12 Marzo 2026 | Tempo lettura: 6 minuti

Il calcio è calcio, sempre. La rivoluzione del Cagliari femminile e il valore dello sport oltre gli stereotipi

Oltre la marginalità, oltre i pregiudizi, oltre l’idea che il calcio non sia “da ragazze”. Il percorso del Cagliari femminile racconta il cambiamento che attraversa lo sport e la società sarda. Di Matteo Cardia.

Autore: TocToc Sardegna
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Invisibile, rassicurante. Lo status quo c’è e non c’è, fa diventare disturbante quello che sarebbe necessario ma che mette in discussione la tranquillità del sonno. Sfidarlo a volt, rende disturbanti, ma alla lunga può pagare. C’è stato bisogno di molto tempo, di dichiarazioni scandalose dei vertici del calcio italiani, ma soprattutto di voci delle protagoniste per far capire l’importanza e la necessità di un cambiamento per un movimento del calcio femminile caratterizzato dall’ingiustizia e dalla poca visibilità.

Sono passati dieci anni dalle prime riforme della FIGC, quando i club professionistici di calcio maschile si sono dovuti impegnare a creare obbligatoriamente delle formazioni giovanili di calcio femminile, in un lungo percorso sfociato nel professionismo per le giocatrici che militano nel massimo campionato. Anche il Cagliari Calcio ha dovuto fare proprio questo percorso. Fino ad accorgersi di una passione che non si limita al caso, ma che è presente in diverse parti dell’isola.

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Foto del Cagliari Calcio Femminile

«Nella stagione 2015/16 la FIGC ha reso obbligatoria la creazione di un settore giovanile femminile per le squadre professionistiche – spiega Anna Piras, Coordinatrice del Cagliari Calcio Femminile –, ma la scelta è poi sfociata in un altro aspetto importante, ovvero il professionismo per il calcio femminile, con il primo campionato professionistico di Serie A nella stagione 2023/24. Il Cagliari si è trovato di fronte a un nuovo inizio e ha abbracciato le proposte arrivate con entusiasmo. Oggi siamo arrivati ad avere oltre 100 tesserate, dalla categoria pulcine a quella Under 17. Tutto è cresciuto di anno in anno».

Il nuovo inizio del calcio femminile

L’ala femminile del Cagliari, che oggi comprende anche una squadra di calcio a 5 che milita nel  massimo campionato senior grazie alla collaborazione con la Mediterranea Calcio a 5, si sorregge su un sistema che a livello maschile ha dato già soddisfazioni in casa rossoblù. È quello delle Academy, una rete di società affiliate in varie aree della Sardegna che collaborano attivamente con il club e che accolgono i tecnici della società per specifiche giornate di allenamento.

«Essendo l’unica squadra professionistica della Sardegna, riusciamo a far sì che arrivino ragazze da tutta l’isola», sottolinea Piras. «Abbiamo una ragazza di Oliena e una di Desulo, un’altra si è trasferita a Cagliari ma è originaria di Porto Rotondo. Attraverso le Academy ci vengono segnalate le ragazze che potrebbero essere parte del progetto, ma andiamo anche noi nei luoghi per proporre i nostri open day». Ed è in queste occasioni, ma ancor di più nei passi non semplici successivi, che si vede il parziale cambio di approccio. In primis quello delle famiglie, che accompagnano le figlie ai loro impegni nonostante chilometri di distanza.

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Anna Piras, Coordinatrice del Cagliari Calcio Femminile – Foto del Cagliari Calcio

«Che ci siano ragazze che vogliono giocare a calcio è evidente», spiega ancora Piras, che nella sua vita da atleta è stata protagonista sui campi di calcio a 5 tra Sardegna e penisola. «L’anno scorso, per esempio, abbiamo fatto due open day e sono arrivate 80 nuove ragazze mai viste prima. Può esserci ancora meno consapevolezza del fatto che si possa diventare calciatrici professioniste, ma chi gioca oggi ha una passione incredibile. E questo porta i genitori ad assecondare i desideri delle ragazze e molto spesso a fare dei sacrifici che sono enormi».

Passione che sul piano generale non basta, ma che è l’argine a questioni strutturali che colpiscono lo sport e che si fanno ancora più acute quando si tratta della pratica sportiva al femminile. «Le problematiche in generale ci sono – chiosa Piras –. mancano gli spazi adatti, i budget, ma ci sono anche tante persone appassionate che dedicano il proprio tempo, in primis tra i dirigenti. Noi speriamo che tante società possano strutturarsi come desiderano e dare la possibilità alle ragazze di partecipare, qualsiasi sia la categoria».

Il valore aggiunto del calcio femminile

La possibilità di avere un club professionistico alle spalle è un vantaggio rilevante su più aspetti. Il supporto non è però un dato di fatto quando non si comprende il valore. Una situazione che, assicura Piras, il Cagliari non vive e che regala prospettive future importanti per una Sardegna che è stata protagonista nel calcio femminile del passato, come dimostra il record assoluto di scudetti conquistati detenuto ancora dalla Torres.

Gli ultimi dati redatti da Deloitte per la FIGC parlano di una crescita di interesse per il calcio femminile considerevole

«La società ci è stata sempre vicina – sottolinea la Coordinatrice – sia nell’organizzazione delle attività che nel tenerci in considerazione nelle varie occasioni. Dopo questi anni penso che ormai il club sappia che avere un buon settore femminile è un valore aggiunto importante. E noi oggi questo lo avvertiamo. Il prossimo step è avere una prima squadra. Sarà la società a capire e decidere da dove partiremo, ma questo è quello a cui guardiamo».

Il Cagliari a oggi partecipa ai campionati Under 15 e Under 17. Due squadre a oggi impegnate nelle ultime settimane nei playoff per accedere alla fase interregionale dei rispettivi campionati. Senza tralasciare però l’attività di base che impegna le più piccole. Il calcio interviene così in un delicato frangente di crescita che pone le ragazze di fronte a quegli stereotipi ancora presenti sui campi e fuori. Parole e gesti che si trasformano nella base per quelle differenze che ancora oggi, insieme alla tranquillità dello status quo del sistema calcio, minano la crescita del settore femminile. Qualcosa che le ragazze avvertono e di cui parlano, anche grazie all’appoggio dei professionisti durante gli incontri organizzati.

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Foto del Cagliari Calcio Femminile

«Le differenze si avvertono ancora, in primis a livello sociale», afferma Piras. «Oltre a fare i campionati nazionali con le nostre U15 e U17, partecipiamo anche ai campionati regionali, sia Giovanissimi che Esordienti secondo anno, e per questo ci scontriamo con squadre maschili. Purtroppo assistiamo ancora a tante scene di cui si sente spesso parlare, a partire dal “tu non puoi giocare a calcio, sei una ragazza”. Durante gli incontri con Reach Aut, società che offre supporto psicologico, è emerso il fatto che le ragazze avvertano una discriminazione, il fatto di essere sottovalutate. È un problema sentito che ci dice che c’è ancora da fare». 

Gli ultimi dati redatti da Deloitte per la FIGC parlano di una crescita di interesse per il calcio femminile considerevole. Se nel 2019 in Italia si dichiarava appassionato di calcio femminile un milione di persone, oggi a dirlo sono in 7 milioni. Mentre le tesserate hanno superato quota 45.000, con l’obiettivo dichiarato di arrivare alle 50.000 nel prossimo anno. Numeri in ascesa che però non devono distrarre da un processo di cambiamento ancora in atto. 

«La visibilità è una prima risorsa importante e i risultati della nazionale hanno aiutato a rendere più chiara l’idea che una ragazza possa giocare a calcio», ribadisce Piras. «Se si inizia da piccoli a vedere tutto come naturale, è difficile che poi quando si cresca il tutto non faccia più parte del suo schema mentale. Anche tanti genitori prima erano più restii, ma nonostante qualche commento arretrato che ancora sentiamo questo è un passaggio ormai superato. Vedere le partite in tv, della nazionale in primis ma anche del campionato, può essere un primo modo per le nuove generazioni per capire che si tratta di uno sport per tutti, che il calcio è calcio. Sempre».

Matteo Cardia