Kumar: “L’attivismo sociale e ambientale richiede di semplificare i nostri stili di vita”
Abbiamo incontrato a Parigi Satish Kumar, attivista per la nonviolenza e l’ambiente, che ha presentato una visione in cui tematiche sociali e ambientali sono interdipendenti.
Parigi, V arrondissement, tardo pomeriggio di inizio febbraio. C’è una folla di gente che sfida la pioggia, correndo a rifugiarsi nell’atrio di quella che un tempo era la sede del campus Censier dell’Università Sorbona. È vero, non siamo in uno dei luoghi dell’Italia Che Cambia, ma l’incontro che inizierà da lì a breve è proprio una di quelle storie che vale la pena raccontare per ispirare il cambiamento.
Satish Kumar a Césure
E il cambiamento comincia già dal luogo. Siamo dentro Césure, un tiers lieu – “terzo luogo” – nel cuore della capitale francese. 25.000 metri quadri di spazi trasformati da sito accademico a luogo di incontro e creatività, di trasmissione di saperi, di lavoro e di formazione. Creato da una partnership di sei associazioni, Césure riprende la precedente vocazione universitaria, trasformandone modalità e obiettivi. In questo luogo artisti, artigiani, associazioni, imprenditori del sociale, servizi di reinserimento lavorativo, atelier creativi, botteghe e mensa popolare trovano la loro sede, in uno spazio condiviso e cooperativo.
La vecchia aula universitaria ad anfiteatro è gremita. Sullo schermo, il nome della serata: “Radical Love: vita e testimonianza di Satish Kumar”. Militante e pellegrino per la pace e l’ecologia, co-fondatore dell’innovativo Schumacher College nel Devon, in Gran Bretagna, e capo-redattore della rivista Resurgence&Ecologist, il protagonista dell’incontro è seduto in prima fila. La proiezione del documentario sulla sua storia apre la serata e il dibattito sul potere dell’azione collettiva e dell’attivismo al giorno d’oggi.

Dalla marcia per la denuclearizzazione alla rivoluzione della scuola
Rajasthan, India, fine degli anni Cinquanta. E poi Devon, Gran Bretagna, inizio degli anni Ottanta. Dopo aver passato parte dell’infanzia e dell’adolescenza come monaco giainista, a diciott’anni Satish Kumar entra nell’ashram di Vinoba Bhave, discepolo di Gandhi e abbraccia la via della nonviolenza. Nel 1962 intraprende una marcia per la pace che toccherà le quattro capitali nucleari dell’epoca: Mosca, Parigi, Londra e Washington D.C, percorrendo 13.000 chilometri a piedi. Approdato in Inghilterra e diventato padre, all’inizio degli anni Ottanta co-fonda la Small School nel paese del Devon dove si è stabilito, per proporre un modello di scuola alternativo a quello allora proposto dal sistema scolastico britannico. Una scuola dove l’apprendimento teorico doveva passare la prova dell’esperienza.
Accanto alla trasmissione della matematica, dell’inglese e delle scienze fisiche, i bambini che hanno frequentato la Small School nei trentasei anni di sua attività imparavano a coltivare l’orto, a cucire, a lavorare l’argilla e il legno e a fare musica. Nel 1991, nasce l’idea di creare una struttura analoga per la formazione degli adulti, un esperimento che concilia apprendimento teorico, saper fare pratico e vita comunitaria ed ecologica: lo Schumacher College, a Darlington, sempre nel Devon.
Parigi, ritorno al presente. Il film “Radical Love” è molto più di una cronaca di vita. Quando si riaccendono le luci, l’effetto si sente tra i banchi della sala. Nel dibattito che segue, Satish Kumar dialoga con Caroline Devron, co-fondatrice di Brainergies – società di consulenza in ambito di decarbonizzazione ed economia circolare – e organizzatrice della serata, con Cécile Renouard, co-fondatrice di Campus de la Transition eco-lieu e centro comunitario di ricerca-azione in ambito sociale ed ambientale nella regione dell’Île-de-France, e con Pablo Sevigne, ricercatore indipendente ed autore del libro “Manifeste pour une entraide populaire” – Manifesto per un mutuo aiuto popolare – del 2025.
Di fronte a un pubblico di universitari, ricercatori, membri di associazioni e organizzazioni del Terzo Settore, Satish Kumar inizia con un invito fermo e gentile all’azione. Senza grandi giri di parole, risponde alla domanda sull’attivismo: «Attivismo è agire senza aspettare che tutto sia pronto e giusto, unendo mente e mani, con libertà e addomesticando la paura. La maggior parte delle volte non è questione di avere grande intelligenza, ma solo una buona direzione».
«Una buona direzione condivisa – prosegue – perché sono le relazioni che ci permettono di avanzare». Ed è proprio sulle differenti tipologie di relazioni umane che Pablo Sevigne costruisce il suo manifesto per il mutuo aiuto popolare, distinguendo tra legami densi e leggeri, di coesione, di connessione o di collegamento, verticali e orizzontali: tutti complementari alla costruzione di quella che l’autore definisce “rete per le tempeste”, indispensabile per attraversare gravi momenti di crisi.
Riprendendo la parola, Kumar ricorda che l’attivismo sociale e ambientale richiede innanzitutto una semplificazione di tutti gli ambiti della nostra vita, non riferendosi soltanto al modo in cui consumiamo, ci nutriamo, ci vestiamo, ci spostiamo o ci scaldiamo. Si tratta innanzitutto di semplificare le relazioni, le emozioni, i pensieri e il modo in cui ci esprimiamo ed essere anche pronti a una sana improvvisazione di fronte agli imprevisti.
Questo è il primo passo – immediatamente accessibile – per vivere in maniera ecologica, principio su cui ruota il suo libro Elegante semplicità. L’arte di vivere bene . A partire dalla scuola e poi nel lavoro, per l’attivista indiano non si dovrebbe far altro che «rendere esplicito quello che è implicito» dentro ognuno di noi, per vocazione, talento e attitudine. Un modo per essere davvero «agenti del cambiamento». Fortunatamente allora, anche se in trasferta in Francia, non siamo del tutto fuori tema.
In un mondo dove i realisti hanno fallito, io continuo a scegliere di essere idealista
Lo Schumacher College
La scuola è il primo luogo dove esplicitarsi per combattere un sistema che «crea solo richiedenti lavoro: operai remunerati per vegliare su macchinari o impiegati occupati a classificare documenti», riprendendo le parole dello stesso Satish Kumar nel suo libro. Sia lo Schumacher College che il Campus de la Transition, co-fondato da Cécile Renouard, poggiano sull’idea di un luogo di formazione che èuna casa dove gli allievi studiano convivendo e al contempo occupandosi delle proprie necessità e di quelle della comunità, dai pasti alle pulizie, in stretto contatto con la natura.
Tre sono gli assi pedagogici dello Schumacher College: l’ecologia dei luoghi, ossia ripristinare o rafforzare il legame tra le pratiche umane e l’ambiente – ad esempio attraverso l’agricoltura rigenerativa –, la trasformazione sociale per creare nuovi modelli di convivenza politico-economica contro le ingiustizie sociali e ambientali e il lavoro sull’immaginazione culturale, per accompagnare le prime due direttrici e cambiare la narrazione della realtà.
Le discipline insegnate – come scienze, economia, design, agricoltura, arti – sono considerate interdipendenti, tra teoria e pratica, intelletto e intuito. Il modello del college si ispira a quello vissuto nell’ashram della sua giovinezza, dove il pensiero di Gandhi sulla necessità di sviluppare comunità autosufficienti e interconnesse si contrapponeva al centralismo economico imposto dai coloni inglesi.
Il messaggio di Satish Kumar
Ascoltare il racconto di vita di Satish Kumar, dalla sua viva voce è una di quelle esperienze che fa risuonare in testa un rumoroso “allora si può fare!”. Tuttavia a Césure il suo intervento non è stato risparmiato da domande critiche e profonde da parte del pubblico. Si è fatto riferimento alla situazione in Palestina, in Ucraina, in Iran e alle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia al Forum di Davos, conclusosi solo qualche giorno prima.
Di fronte a quello che sta accadendo, per molti è stato difficile sposare del tutto e per tutto l’approccio di un attivismo radicalmente nonviolento. Alcuni forse hanno percepito una sorta di separazione tra l’aria che si respirava nella sala e i fatti violenti e ingiusti nel mondo, appena fuori dalla porta. Kumar ha accolto le resistenze, senza piegare il suo pensiero.
«In un mondo dove i realisti hanno fallito, io continuo a scegliere di essere idealista», ha concluso, fermo. Ritrovandoci fuori, sul marciapiede di rue Santeuil, penso che molti tra noi abbiano continuato a interrogarsi sul significato di attivismo. E la risposta non è forse tanto in quello che si pensa, ma in quello che si fa. Parlare di attivismo senza fare attivismo – nelle diverse forme possibili – lascia il tempo che trova. D’accordo o meno con la sua posizione, è la vita di Satish Kumar la risposta. Una vita da militante per la pace e l’ambiente, senza compromessi.










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