Il dissenso dei CAV femministi e transfemministi sardi sulla modifica alle norme contro la violenza sessuale
Condividiamo integralmente il comunicato che arriva dai centri antiviolenza Lìberas di Cagliari e Onda Rosa di Nuoro sul tema del cosiddetto “ddl stupri” e la modifica delle norme contro la violenza sessuale.
Il “ddl tupri” è stato modificato rispetto alla proposta approvata all’unanimità dalla Camera a novembre: scompare ora la parola “consenso” dal testo. Il testo approvato dalla Camera definiva stupro un atto commesso senza il “consenso libero e attuale” di una persona, in conformità con quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul, ratificata poi dall’Italia – giuridicamente obbligata a recepirla. Il concetto cardine del consenso è già stato recepito da altri Paesi Europei – quali Francia, Spagna, Belgio e Germania – oltreché da numerose pronunzie della Corte di Cassazione. Il ddl modificato introduce il differente concetto di atti compiuti contro la “volontà di una persona“.
La presidente della commissione giustizia, Giulia Bongiorno, afferma che “la norma garantisce il massimo della tutela” delle vittime “in tutte le possibili situazioni, senza tuttavia pregiudicare le dinamiche probatorie tipiche del processo penale e il diritto di difesa dell’imputato”. Ma non è vero. Pregiudica la donna e avvantaggia l’autore della violenza. Il giudice dovrà valutare la volontà contraria all’atto sessuale analizzando attentamente la situazione e il contesto specifico in cui il fatto si verifica, ciò che evidentemente è vantaggioso per l’autore della violenza.

Quella che viene presentata quindi come una riforma contro la violenza sessuale non è, nei fatti, un cambiamento capace di incidere sulla vita delle donne ma la peggiora. L’aumento delle pene, lasciando intatto l’impianto che regola il riconoscimento della violenza, non mette in discussione il nodo centrale da cui dipende tutto il resto: il modo in cui questo Paese continua a leggere il consenso, il silenzio, la paura.
Questione di responsabilità
Il problema non è solo cosa accade dopo, quando la violenza è già stata subita. Il problema è come la violenza viene riconosciuta, raccontata, creduta. Una norma che continua a interrogare il comportamento della donna, il suo modo di reagire, la sua capacità di dire no nel modo ritenuto adeguato, sposta ancora una volta l’attenzione dalla responsabilità di chi agisce la violenza alla condotta di chi la subisce. È una scelta politica e culturale precisa, che produce conseguenze concrete: donne che non denunciano, che non vengono credute, che si ritrovano sotto processo insieme ai loro corpi.

La violenza sessuale non nasce da un fraintendimento né da una cattiva comunicazione. È un atto di potere, di controllo, di dominio. Serve a intimidire, a silenziare, a ribadire una gerarchia. Chi lavora ogni giorno nei centri antiviolenza lo sa, perché ascolta storie in cui il silenzio non è mai consenso, ma paura, paralisi, shock. E la maggior parte di queste storie avvengono tra le mura domestiche, cosa non insignificante nel cogliere la differenza tra consenso e dissenso. In quei momenti il corpo non sceglie, reagisce per sopravvivere. Continuare a ignorare questa realtà significa costruire una legge che parla un linguaggio astratto o che più interessa a posizioni partitiche, lontano dall’esperienza concreta delle donne.
Introdurre valutazioni sul “contesto” o sulla possibilità di esprimere dissenso equivale a riproporre una logica antica: l’idea che la disponibilità del corpo femminile sia la norma e che spetti alle donne dimostrare il contrario. È la stessa logica che ha portato l’Italia a essere più volte condannata dalla corte Europea per l’uso di stereotipi sessisti nei procedimenti per violenza sessuale e per l’incapacità di garantire una tutela effettiva alle donne. Non è un errore, è una continuità.

“La violenza sessuale non è un problema privato”
Siamo al fianco delle donne e libere soggettività che a Roma hanno preso parola, che sono scese in piazza, che hanno denunciato questo arretramento e che hanno subìto repressione. Le loro voci dicono una cosa semplice e radicale insieme: senza consenso non c’è relazione, c’è violenza. E il consenso non si deduce, non si interpreta, non si presume dal silenzio o dall’assenza di reazione.
Per questo non vogliamo una risposta penale più dura se il senso delle parole tradisce la necessità del consenso. Non vogliamo un linguaggio che promette protezione mentre continua a produrre sospetto. Quello che è in gioco non è una questione tecnica, ma il modo in cui una società decide se credere o no alle donne. La violenza sessuale non è un problema privato, né un equivoco da chiarire, ma una questione strutturale che riguarda la libertà, i corpi e la vita di tutte noi.










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