25 Febbraio 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Satish Kumar: “L’attivismo sociale e ambientale richiede di semplificare i nostri stili di vita”

Abbiamo incontrato a Parigi Satish Kumar, attivista per la nonviolenza e l’ambiente, che ha presentato una visione in cui tematiche sociali e ambientali sono interdipendenti.

Autore: Valentina Bertoli
satish kumar1

Parigi, V arrondissement, tardo pomeriggio di inizio febbraio. C’è una folla di gente che sfida la pioggia, correndo a rifugiarsi nell’atrio di quella che un tempo era la sede del campus Censier dell’Università Sorbona. È vero, non siamo in uno dei luoghi dell’Italia Che Cambia, ma l’incontro che inizierà da lì a breve è proprio una di quelle storie che vale la pena raccontare per ispirare il cambiamento. 

Satish Kumar a Césure

E il cambiamento comincia già dal luogo. Siamo dentro Césure, un tiers lieu – “terzo luogo” – nel cuore della capitale francese. 25.000 metri quadri di spazi trasformati da sito accademico a luogo di incontro e creatività, di trasmissione di saperi, di lavoro e di formazione. Creato da una partnership di sei associazioni, Césure riprende la precedente vocazione universitaria, trasformandone modalità e obiettivi. In questo luogo artisti, artigiani, associazioni, imprenditori del sociale, servizi di reinserimento lavorativo, atelier creativi, botteghe e mensa popolare trovano la loro sede, in uno spazio condiviso e cooperativo.

La vecchia aula universitaria ad anfiteatro è gremita. Sullo schermo, il nome della serata: “Radical Love: vita e testimonianza di Satish Kumar”. Militante e pellegrino per la pace e l’ecologia, co-fondatore dell’innovativo Schumacher College nel Devon, in Gran Bretagna, e capo-redattore della rivista Resurgence&Ecologist, il protagonista dell’incontro è seduto in prima fila. La proiezione del documentario sulla sua storia apre la serata e il dibattito sul potere dell’azione collettiva e dell’attivismo al giorno d’oggi. 

Satish Kumar
La proiezione del documentario sulla vita di Satish Kumar a Césure, Parigi

Dalla marcia per la denuclearizzazione alla rivoluzione della scuola

Rajasthan, India, fine degli anni Cinquanta. E poi Devon, Gran Bretagna, inizio degli anni Ottanta. Dopo aver passato parte dell’infanzia e dell’adolescenza come monaco giainista, a diciott’anni Satish Kumar entra nell’ashram di Vinoba Bhave, discepolo di Gandhi e abbraccia la via della nonviolenza. Nel 1962 intraprende una marcia per la pace che toccherà le quattro capitali nucleari dell’epoca: Mosca, Parigi, Londra e Washington D.C, percorrendo 13.000 chilometri a piedi. Approdato in Inghilterra e diventato padre, all’inizio degli anni Ottanta co-fonda la Small School nel paese del Devon dove si è stabilito, per proporre un modello di scuola alternativo a quello allora proposto dal sistema scolastico britannico. Una scuola dove l’apprendimento teorico doveva passare la prova dell’esperienza.

Accanto alla trasmissione della matematica, dell’inglese e delle scienze fisiche, i bambini che hanno frequentato la Small School nei trentasei anni di sua attività imparavano a coltivare l’orto, a cucire, a lavorare l’argilla e il legno e a fare musica. Nel 1991, nasce l’idea di creare una struttura analoga per la formazione degli adulti, un esperimento che concilia apprendimento teorico, saper fare pratico e vita comunitaria ed ecologica: lo Schumacher College, a Darlington, sempre nel Devon.

Parigi, ritorno al presente. Il film “Radical Love” è molto più di una cronaca di vita. Quando si riaccendono le luci, l’effetto si sente tra i banchi della sala. Nel dibattito che segue, Satish Kumar dialoga con Caroline Devron, co-fondatrice di Brainergies – società di consulenza in ambito di decarbonizzazione ed economia circolare – e organizzatrice della serata, con Cécile Renouard, co-fondatrice di Campus de la Transition eco-lieu e centro comunitario di ricerca-azione in ambito sociale ed ambientale nella regione dell’Île-de-France, e con Pablo Sevigne, ricercatore indipendente ed autore del libro “Manifeste pour une entraide populaire” – Manifesto per un mutuo aiuto popolare – del 2025.  

Di fronte a un pubblico di universitari, ricercatori, membri di associazioni e organizzazioni del Terzo Settore, Satish Kumar inizia con un invito fermo e gentile all’azione. Senza grandi giri di parole, risponde alla domanda sull’attivismo: «Attivismo è agire senza aspettare che tutto sia pronto e giusto, unendo mente e mani, con libertà e addomesticando la paura. La maggior parte delle volte non è questione di avere grande intelligenza, ma solo una buona direzione».

«Una buona direzione condivisa – prosegue – perché sono le relazioni che ci permettono di avanzare». Ed è proprio sulle differenti tipologie di relazioni umane che Pablo Sevigne costruisce il suo manifesto per il mutuo aiuto popolare, distinguendo tra legami densi e leggeri, di coesione, di connessione o di collegamento, verticali e orizzontali: tutti complementari alla costruzione di quella che l’autore definisce “rete per le tempeste”, indispensabile per attraversare gravi momenti di crisi. 

Riprendendo la parola, Kumar ricorda che l’attivismo sociale e ambientale richiede innanzitutto una semplificazione di tutti gli ambiti della nostra vita, non riferendosi soltanto al modo in cui consumiamo, ci nutriamo, ci vestiamo, ci spostiamo o ci scaldiamo. Si tratta innanzitutto di semplificare le relazioni, le emozioni, i pensieri e il modo in cui ci esprimiamo ed essere anche pronti a una sana improvvisazione di fronte agli imprevisti. 

Questo è il primo passo – immediatamente accessibile – per vivere in maniera ecologica, principio su cui ruota il suo libro Elegante semplicità. L’arte di vivere bene . A partire dalla scuola e poi nel lavoro, per l’attivista indiano non si dovrebbe far altro che «rendere esplicito quello che è implicito» dentro ognuno di noi, per vocazione, talento e attitudine. Un modo per essere davvero «agenti del cambiamento».  Fortunatamente allora, anche se in trasferta in Francia, non siamo del tutto fuori tema.

In un mondo dove i realisti hanno fallito, io continuo a scegliere di essere idealista

Lo Schumacher College

La scuola è il primo luogo dove esplicitarsi per combattere un sistema che «crea solo richiedenti lavoro: operai remunerati per vegliare su macchinari o impiegati occupati a classificare documenti», riprendendo le parole dello stesso Satish Kumar nel suo libro. Sia lo Schumacher College che il Campus de la Transition, co-fondato da Cécile Renouard, poggiano sull’idea di un luogo di formazione che èuna casa dove gli allievi studiano convivendo e al contempo occupandosi delle proprie necessità e di quelle della comunità, dai pasti alle pulizie, in stretto contatto con la natura. 

Tre sono gli assi pedagogici dello Schumacher College: l’ecologia dei luoghi, ossia ripristinare o rafforzare il legame tra le pratiche umane e l’ambiente – ad esempio attraverso l’agricoltura rigenerativa –, la trasformazione sociale per creare nuovi modelli di convivenza politico-economica contro le ingiustizie sociali e ambientali e il lavoro sull’immaginazione culturale, per accompagnare le prime due direttrici e cambiare la narrazione della realtà.

Le discipline insegnate – come scienze, economia, design, agricoltura, arti – sono considerate interdipendenti, tra teoria e pratica, intelletto e intuito. Il modello del college si ispira a quello vissuto nell’ashram della sua giovinezza, dove il pensiero di Gandhi sulla necessità di sviluppare comunità autosufficienti e interconnesse si contrapponeva al centralismo economico imposto dai coloni inglesi.

Elegante Semplicità
Elegante Semplicità
Satish Kumar
L’arte di vivere bene
Acquista su macrolibrarsi

Il messaggio di Satish Kumar

Ascoltare il racconto di vita di Satish Kumar, dalla sua viva voce è una di quelle esperienze che fa risuonare in testa un rumoroso “allora si può fare!”. Tuttavia a Césure il suo intervento non è stato risparmiato da domande critiche e profonde da parte del pubblico. Si è fatto riferimento alla situazione in Palestina, in Ucraina, in Iran e alle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia al Forum di Davos, conclusosi solo qualche giorno prima.

Di fronte a quello che sta accadendo, per molti è stato difficile sposare del tutto e per tutto l’approccio di un attivismo radicalmente nonviolento. Alcuni forse hanno percepito una sorta di separazione tra l’aria che si respirava nella sala e i fatti violenti e ingiusti nel mondo, appena fuori dalla porta. Kumar ha accolto le resistenze, senza piegare il suo pensiero

«In un mondo dove i realisti hanno fallito, io continuo a scegliere di essere idealista», ha concluso, fermo. Ritrovandoci fuori, sul marciapiede di rue Santeuil, penso che molti tra noi abbiano continuato a interrogarsi sul significato di attivismo. E la risposta non è forse tanto in quello che si pensa, ma in quello che si fa. Parlare di attivismo senza fare attivismo – nelle diverse forme possibili – lascia il tempo che trova. D’accordo o meno con la sua posizione, è la vita di Satish Kumar la risposta. Una vita da militante per la pace e l’ambiente, senza compromessi.